bordo_op.gif (351 byte)

Storia di Aurora

 

Prima Parte

Questa è la storia di Aurora, nata durante l’eclissi nella notte di Mezz’Estate.

Gli dei decisamente mi giocarono un tiro mancino quando decisero di farmi nascere in quel momento.
I primi ricordi della mia infanzia mi riportano all’acqua… mi ricordo quando io e mio fratello imparammo a respirare l’aria e non più l’acqua... ci tenevamo per mano e avevamo una paura folle di morire se respiravamo aria, invece così non può essere perché il nostro organismo è anfibio, siamo provvisti di polmoni e semi-bronchi collegati con le branchie per permetterci l’esistenza nelle caverne sotterranee, molte invase completamente dalle acque sorgive.
Adoravamo stare a mollo nelle acque gelate delle vasche di raccolta più in superficie e, anche se ci era assolutamente proibito uscire all’aperto, nelle notti senza luna scappavamo grazie ad un torrente che s’inabissava sotto la terra.
In quel punto, nuotando controcorrente e aggrappandoci alle lunghe alghe riuscivamo a uscire sulla Terra, elemento per noi quasi sconosciuto e rimanevamo lunghi minuti stesi sull’erba, inebriati dal profumo della terra e dei fiori.
Una notte, ricordo, io e mio fratello litigammo perché io volevo vedere la luna, ma lui aveva paura di sciogliersi al suo cospetto, come narravano le leggende degli anziani.
Sono sempre stata ribelle e anche quella volta non mi smentii.
Attraverso il solito passaggio raggiunsi la superficie e mi sdraiai ascoltando il canto degli uccelli notturni, ma mi addormentai.
Quando mi svegliai circa un’ora più tardi vidi un ragazzo che mi osservava ammaliato.
In effetti noi non usiamo indossare indumenti di alcun tipo, e non mi meraviglio che il poveretto si fosse fermato!
Immediatamente scattai e sfilai la mia spada dal fodero che teniamo legato fra i lunghi capelli e gliela puntai alla gola.
“Ti prego, non farmi del male, io non ne voglio fare a te!” mi disse.
“E chi me lo assicura” ribattei io ringhiando e premendogli la punta della spada contro.
“Beh, è un po’ che sono qui e te ne avrei già fatto mentre dormivi!”
Aveva ragione, ero stata veramente incauta ad addormentarmi!
Abbassai lentamente l’arma studiando il ragazzo, tenendo ogni suo movimento sott’occhio.
Doveva avere pochi anni più di me; era alto, asciutto e i primi peli di barba facevano capolino sul suo viso.
Mi fissava con i suoi occhi color del cielo.
“Sei la creatura più strana che abbia mai visto” mi disse, squadrandomi con un sorrisetto compiaciuto, “..e sei anche così… così… affascinante”
Se mi avesse detto “strana” lo avrei ucciso con la mia spada.
Mi chiese il mio nome, da dove venivo e come poteva ritrovarmi, ma io non risposi a nessuna delle sue domande… continuavo a guardarlo, mi provocava una strana sensazione, mi sentivo come ovattata, stordita.
Lo lasciai avvicinare un po’ per soddisfare una sua richiesta: osservare le mie mani palmate.
Era incuriosito, ma nello stesso momento impaurito.
Quando la sua pelle calda venne a contatto con la mia, fredda come il ghiaccio, entrambi sussultammo, in preda ad un tremito che ci percorreva la colonna vertebrale.
Mi disse che si chiamava Maxier, e che era accampato lungo il fiume con la sua tribù; erano un popolo nomade ed erano capitati in questa terra rigogliosa e fertile, ma non riuscivano a capire perché non fosse abitata.
