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Acer

 

Cap. 1 - ASTRO

Non c’era la luna quella notte.
Ricordo che ero rimasta con gli occhi all’insù nella speranza che fosse solo una nuvola di passaggio, ma nulla s’era fatto vedere, solo freddo e tenebre…

Mi strofinai con la mano il braccio, tentando di scaldarlo un po’ ma l’aria gelida mi trafiggeva da ogni parte e qualsiasi sforzo era inutile.
Presi a camminare senza meta in un campo dall’erba alta, rischiarato dalle luci della Kioskas poco distante; era tutto così bello, oscuro ed affascinante a quel tremulo albore, che sembrava danzare sugli steli ed invitarmi a seguirlo…
Un balzo a destra… una capriola a sinistra… chissà quale folletto mi guidava…
< Acer…. Acer…. Sei tu?? >
Aprii gli occhi di scatto e mi trovai nel bosco, i miei calzari bagnati di rugiada ed una mano che serrava la mia.
< Silo, o dea come sei divenuto bello!!! >
Saltai al collo del giovane uomo che avevo davanti, e lui mi cinse la vita con le mani.
Conoscevo Silo fin da fanciulla, era figlio di un taglialegna nel luogo dove a quel tempo trascorrevo la mia vita solitaria; mi portava sui monti più alti a rubare piume d’aquila, che poi legava con il cuoio e mi fabbricava collane e legacci per capelli, ed io lo ricambiavo con frutti e, più tardi, con qualche bacio.
Poi ero partita ed era la prima volta che lo rivedevo, il mio cuore cantava di gioia ma si spense subito a notare la luce nei suoi occhi… una luce di paura profonda.
< Ho da chiederti un favore, dolce amica mia > e detto questo si scostò il mantello, portando alla luce una figurina che tremava impaurita, m’avvicinai di più e capii che si trattava di un bambino, dell’età di 6 o 7 anni, dai capelli scuri ed uno spadino alla cintola, poi riguardai Silo.
< Ti ricordi di lui?? Già non è possibile, sei partita prima di vederlo… il suo nome è Astro ed è mio fratello; vivevo con lui e mia madre sulle colline, finchè un giorno, mentre ero a Kolise, qualcuno è giunto ed al mio ritorno ho trovato la povera donna crocifissa sulla porta di casa… con le braccia tese verso Astro, rannicchiato e terrorizzato ai suoi piedi, con gli occhi enormi e sgranati. Ora devo trovare questa gente e vendicarmi, lo sappiamo entrambi che non tornerò vivo… devo affidartelo Acer; so che sei un’amazzone e non una madre ma sei l’unica di cui posso fidarmi, m’inginocchio davanti ai tuoi piedi, per favore… >
Presi il piccolo per la mano e lui si lasciò spostare senza fiatare, continuando a tremare, abbassai gli occhi, avevo un nodo che mi serrava la gola…
< Silo, io voglio aiutarti però sai che sono stata allevata da un demone e non ho la più pallida idea di come si tratta un fanciullo… >
Poi fissai il bambino negli occhi, fu per un millesimo d’istante ma mi sembrò durare una vita intera.
< Va bene, addio amico, mi prenderò cura di tuo fratello e lo proteggerò a costo della vita >
Silo abbozzò un sorriso, poi si voltò senza neppure un cenno al bimbo tremante, forse perché non voleva farsi vedere in lacrime… non lo so.
Appena la figura del giovane non si distinse più tra le ombre degli immensi alberi m’inginocchiai davanti ad Astro, con lo sguardo a terra e paralizzato dalla paura.
< Guardami Astro, guardami negli occhi!! >
Gli sollevai la testa a forza con la mano e lui puntò le sue pupille nelle mie, senza più abbandonarle; facevano quasi pietà quegli occhi da bimbetto, che chiedevano solo pace e sicurezza, ma mi ripresi subito, ero un’amazzone! Non potevo bloccarmi davanti ad una creaturina indifesa!
< Adesso dovrai correre come il vento! Dobbiamo giungere a casa mia senza che nessuno ci veda, tienimi la mano e non fiatare, intesi? >
Non aspettai risposta, che tanto non sarebbe mai giunta; serrai il piccolo al mio corpo e lo nascosi per metà sotto il mantello nero, poi sfrecciai più veloce che potei.
Notai immediatamente come Astro riusciva a starmi dietro perfettamente, i suoi muscoli erano ben formati per avere soli 7 anni!
Entrai nella Kioskas ma non rallentai di un passo, attraversai un vicolo affollato, non guardai in faccia a nessuno, spinsi un paio di mercanti, che mi urlarono qualcosa che adesso non ricordo; giunsi finalmente e casa e chiusi il portone dietro di noi.
Corsi a tirare tutte le tende, a chiudere finestre e serrare fessure, nessuno doveva sapere che tenevo un bimbo in casa.
Poi mi rivolsi ad Astro, che era rimasto sull’uscio a guardare le mie povere stanze ed un lampo mi attraversò la mente… era forse sdegno quello che leggevo nei suoi occhi?
Era forse stato abituato a vivere in grandi case ed ora rifiutava le tre stanze della mia dimora?
Sentii la rabbia crescere in me come un fiume in piena e chiesi con voce tagliente: < Beh, che hai da guardare? >
Ma rimasi turbata e sconcertata quando lui rispose: < Nulla… mi piace la tua casa >
Aveva una voce gentile e melodiosa, che ricordava un po’ quella che sentivo da Silo molti anni addietro, anche i lineamenti sottili, il naso piccolo, gli occhi grandi e neri erano parte del fratello, che adesso cavalcava per terre lontane alla ricerca di ribelli e nemici sui quali sfogare il suo odio.
Sarebbe morto, con onore ma in poco il suo spirito sarebbe scappato dalla carcassa, abbandonando su Arcano il fratellino ed un’amazzone che non sapeva proprio da dove cominciare.


