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Tahar sconfigge Agwulf

 

Era l'alba e quella fitta nebbia non lasciava vedere oltre alcune decine di metri, nonostante tutto intorno l'erba e gli alberi splendevano della luce limpida e pura del mattino.
Riuscivo a salire con difficoltà i sentieri ripidi e dissestati che seguivano il corso di rivoli e fiumiciattoli costellati di pietre e muschi.
In quel cammino vidi poco distante da me un cerbiatto, molto frequenti in questi luoghi, abbeverarsi: la vista della calma e della nobiltà di quell'animale servì a placare la tensione per lo scontro che di lì a poco mi avrebbe impegnato contro uno dei celebri Dragoni di Dulkar, un corpo di esploratori - come il mio in fondo - esperti nella guerriglia oltre le linee nemiche.
E proprio questa loro esperienza li rendeva avversari formidabili nelle arti militari e negli scontri... Proseguii per quei sentieri nel folto della foresta, fitti di nebbia, e dopo poche decine di minuti arrivai in un punto in cui gli alberi e il sottobosco si diradavano: lì avrebbe dovuto aspettarmi il mio avversario, tuttavia fra quella nebbia fitta non riuscii a scorgere nessuno.
Sguainai la mia spada ricurva e affilata come l'artiglio di un drago dal fodero, aspettando il mio avversario... in quel momento, feci qualche passo avanti, ma sentii l'aria sfrecciarmi sul viso e spalancai gli occhi: la freccia di un arco si era infilata nella corteccia di un albero davanti al mio viso!
La freccia vibrava davanti ai miei occhi: mi aveva di proposito mancato il viso di pochi centimetri per andare a sbarrarmi il cammino in quel punto.
Mi girai e vidi fra la nebbia la sagoma del mio avversario.
"Fermati, Tahar di Mornegambe - mi disse - sono qui!".
Un tiro del genere con quella nebbia era senz'altro degno di un arciere esperto, e senza dubbio aveva lo scopo di spaventarmi e far crollare il mio sangue freddo.
Agwulf lanciò a terra l'arco ed impugnò una spada pesante e minacciosa: aveva attorno a sé un'aura di ferocia spaventosa.
Indossava una robusta corazza di piastre ed un elmo completo con corna minacciose, e dai suoi occhi traspariva un'espressione rude e cruenta, quasi demoniaca!
Il mio avversario mi corse incontro furioso sollevando la sua spada, per fracassarmi la testa ed abbassò con violenza la lama, ma si andò a scontrare con la mia spada... riuscii con molta difficoltà a contrastare la forza di quel colpo, quasi mi cedette il braccio per lo sforzo.
Un fendente come quello di Agwulf avrebbe tranciato di sicuro la lama di una spada comune, ma non la spada di mio padre Uther di Mornegambe!
Feci scivolare la lama della mia spada lungo quella di Agwulf creando uno stridio fastidioso e scintille incandescenti che disturbarono il mio avversario, e poi buttai la spada del mio avversario su un lato, accompagnandola a terra e schiacciandola sul terreno con forza.
Sollevai con forza la mia spada da sopra quella di Agwulf in direzione della sua testa.
Il Dragone di Dulkar vide quel movimento fulmineo ed evitò il colpo piegandosi indietro, indietreggiando qualche passo, lasciando necessariamente la presa sulla sua pesante spada che venne abbandonata sul terreno.
"Bravo, ragazzo! Mi hai disarmato, ma quella non è l'unica arma che ho!"- disse, a qualche metro ormai di distanza da me, ed estrasse un'arma strana e particolare: assomigliava ad un machete, ma aveva la lama leggermente piegata verso la parte affilata, come una falce.
Mi si avventò contro tentando di mozzarmi la testa orizzontalmente, proprio come se stesse usando una falce su delle spighe di grano... parai il colpo, ma Agwulf girò la lama e tirò l'arma verso l'esterno, all'incontrario di come aveva tentato di colpirmi... capii la funzione di quella lama curva verso l'interno, agganciare come un uncino!
La mia spada mi venne strappata di mano e volò verso gli alberi a vari metri di distanza.
Ero disarmato e mi sentivo sciocco: la risata del mio avversario echeggiò in quell'elmo metallico e tenebroso.
Mi si avventò nuovamente contro ed indietreggiai per evitare la lama ricurva, poi ancora e ancora, indietreggiando... finchè la mia schiena non si trovò a sbattere contro il tronco di un grosso albero!
Mi si avventò nuovamente sicuro, per mozzarmi la testa, ma riuscii a scansare il colpo e la lama penetrò nella corteccia dell'albero dietro: ne approfittai, gli mollai un calcio in direzione del ginocchio, che si piegò e portò la sua testa rinchiusa nell'elmo all'altezza del mio gomito.
Crollò.
Gli misi un piede sulla spalla e lo saltai, correndo in direzione della mia spada fra i cespugli: ma egli fu veloce e si girò verso di me, impugnando nuovamente quella sua strana arma e venendo contro di me.