Io gli spiegai così delle leggende che tramandavano la nostra storia, raccontandogli dell’invasore e del mio popolo, accuratamente tralasciando dove vivevamo ora e come avrebbe potuto raggiungerci. Sembrava rapito e ad un certo punto tentò di baciarmi, ma io mi divincolai dalla sua presa e con un balzo mi tuffai nelle acque del torrente, andandomi a nascondere dietro ad una roccia per vedere, ma non essere vista.
Vidi Maxier sconsolato che scrutava l’acque fonde sperando di ritrovarmi, e diceva a bassa voce:
“Oh, mia dolce ninfa, creatura delle acque, ho sbagliato! Perdonami, ma non si può resistere al fascino di una dea!”
“Io non sono una dea” risposi, emergendo solo per metà dalle acque del fiume “sono una Aryinaa, così chiamiamo la nostra gente”
“Non mi importa se non sei una dea, ti prego, resta con me”
Era la prima persona, ad eccezione di mio fratello, a volermi con sé, tutti gli altri ci evitavano, ben consci della nostra superiorità e dei nostri strani poteri.
Lo lasciai entrare nell’acqua e venirmi vicino.
Era così goffo nel mio elemento naturale!
Questa volta mi lasciai baciare e assaporai la sua bocca e assaggiai il sapore della sua lingua. Cominciò ad accarezzarmi e io lo lasciai fare… poco dopo stavamo facendo l’amore, abbandonandoci alla passione rotolandoci sulla riva.
Una volta sazi dei nostri umori e dopo aver scoperto ogni più piccolo anfratto dei nostri corpi ci addormentammo, avvinghiati per non lasciarci.
Quando mi svegliai eravamo circondati da uomini e donne – erano la tribù di Maxiel che, non vedendolo più tornare, erano venuti a cercarlo -.
Mi sollevarono a forza e mi strapparono dall’abbraccio del mio amore, dandomi della strega e sputandomi addosso.
Inveii contro di loro e lanciai un grido acuto per stordirli.
Lasciarono la presa e io mi ributtai nel fiume, impaurita e con il cuore in gola, decisa a non tornare mai più e a stare ben lontana dagli altri esseri umani.
“Perché l’essere umano deve odiare e distruggere ciò che non conosce?” pensai; mi sentivo come se una lama lucida mi stesse lacerando le carni.
Arrivai da mio fratello e mi accasciai fra le sue braccia.
Ero stremata dalla fatica e dalla paura, nella stessa notte avevo conosciuto l’Amore e l’Odio.
Zyel capì immediatamente cosa era accaduto, del resto eravamo gemelli e le emozioni forti le sentivamo in due.
Mi disse che era caduto in trance e aveva vissuto con me ogni attimo della notte trascorsa nel mondo di sopra.
All’inizio me ne vergognai un po’ ma poi mi rese consapevole di non essere mai sola, il che mi confortò parecchio.
“So a cosa stai pensando, Auryel” mi sussurrò all’orecchio usando il nomignolo affettuoso che non usava più da tempo.
Io lo guardai negli occhi: “Devo farlo Zyel, devo.”
“Allora va bene, ma questa volta ci sarò anche io.”
Gli scoccai un grosso bacio sulle guancia… quanto adoravo il mio dolce fratellino!
Ci chiamavano “Dama dell’Alba” e “Duca dell’Imbrunire”, perché sin da neonati fummo scelti dalle sacerdotesse come esseri speciali, e a noi era affidato il compito di officiare i riti sacri alla Madre Luna. A mezzanotte officiammo un rito segreto, conosciuto solo a noi e alle sacerdotesse, il rito dell’Eclissi.
Era profondamente pericoloso compiere questo rituale senza l’approvazione delle sacerdotesse, poiché permetteva di dominare lo stato di trance e di veggenza; ma le sacerdotesse questo dono lo acquisivano, noi lo possedevamo dalla nascita, ma non sapevamo controllarlo.