Cap. 2 - UN’ANIMA CHE NON CONOSCO…

< Vieni qui, avanti, siediti > e lui prese posto sulla seggiola accanto alla mia.
In pochi secondi mi ero creata un bel discorso da fare a quel ragazzino ma adesso che aspettava, seduto ad un palmo da me decisi di passare alla “forma breve” perché la mia lingua non voleva saperne di sciogliersi.
< D’ora in avanti tu sarai mio fratello, e non dovrai farti vedere da nessuno, se qualcuno ti chiederà mai qualcosa tu sei un viandante proveniente da terre lontane… hai capito? >
Lui fece un cenno d’assenso con la testa e portò la mano allo spadino che portava alla cintola, io lo guardai, aveva una lametta poco affilata ed un’impugnatura d’oro, scomodissima in battaglia, istintivamente mi misi a ridere per quello strumento che usavano solo i re, seduti a poltrire sul trono.
< Ahahaha, hai intenzione di diventare un guerriero con quella? >
< Io non porterò mai nessun’altra arma, mettimi alla prova! Ti dimostrerò quanto valgo >
Bene, c’era qualcosa di orgoglioso e forte nel suo sguardo, si… l’avrei messo alla prova; ma prima dovevo essere sicura:
< Lascia perdere ragazzino! Io faccio sul serio! >
Ma lui saltò dalla sedia e si mise in guardia.
Allora alzai le spalle ed estrassi la mia spada; lui attaccò con un movimento sicuro e veloce, che per poco non mi ferì il braccio, allora risposi con un taglio netto alla sua veste, all’altezza dei polmoni ed Astro, invece di spaventarsi come avrebbe fatto un bambino normale, mi si lanciò contro.
Lo spadino puntato alla gola e con una forza inaudita, che un corpicino così non poteva contenere, mi gettò a terra, cadendo sopra di me e vidi i suoi occhi, stavano cambiando forma e colore, il nero dolce ed impaurito scomparve in una spirale, lasciano due fessure piccolissime e gialle, che mi fissavano con uno sguardo ebete e divertito, mormorai: < Astro…. Astro, alzati! >
Lui abbozzò un sorriso enigmatico e folle, posando la sua bocca sul mio orecchio: < Phoesia…. Sono qui! >
Poi mi diede un bacio freddo sulla guancia e s’addormentò sul mio grembo, tenendomi la mano.
Ero sconvolta.
Mi alzai lentamente senza svegliarlo, ma vidi con sollievo che il suo colorito era tornato normale ed era caldo sulle guance e sulle mani.
Lo portai ad un giaciglio e lo posai… ma chi era quel bimbo?
Silo mi aveva ingannata! Non poteva essere suo fratello!
Non apparteneva al mondo degli umani e neppure dei demoni… che creatura era mai adagiata sul letto di Acer?
La mia testa era piena di domande e confusione… decisi di aprire una finestra per prendere una boccata d’aria… ad un tratto sentii una voce roca dietro di me:
< Phoesia… eccomi Phoesia!! >
< Fatti vedere!! Non ho paura di te, chiunque tu sia!! >
Ma nulla uscì dall’ombra, tutto tacque.
“Phoesia”… questo nome rimbombava nella mia testa e pulsava come sangue… l’avevo già sentito pronunciare prima da Astro… eppure… eppure ricordava qualcosa… urla, sangue ed una spada.
Ma cosa succedeva adesso?
La testa cominciò a battere e portai le mani alle tempie, sedendomi a terra dal dolore… ma che succedeva?? Oh dea aiutami...