Raccogliemmo tutto il necessario e sacrificammo il nostro sangue alla dea lunare.
Esangui e potenti, ci lasciammo alle spalle il mondo che ci aveva generato per affrontarne il resto.
Ci inoltrammo nella radura, incamminandoci verso i fuochi degli accampamenti che si trovavano poco più in là.
Decidemmo di non separarci per nessun motivo e proseguimmo affiancati.
Nessuno dei due poteva avere la meglio sull’altro, anche se una volta, caduti in trance durante un rito, pronunciammo una profezia secondo la quale uno dei due sarebbe diventato signore dell’Alba e dell’Imbrunire.
Le nostre voci risuonarono funeree all’unisono nella cappella dei riti, e il sangue si congelò nelle vene di tutti gli Aryinaa.
Arrivammo all’accampamento e scorgemmo Maxier legato ad un palo in mezzo ai fuochi e degli uomini che facevano scaldare dei ferri nel fuoco.
Volevano fargli confessare di aver venduto l’anima a una strega e volevano fargli dire quali erano i suoi trucchi.
Maxier chiamava a gran voce dei nomi, credo i suoi genitori, ma nessuno si apprestava a salvarlo.
Zyel mi trattenne per un braccio e io strinsi forte la sua mano.
Ci accorgemmo di riuscire a comunicare senza parlare, solo pensando.
Capii… voleva distrarli per permettermi di slegare Maxier e scappare, NO!
Lo guardai implorante.
“Deve esserci un’altra soluzione”
Zyel mi sorrise, mi baciò sulla fronte e in un istante era nel mezzo dell’accampamento, e correva qua e là lanciando fischi acutissimi per stordire gli uomini.
Approfittai della confusione per sciogliere le corde che trattenevano il mio amore e ci lanciammo in una folle corsa verso il fiume.
”Zyel, fratello, dove sei, ti aspetto sul fiume nel nostro passaggio” non ebbi risposta.
“Zyel, ti prego rispondimi”
“Arrivo sorellina, li ho seminati”
Il mio cuore ebbe un gemito di gioia.
Quando Zyel ci raggiunse capì di essere di troppo e si mise a riposarsi nella polla d’acqua nera.
“Cosa ti hanno fatto?” dissi dolcemente a Maxier.
“Volevano che confessassi di averti venduti l’anima… ma”
“Ma?”
“ma io non potevo dire di no, perché la mia anima, il mio cuore e la mia mente li hai tu”
Per la seconda volta ci abbandonammo lascivamente ai turbini della carne, piangendo insieme e godendo dei nostri corpi.
Ci assopimmo, sorvegliati da Zyel, che aveva goduto delle mie sensazioni e dei miei timori.
Quando mi svegliai Maxier non c’era più, c’era solo il mio dolce e amato fratello che mi accarezzava il viso, dicendomi:
“Auryel, io e Maxier abbiamo parlato mentre tu dormivi e abbiamo capito che non avreste futuro insieme, se lo portassimo nel nostro mondo lo ucciderebbero, se lui ti portasse nel suo, saresti tu a morire.”
Lo sapevo, in realtà sapevo che sarebbe finita così, ma dovevo liberarlo, dovevo vederlo ancora una volta.
Zyel finì il suo racconto dicendomi che Maxier avrebbe cambiato nome, ma non sapeva quale avrebbe preso e che se ne sarebbe andato molto lontano, probabilmente in un luogo detto delle Lande desolate.
Voleva diventare un guerriero e ha giurato che non avrebbe amato mai più.
Niente né nessuno.
In quel momento qualcosa si ruppe irrimediabilmente nel mio mondo.
Decisi che non avrei amato un uomo ancora per molto, ma che avrei amato ancora, ma solo dopo lungo tempo.
Piangemmo, io e il mio dolce fratellino, avvinghiati nella paura di doverci perdere, e tornammo nelle grotte natie.
Poco prima di addormentarmi chiesi a Zyel, “…Zyel… cos’è una strega?”


Parte Seconda – L’Unione

Passarono molti mesi, ma mai nessuno si accorse del profondo turbamento che affliggeva il mio animo.
Nessuno tranne il mio amato gemello.
Sempre più spesso cadevamo in trance, e i nostri corpi al risveglio erano così vicini che provocavano batticuori e facevano arrossire i nostri volti.
Per tutta la nostra esistenza eravamo rimasti uniti, conoscevamo a memoria le forme l’uno dell’altra e mai avevamo provato attrazione, ma ora, ma ora qualcosa era cambiato; un meccanismo oscuro e irreversibile aveva preso il via, seguendo le fila intricate del destino già stabilito.
Io non accennai mai a Zyel di nulla, né lui a me, ma sapevamo perfettamente ciò che stava accadendo fra le nostre anime.
Stavo a mollo in una pozza sulfurea del quartiere proibito, il quartiere del Naos, quando udii delle voci; erano due anziane sacerdotesse che parlottavano nell’antica lingua… mi avvicinai senza farmi sentire…
“Non lo danno a vedere, ma è evidente..” disse Morthel, la più anziana delle due.
“..tu credi che abbiano scoperto..” squittì l’altra spaventata.
“E’ impossibile, solo noi due e il loro padre sappiamo il segreto dei gemelli e la profezia che ci disse l’Antica Veggente prima di morire”
“Cosa?” pensai “E così c’è qualcosa che ci tengono nascosto!”
Mi avvicinai il più possibile, perché ora le due donne parlavano a voce molto bassa, era evidentemente un argomento scottante..
“Non devono assolutamente saperlo. Se la profezia dovesse avverarsi non si sa quali conseguenze potrebbe avere”
“Si, hai ragione, non ci è dato a sapere se i demoni gemelli, una volta unitisi, porterebbero un grande bene oppure un grande male”
Demoni? Unirsi?
Ma di cosa… allora non era un infatuazione, è scritto nel destino, io e Zyel dobbiamo amarci, e insieme faremo grandi cose.
Anzi, grandiose.
“Non devono sapere di non essere fratelli di sangue, è estremamente importante che credano di esserlo; questo frenerà gli impulsi che già si sono manifestati in loro.”
Avevo sentito fin troppo e non volevo sentire oltre.
Ero più che sconvolta.
Da un lato ero felice, io e Zyel avremmo potuto amarci liberamente senza compiere nessun peccato troppo grave, in fondo non eravamo realmente fratelli, ma dall’altra ero terribilmente spaventata dalle conseguenze che il nostro gesto avrebbe avuto.
Arrivai nuotando di corsa da Zyel che dormiva nella nostra grotta; entrai silenziosamente e sbarrai l’entrata con un fitto intrico di alghe urticanti.
Non volevo che nessuno ci disturbasse.
Mi avvicinai al suo corpo nudo e mi ci sdraiai accanto, provando un senso di leggerezza incredibile.
Lo chiamai dolcemente.
Lui si girò verso di me e mi guardò negli occhi, e in quegli occhi c’era un fuoco, una passione che non avevo mai visto prima, o che forse non volevo vedere.
Mi desiderava, lo sentivo, potevo annusare la sua eccitazione, era nell’aria.
Il profumo della sua pelle mi diede alla testa e lo abbracciai stretto, nascondendo il viso nel suo petto, come quando eravamo piccoli.
Lui mi strinse a sé e potevo sentire i dettagli del suo corpo.
Lo guardai in viso; effettivamente non eravamo mai stati molto simili.
Lui con i capelli verde/biondo e io neri, lui con gli occhi scuri e io azzurri.
Gli raccontai con la mente ciò che avevo udito, perché la mia gola era arsa dalla passione che mi ardeva dentro e non mi riusciva di proferir parola.
Avevo paura, molta paura, ma eravamo decisi ad amarci.
“Qualunque cosa succeda, dolce Auryel, saremo comunque insieme, nel bene o nel male”
“Ho paura, Zyel…”
Non mi rispose, né parlò più.
Mi prese il viso e mi baciò.
Fu un bacio caldo, dolce e sentii immediatamente un calore spandersi in tutto il mio corpo.
Cominciò ad accarezzarmi e io feci lo stesso con lui, non mi lasciai trasportare come feci con Maxier, questa volta fui amante, cercai il suo corpo e lo feci mio, assaporandolo con calma.
Poi fu lui a cercare me, allora allargai le gambe per farlo entrare dentro di me, per unirci, per poter finalmente diventare una cosa sola.
Quando fu dentro di me sentii la pace invadermi, una cosa mai provata prima.
Passò del tempo, ma noi non sciogliemmo il nostro abbraccio, ritardando più e più volte il piacere, per prolungare quel momento fantastico, che sapevamo essere unico.
Stremati, alla fine lasciammo che il piacere esplodesse nei nostri corpi, e fu allora che un rumore, forse un urlo, squarciò la quiete della Terra di Mezzo.
Una luce crepuscolare invase la nostra grotta e non riuscii a capire da dove provenisse, poi capii che erano i nostri corpi a emanarla.
La luce invase lentamente, pulsando tutte grotte, e allora tutti seppero e conobbero la verità.
L’Alba si era unita al Tramonto, ed erano diventati giorno e notte, buio e luce.
La profezia si era avverata.
Le sacerdotesse giunsero correndo alla nostra grotta e strappato le alghe entrarono, trovandoci ancora uniti.
Furono loro a scoprire lo scambio delle nostre anime; i miei occhi avevano preso il colore della notte e i suoi quello del cielo.
Vestirono me con una tunica nera e lui con una bianca e ci portarono nella cappella dei riti.
Suonarono i campanelli dell’adunata, così che tutti gli Aryinaa venissero a conoscenza di quale prodigio si era appena verificato.