Cap. 3 - IL VIAGGIO

Il giorno dopo Astro si svegliò e vide la sua nuova “sorella” seduta sotto la luce del sole, ad affilare una lama già lucentissima.
La guardò bene, scrutando ogni dettaglio, era abbastanza alta, con un fisico slanciato e scattante, una chioma castana dai riflessi biondissimi, che quando muoveva in un gesto stizzito sembravano brillare di vita, notò che portava un amuleto al collo ed aveva una cicatrice lungo un indice, poi distolse lo sguardo, gli faceva male alla testa… non ricordava molto della sera prima, ma si sfiorò lo stomaco… non aveva neppure toccato cibo, quando si voltò vide Acer che lo fissava con i suoi occhi penetranti.
< Come hai dormito? > gli chiese senza smettere di guardarlo in quel modo strano.
< Bene, ma perché affili la spada? Cosa c’è oggi? >
Lei si alzò e fece roteare l’arma sopra la sua testa, chiudendola nel fodero con un gesto che doveva aver fatto miliardi di volte, poi s’avvicinò al piccolo.
< La colazione è sul tavolo, poi prendi le tue cose e seguimi, salirai sul cavallo, mentre io andrò a piedi >
Non aveva capito nulla… ma… era appena arrivato nella sua nuova casa che già doveva andare via di nuovo, perché?
< No, Acer, non voglio! >
L’amazzone si voltò di scatto e lo prese per il collo, facendogli balzare il cuore in gola dalla paura.
< Tu farai quello che dico io. Lo faccio per il tuo bene, credimi. E soprattutto ricordati di non chiamarmi mai per nome, in nessun caso! Ed ora avanti Astro! >
Poi lo lasciò, senza fargli il più piccolo graffio sulla pelle morbida e liscia da bimbo, come una leonessa che trasporta tra i denti affilati i piccoli, senza ferirli minimamente.
Camminavano già da qualche ora ed il sole era forte sopra le loro teste.
Astro era sudato, con la maglia appiccicata alla schiena, sobbalzato continuamente dal passo fiaccoso del cavallo nero, aveva caldo e tanta voglia di fare un bagno.
Stava per lamentarsi con la compagna di viaggio, quando si accorse che era davvero più ragionevole tenere la bocca chiusa, visto che c’era chi era messa peggio di lui, e procedeva con un carico sulle spalle, a piedi tra la polvere secca del mezzogiorno ma senza aprire parola o spostare lo sguardo dalla strada e dai pascoli lontani, sui quali danzavano mille luci di riflessi misteriosi.
Poi il sole decise di andare a dormire, e con la sua scomparsa apparve madre Luna, che tutti i cuori d’amazzone veglia e protegge, e culla voci di bimbi, e sonni di madri.
Guidati dai suoi bagliori i due viaggiatori sfiniti giunsero sulla costa a strapiombo di un grande lago, e tutto attorno ai loro occhi si aprivano voragini profonde, che sembravano arrivare alla tana di Lucifero.
Acer fece scendere dal cavallo il bimbo e lo trascinò verso una voragine, poi lo guardò negli occhi: < E' per il tuo bene, credimi >
Lo baciò in fronte e lo gettò nel buco infinito.