Parte Terza – La Schiava

Il nostro popolo era tutto riunito nella cappella per celebrare l’unione quando la sventura cadde sulla nostra terra.
Arrivò trafelato una sentinella, avvisandoci di aver avvistato degli uomini agli ingressi di tutte le porte che conducevano al nostro mondo sotterraneo.
Stavano accendendo fuochi davanti alle entrate per costringerci a uscire.
Riferì che volevano l’oro che si trovava nei filoni sotterranei, e che intendeva risparmiarci la vita se ci fossimo consegnati a lui, indicandogli l’ubicazione dei filoni.
Il Consiglio accettò la proposta, non ascoltando il nostro dissenso e si consegnò al Re degli uomini.
Per dimostrarci la sua lealtà fece sgozzare tutti gli uomini del consiglio e fece appendere i loro cadaveri per i piedi sul soffitto dell’ingresso principale.
Uccise gli anziani e tutti gli uomini.
Tenne in vita i bambini per farli lavorare nell’estrazione dell’oro e noi ragazze per far le concubine.
Quando Zyel capì l’intento del re si scagliò contro di lui, e io gli diedi man forte.
Uccidemmo tutti gli uomini di scorta e gran parte delle guardie; stavo per conficcare la mia spada nel petto del malvagio re quando una sentinella scoccò una freccia puntata al mio cuore.
Zyel mi buttò a terra e prese la freccia che era destinata a me.
Così morì Zyel, mio fratello, il mio amante, il Duca del Tramonto e così io divenni Dama dell’Alba e del Tramonto.
Mi accasciai a terra accanto al cadavere del mio dolce, amato fratello e piansi.
Il re si avvicinò e io presa la spada di Zyel e la mia mi avventai su di lui con la furia di un uragano; riuscii a staccargli un braccio e un occhio prima che un suo tirapiedi mi avvelenasse con un dardo.
Mentre perdevo conoscenza sentii il re gridare di uccidermi e ne esultai, ma purtroppo non fu così. Rinvenni incatenata in una tenda, con una benda sugli occhi e un legaccio in bocca, ma capii di essere nuda e di non essere sola.
All’improvviso udii una voce, come un sibilo…
“Sei coraggiosa, gattina, mi piacciono le donne feroci… ho deciso che diventerai la mia schiava personale… sei bella, giovane e sana… stanotte ti farò mia…”
Cominciò a ridere spasmodicamente; il suo ghigno beffardo mi fece impietrire… capii di non avere scampo… questa volta nessuno mi avrebbe aiutato… cominciai a desiderare ardentemente che mi avesse ucciso.
Sapevo che non si sarebbe accontentato di farmi sua, mi avrebbe torturato e umiliato, probabilmente.
Quando calò la sera e accesero i fuochi fui portata fuori e mi legarono nuovamente vicino ad essi, ben sapendo che non sopportavo il calore… stavo per svenire quando mi sciolsero i legacci e mi portarono in una tenda.
Mi sciolsero la benda dagli occhi, ma mi lasciarono quella alla bocca.
“Così non urlerai, gattina, e non disturberai la festa dei miei uomini” mi urlò in faccia il re.
Mi afferrò per i capelli e mi condusse in un’altra tenda, dove mi possedette con una furia bestiale, frustandomi se mi dimenavo troppo.
Quando fu sazio dei suoi appetiti mi afferrò di nuovo per i capelli e mi sbatté in un angolo, dove un uomo mi prese e mi incatenò polsi e caviglie ad un tavolo, credo lo usassero per le torture.
A turno, uno ad uno dei suoi uomini, dall’alto ufficiale al più umile servo mi ebbero come loro gioco.
Il re decideva i tempi e, se lo spettacolo lo divertiva, gli offriva da bere, compiaciuto della crude bestialità dei suoi uomini.
Passarono i giorni e i mesi, e io ero la sua serva, ma ora non permetteva a nessuno nemmeno di sfiorarmi; un uomo ubriaco mi aveva presa per un braccio e il re lo aveva fatto uccidere dal fratello.
Mi trattava bene, o meglio, non mi picchiava se non quando non soddisfacevo i suoi bisogni appagandolo debitamente; ma per il resto mi dava da mangiare in abbondanza e avevo una tenda mia. In più dovevo occuparmi di reclutare le ragazze più belle per il suo harem ogni volta che facevano razzia in qualche villaggio.
Ormai mi ero abituata a stare anche al sole, e la mia pelle si era ricoperta di sottili squame bianche che insieme repellevano e attraevano il re.
Una notte, precisamente la notte del mio compleanno ci fu un’eclissi di luna, proprio come quando nacqui.
Ero nella mia tenda e stavo riposando quando vidi un’ombra entrare nella mia tenda.
“No, ti prego, anche questa notte no” pensai, rivolgendomi al mio aguzzino.
“Perché hai paura di me, dolce Auryel?” mi rispose l’ombra.
“Zyel!” esclamai, correndo verso l’ombra, ma era impalpabile, il mio amore era solo e solamente un’ombra.
“Auryel, potrò stare con te solo il tempo dell’Eclissi, ma ti aiuterò a fare ciò che devi fare”
Impugnai la mia spada e la nascosi fra i capelli, come facevo una volta… com’ero cambiata da prima.
Mi avvicinai alla tenda del re e le sentinelle mi lasciarono passare; le congedai dicendo loro che quella notte sarebbe stata speciale e che non volevo che nessuno ci disturbasse.
Non sospettarono nulla e andarono più avanti ad avvertire tutti gli uomini di fare il silenzio più assoluto.
Entrai nella tenda e mi inginocchiai davanti al re.
“Mio sire e padrone, voi avete domato la fiera che era in me, mi avete fatto vostra, e io vorrei chiedervi una cosa”
“Finalmente vedo che hai capito chi comanda, gattina” mi rispose ridendo “dimmi cosa vuoi”
“Questa notte è il mio compleanno e vorrei avere un dono..”
“Quale, gattina senza artigli?” mi disse, in tono di scherno.
“LA TUA TESTA!” urlai, avventandomi su di lui con la forza di Zyel e della vendetta.
Gli staccai la testa di netto e continuai a infierire sul suo corpo finché non rimase un solo pezzo intero di lui.
Bevvi il suo sangue e sacrificai il suo cuore alla Madre Luna, vendicando così tutte le morti, e vendicando il mio Zyel.
Liberai le mie compagne senza far rumore e insieme uccidemmo tutti gli uomini del re; seppellimmo i nostri morti e provocammo una frana per occultare il regno di sotto.
Insieme decidemmo di non tornare mai più in quelle terre maledette e prendemmo strade diverse.