Cap. 4 - LA TANA DI NOCHYT

Gli si erano già gelate le lacrime quando giunse al suolo.
< Oh Dio…. Ma…. Respiro!! Non sono morto!! Ma dove sono? >
Tentò di muovere i piedi ma era incastrato in una specie di colla appiccicosa e viscida che lo stava risucchiando pian pianino, avvinghiandosi sulle gambe, per le braccia, fino sul collo… tirando la pelle fino a spezzarla, in cento piccole ferite… il bimbo non sentì poi più nulla… i suoi occhi si chiusero e la sua bocca, che però ora urlava rabbiosa si scatenò:
< Phoesiaaaaaaa!!! >
E le sue grida riecheggiarono fino a orecchie note, che attendevano in cima, alla luce viva della luna calante.
Non se lo fece ripetere due volte, e l’amazzone saltò nel buco stretto, fino ad arrivare a terra, vicino ad Astro.
Tirò fuori la spada e lo liberò dalla poltiglia viva, che si ritrasse, lasciandolo sanguinante.
< Sei qui… sei qui…. >
Poi cadde svenuto e venne la luce.
Più abbagliante di quella del giorno, la obbligò a chiudere gli occhi, ma scorse lo stesso un’ombra avvicinarsi e sollevarla, portandola in braccio fino ad un posto più fresco e sicuro.
Acer cercò con le mani la testa di Astro e se la posò sul petto, poi s’addormentò in un innaturale torpore.
Si svegliò in un lampo, e vide bene la forma di Nochyt, il giovane mago d’oltre mondo, il suo corpo perfetto ed i capelli neri, lisci e lucenti.
Le si avvicinò, sedendosi accanto al suo giaciglio e fissandola insistentemente… era uno sguardo ammaliante… l’amazzone aveva sentito parlare della sua capacità di attrarre le belle sirene per poi ucciderle e prendere le loro splendide trecce, che si dicevano magiche.
< Cosa vuoi da me, fanciulla?? >
La sua voce era più dolce del miele, ma non era questo che importava a lei.
< Sono qui per il bambino, le notizie sulle tue capacità riecheggiano per tutte le pianure, ed io ho bisogno di risposte >
< Non sono un indovino, piccola, mi ci vorrà un po’ di tempo… intanto tu e tuo figlio potreste alloggiare da me! >
Acer stava morendo di rabbia per il modo in cui Nochyt la stava trattando.
Lei non amava quel tipo di uomini sbruffoni!
Ma invece di tirare fuori la spada e minacciarlo di strappargli la lingua, disse semplicemente: < Non è mio figlio. Va bene, resteremo qui >
E si girò verso il bimbo, senza degnare più il mago di mezzo sguardo, sentendo però ancora i suoi occhi puntati addosso ed il suo fiato caldo sul collo.
Astro si svegliò improvvisamente…
< Dove… dove siamo? >
Acer gli prese una mano e la strinse.
< Al sicuro… siamo al sicuro >
< Ma perché siamo qui? >
< Lo saprai molto presto… ma adesso riposa, ti sveglierò tra breve, recupera le energie… ti serviranno >
Lui sorrise ed aggiunse ancora una cosa, prima di cadere in un sonno tranquillo: < Sapevo che mi avresti salvato, amazzone >
Acer sorrise leggermente e s’appoggiò alla spada, attendendo che succedesse qualcosa…
< Vieni, ora è il momento tu sappia tutto >
Era Nochyt, sull’uscio, con una veste lunga ed argentata.
< Ma… il bambino? >
< Il suo momento è giunto ancora molte lune fa…. Adesso è il tuo >
E lei lo seguì.


Cap. 5 - LA VERITA’

Si sedettero l’uno davanti all’altra in una stanzetta buia che odorava di erbe aromatiche, lui sembrava ancora più bello sotto quella luce soffusa, ma l’amazzone non voleva farsi abbagliare… il suo sesto senso le diceva di diffidare di quell’uomo ingannevole.
< E' tempo che tu sappia tutto… una storia di alcuni secoli fa… la storia di Phoesia, di Marcos e del loro figlioletto… >
< Siryo > esclamò la ragazza, con gli occhi aperti ma senza espressione, come persi in un sogno.
< Allora ricordi… ricordi tutto? > chiese il mago, ridendo malignamente.
< Ricordo… le carezze di un uomo… le trecce bionde di una donna… ma si… le mie trecce… poi un figlio dagli occhi cerulei… Siryo, tanto amore… poi il mio adorato uomo… con una spada in mano contro la creaturina indifesa… il suo pianto, le mie urla… poi il buio…non so, sono andata a dormire… >
Gli occhi di lei si riempirono di grosse lacrime… lei che non aveva mai pianto di fronte a nulla… ma non era Acer, l’amazzone di Gana, era qualcun altro.. una donna impaurita.
< No, non sei andata a dormire, tu sei morta > disse il mago, serio e pacato.
Lei s’alzò, in preda al terrore: < Ma no, ti sbagli! Ho rifatto i letti… poi ho sellato il cavallo per mio marito… ti sbagli, non posso essere….essere >
Si lasciò cadere a terra e Nochyt s’avvicinò, prendendole la guancia e sussurrando: < No, no Phoesia… ti ho proprio uccisa, trafitta con la spada, con un colpo che non era destinato al tuo cuore! Da quel giorno tuo figlio ti ha cercato per mari e monti… ed ora ti ha trovato… ti ha trovato!! >
Lei s’issò in piedi ed urlò con quanto più fiato aveva in gola… l’urlo delle madri e delle mogli disperate…
< Marcos!! Tu volevi uccidere nostro figlio!!! Assassino!!! >
< Madre!! Madre sono qui! >
Si girò verso la porta e vide Astro, con gli occhi gialli in due fessure ma con un viso questa volta raggiante, correre verso di lei.
S’abbracciarono e baciarono teneramente, in interminabili istanti.
Poi una luce squarciò il soffitto e dai corpi dei tre esseri umani fluirono via voci e anime fredde di spiriti che avevano vagato troppo a lungo e che adesso chiedevano pace.
Poi il mago, l’amazzone ed il fanciullo caddero addormentati.


Cap. 6 - IL RISVEGLIO

Le gocce di pioggia fecero aprire gli occhi di Astro, e gli diedero la forza di alzarsi.
Ad un tratto un giovane uomo ed un’anziana donna s’avvicinarono.
< Silo, Madre! Ma… perché vi siete allontanati così tanto? >
Ed il giovane guerriero rispose: < Le more più grosse sono là sull’albero alto, e mamma voleva che mi arrampicassi, ma ci servi tu, cavalletta, per salire così in alto, muoviti zuccone! >
I due si misero a ridere, e la mamma li abbracciò stretti…… quasi quanto il freddo che abbracciò il corpo di Nochyt, seduto su un masso in riva al mare, attendendo giovani sirene, poi si disse, sorridendo:
“Accidenti, mi ero addormentato? O cosa? Da quanto sono qui? Eh, non sono più il mago di una volta!! Eheheh”
< SIRYO! >
Acer invece si svegliò urlando questo nome, tra la rugiada del bosco dietro la Kioskas.
“Siryo? E chi è???”
L’amazzone di Gana alzò le spalle, e riprese la via verso casa, mentre la luna in cielo rideva, guardando i sentieri degli uomini incontrarsi e poi dividersi, in un soffio di vento.

 

Acer

     
     

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