Parte Quarta –

A lungo vagai per terre sconosciute, senza sapere dove andare né dove mi trovavo.
Diffidavo degli uomini e mi fidavo solo della mia spada.
Mi sentivo sola, ma se solo provavo ad avvicinarmi a qualcuno finiva sempre male.
Io mi sentivo in gabbia o l’altra persona scappava spaventata.
Mai nessuno mi fu amico, ad eccezione di Zyel, il mo compianto compagno.
In certe notti ne sentivo la presenza, ma in altri momenti una morsa di dolore e solitudine mi attanagliava il cuore.
Non potevo far altro che combattere per placare la mia sete di sangue e di vendetta.
Il mio popolo non esisteva più o comunque si sarebbe presto estinto, in quanto le uniche sopravvissute erano donne che si sarebbero unite a esseri umani, diluendo il sangue Aryinaa e le sue caratteristiche fisiche.
Rappresentavo un esemplare più unico che raro, e mi sentivo come un animale chiuso in una gabbia da circo.
Se per le branchie e le mani palmate era possibile venire occultate, non era così per le squamette che mi ricoprivano interamente, volto compreso.
Per questo giravo solitaria, e avevo comprato una lunga tunica di seta nera munita con un cappuccio per evitare i troppi sguardi.
Sono stata sicario e esploratrice, ma il sangue mi ha sempre condotto a volerne di più.
In molte avventure incappai nella mia strada, ma salterò questi eventi per raccontarvi l’incontro che mi cambiò la vita.
Stavo vagando in una palude, quando vidi una figura su di un mulo che avanzava nella palude con dei sacchi di sale.
Sale? Ma dove mai starà andando quella donna con del sale in una palude??
“Avanti Faustino, non fare l’asino!!” disse la donna pungolando la bestia. “le nostre amiche ci aspettano, non vorrai farle aspettare”
Un asino di nome Faustino??!
E chi erano quelle donne che la attendevano?
Decisi di seguirla e, liberatami dal mantello e dalla tunica e ripostole nella mia sacca mi accinsi a pedinarla, stando ben attenta a non farmi né vedere né sentire.
Arrivammo così ad un bivio, dove la donna si fermò.
“E adesso perché si ferma? Vuoi vedere che non si ricorda più la strada?” pensai, acquattata nel ruscello poco distante.
Ad un tratto ecco due figure sbucare dal nulla, ma non erano donne, o forse si, ma avevano coda, ali e corna.
Mi sentii come a casa, per un attimo, vidi egli esseri che erano stati esseri umani e che ora vivevano separati da loro come me.
Notai qualcosa di stranamente famigliare in quelle due figure che conducevano la donna con loro.
Loro avanzavano, e io dietro di loro.
Non si accorsero mai di nulla, almeno non finché la donna e il suo mulo non se ne andarono.
Poi credo abbiano sentito la mia presenza, perché si guardarono negli occhi e sparirono in due direzioni diverse.
Non feci in tempo a chiedermi dove fossero andate che quattro esseri mi piombarono addosso inchiodandomi al suolo.
“Chi sei?” mi ringhiò una di loro, ma non risposi.
“Chi sei?” mi urlò la seconda, ma ancora una volta non ottenne risposta.
“Bene, vorrà dire che avremo un morto senza nome oggi” sogghignò una terza, e tutte le altre risero.
Detto questo mi portarono poco distante dove si trovava un laghetto piuttosto profondo con tante ninfee acquatiche lilla e bianche.
“Cosa volete farmi?” chiesi, intuendo la fine che mi avrebbero voluto riservare.
“Quello che facciamo agli impiccioni, li affoghiamo!” mi rispose ironica quella che mi sembrava il capo.
“AH, allora fate pure!” risposi ridacchiando allegramente, ma l’essere non mi sembrò molto divertito dalla mia battuta e mi scaraventò nell’acqua tenendomi la testa sott’acqua.
All’inizio mi dimenai un po’, tanto per fare un po’ di scena, poi lasciai il mio corpo galleggiare a peso morto.
Convinta che fossi morta, la mia “assassina” si girò per andarsene, ma io la afferrai per le gambe, trascinandola sott’acqua.
Tentò di divincolarsi, ma io la portai più a fondo e con una testata alla tempia le feci perdere i sensi. Non sapevo se poteva respirare sott’acqua, e io non la volevo certo far morire… era la cosa più simile a me che avessi trovato dopo la morte di Zyel.
Risalii lentamente in superficie e la consegnai alle sue compagne, che mi guardavano ammirate.
“Come hai fatto? Nessuno può resistere sott’acqua così a lungo” mi chiese una delle donne, con una voce roca simile ad un rapace.
“Semplicemente, prima di tentare di uccidere qualcuno, bisognerebbe sapere chi è” risposi seccata, fulminandola con lo sguardo.
L’essere comprese, e abbassò lo sguardo.
Mi ero guadagnata il loro rispetto non uccidendo la loro compagna, ma ora dovevo guadagnarmi la loro fiducia.
“Il mio nome nella vostra lingua è Aurora, e sono una Aryinaa.”
E mentre parlavo mi alzai, mostrando loro il mio aspetto”non umano”.
“Provengo dalla lontana terra di Mezzo e, ora che mi sono presentata, vorrei sapere chi, o cosa siete voi”
“Noi siamo Hibryan, e questa è la Terra dell’Arcano, Aryinaa Aurora.” Mi rispose quella che avevo stordito prima “sei stata abile a battermi, non sono in molti gli esseri capaci di battere una Hibryan. Per quanto mi riguarda sei la benvenuta, ma non dimenticare che un giorno sarò io a batterti” mi disse, squadrandomi da capo a piedi.
Mi condussero dal loro capo, Myalla, che mi ascoltò in silenzio, mentre raccontavo la mia storia e quella del mio popolo e mi raccontò quella del loro.
Molte analogie legavano le nostre storie…tutto per l’avidità degli esseri umani.
Mi spiegò chi era la donna con il mulo e la storia del sale, alimento per loro essenziale.
Ascoltai tutti, facendo poche domande mirate, per esempio, non vedevo maschi, come potevano riprodursi?
Mi spiegò che loro potevano diventare maschi all’occorrenza e poi tornare femmine.
Era tutta una questione di organi interni.
Utilissimo.
Al calare della sera scese una nebbia densa e lattiginosa sull’oasi sospesa di palafitte, Myalla mi disse che loro la chiamavano Neja.
La osservai.
Era fiera, orgogliosa, ed in questo mi assomigliava, ma aveva qualcosa che non mi piaceva, non mi piaceva affatto.
Mi ripromisi di guardarmi sempre le spalle se dietro avevo lei.
Con il passare del tempo appresi le loro arti combattive e loro le mie, divenni più veloce e agile.
Mi accorsi che l’essere tornata ad abitare nell’acqua aveva fatto sparire le squame, e dedussi che erano semplicemente una protezione contro il sole.
All’epoca, la guerra del sale era imminente, e da lì a poco sarebbero giunti Raf Graywolf, Dardel, Asiram, guerrieri e amazzoni a Nosambra per capire che Ylea stava tramando contro Arcano e contro le Hibryan.
Chiesi a Myalla di restarmene in disparte.
Non volevo avere alcun contatto con gli uomini, né tanto meno avere qualsiasi tipo di ruolo nella guerra.
Ella mi consentì di ritirarmi in una parte molto pericolosa e per questo poco frequentata e mi promise di non parlare a nessuno della mia esistenza.
Nonostante ciò non persi mai di vista le strategie, sapevo di ogni inganno e tranello, conoscevo le parti avverse e quelle amiche.
Degli amori, delle passioni, e dei tradimenti, fui testimone involontaria, curiosa per ciò che accadeva intorno a me ma totalmente indifferente per scelta.
Ero lì quando Crudelia partì dando l’addio a Myalla, e l’Hibryan sapeva della mia presenza, ciononostante non se ne curò gran che.
Sapeva che nulla mi importava da che parte stava, né se stava con una donna.
Come quando la conobbi, qualcosa di Myalla mi metteva in guardia… non mi piaceva e quel giorno vidi un lampo di luce brillare nei suoi occhi, ed era un lampo di follia.
Allora decisi di intervenire in aiuto degli hammers e dell’Imperatrice.
Solo qualcuno che conosceva i giochi e chi li manovrava poteva portare Arcano alla salvezza.
Fu così che convinsi il grosso delle Hibryan a entrare in battaglia contro le Darkayer.
Mi pentii di non essere intervenuta prima, e ancora mi sento in colpa per tutte quelli che persero la vita inutilmente… avrei potuto fare qualcosa molto prima, ma il mio odio mi impediva di vedere la verità… cioè che Myalla, colei che era stata come una sorella, che mi aveva accolto era una traditrice, un’infida vipera in seno all’Imperatrice di quella terra stupenda dove avevo finalmente trovato casa.
Non potevo permetterle di distruggere tutto.
Fu quando cominciai a notare dei movimenti strani da parte di Myalla che decisi di diventare la sua ombra… scoprii così il tradimento, pedinandola e sorvegliando i suoi incontri capii quando viscido era il suo animo.
No, non le avrei permesso di vincere.
Così, nell’ultima notte della Seconda Era la punii come meglio sapevo fare: la sgozzai e decapitai la sua testa, strappandole il cuore e mangiandolo per riavere le anime dei guerrieri, delle amazzoni e delle hibryan che aveva venduto.
Concluso il rituale di vendetta che proprio lei, Myalla, mia aveva insegnato, incaricai Metirdhen, l’hibryan che tentò di affogarmi quel lontano giorno, di portare la testa della traditrice all’Imperatrice, raccomandandole di dare spiegazioni più che essenziali.
Successivamente rimasi a Nosambra per più della metà della Terza Era.
Non ero ancora pronta per inserirmi in una comunità di umani, ma ora, dopo aver tanto meditato e studiato a lungo le loro abitudini, credo che non esistano razze migliori o peggiori… tutto dipende dal cuore.
Il mio è sincero, e vuole la pace di Arcano e un po’ di pace per me.
Non abbiate timore di vivere tutto fino in fondo, Hammers, ne vale la pena.

Aurora

     
     

Cerca nella Biblioteca

bordo_op.gif (351 byte)