Afferrai velocemente la spada e mi girai verso Agwulf cercando di colpirlo in un movimento unico, orizzontalmente, sfruttando la spinta della sua corsa verso di me: la mia spada gli penetrò la corazza e vidi un lungo schizzo di sangue bagnare l'erba circostante.
Il colpo era violento, ma l'armatura del Dragone era spessa e robusta, per cui la mia spada non affondò più di tanto nel corpo del mio rivale.
Nonostante tutto portò a compimento quel suo colpo, non riuscendo a raggiungere la mia testa, ma squarciandomi la spalla, quasi fino all'osso.
Ero inginocchiato e mi buttai contro di lui per spingerlo indietro di qualche metro: la mia spalla sanguinava vistosamente e il sangue colava sul braccio e sulla mano che impugnava la spada... la presa sull'elsa era ormai incerta e tremolante.
Una distanza di un paio di metri ci separava ed entrambi ansimavamo vistosamente, più per la tensione e le ferite che per lo sforzo.
Strinsi l'elsa della spada e andai contro Agwulf, con una ferocia e una violenza estranee al mio carattere e sferrai un colpo per tranciare ogni cosa si fosse trovata nella traiettoria della mia spada: il mio rivale usò la lama del suo machete ricurvo per parare quel fendente... una buona metà di quell'arma volò in aria e andò ad infilarsi nel terreno di quell'oscura e nebbiosa foresta.
Agwulf vide sorpreso la lama della sua arma spezzata dalla violenza del mio colpo e dalla resistenza della spada di mio padre.
"E' incredibile, la tua spada ha tranciato una lama spessa due dita! Di sicuro non è un'arma comune!"
"Ho sentito dire che anche la tua spada è molto resistente e forgiata da mani che non sembrano umane - risposi - Allora raccoglila e combattiamo ancora!".
A queste parole Agwulf si avvicinò a me con calma ed io non reagii, non sapendo cosa volesse: con una mano strinse con forza, quasi come se volesse strizzarmi, la mia mano sull'impugnatura della mia spada.
"Non ho bisogno della mia spada di Godor - aggiunse furioso - per battere un avversario come te!"
Cercai di muovere la mia spada, ma la sua presa aveva una forza che non riuscivo a contrastare: mi sferrò un pugno sul ventre che mi fece mancare il respiro e poi un secondo, finchè non mi accasciai in ginocchio al suolo stringendomi lo stomaco.
Prese lui la mia spada, la girò e la infilò nel terreno di fronte a me per almeno venti centimetri, poi si girò e disse camminando:
"Non sottovalutarmi, Tahar di Mornegambe! Non ho bisogno che tu mi dia il permesso di andare a riprendere la mia spada e soprattutto non voglio i tuoi favori".
Tra un respiro affannoso e l'altro mi sollevai, finalmente ripreso e dissi singhiozzando:
"Se ti ho offeso, scusami. Ma se tu adesso non vorrai riprendere per orgoglio la tua spada... sarò io a non utilizzare più la mia!"
A queste parole il Dragone di Dulkar si girò verso di me e si tolse l'elmo minaccioso ed ormai incrinato mettendolo sottobraccio: il suo viso era quello di un guerriero cresciuto fra i campi di battaglia o nelle tende dei mercenari, con segni e cicatrici che gli conferivano un'aria minacciosa e virile.
Gettò l'elmo a terra e venne ancora verso di me.
Gli sferrai un violento pugno in direzione del viso: alzando il braccio Agwulf parò il colpo e ne sferrò uno lui a me.
Mi colpì e la forza del suo colpo mi fece girare la testa e indietreggiare: al primo pugno il mio avversario ne fece seguire un altro verso il busto e poi un terzo al viso.
Caddi a terra tramortito e percosso: il mio corpo sudava e tremava per il dolore dei colpi.
Mentre ero a terra mi sferrò un calcio e poi un altro, finchè non urlai dal dolore e feci con incertezza qualche passo per allontanarmi da lui.
Mi rialzai in piedi: avevo il viso sanguinante e dolorante, mi mancava il fiato, le gambe mi tremavano e probabilmente uno dei colpi mi aveva incrinato qualche costola.
"Ormai hai perso, Tahar! - disse - non riesci neanche a reggerti più in piedi!"
A quelle parole vane e fuori luogo, diedi una violenta pedata per terra per sollevare del terreno verso il mio rivale, che si distrasse per proteggere gli occhi.
In quell'istante corsi verso di lui, gli diedi addosso e lo colpii con un violento pugno al viso, ed un secondo, e un terzo.
Nonostante la portata dei colpi al viso sembrava reggersi in piedi: con tutto il mio impeto lo spinsi il più forte possibile.
Fece alcuni passi indietro barcollando prima di perdere del tutto l'equilibrio e cadere violentemente a terra, facendo un gran rumore per l'armatura metallica che indossava.
"E tu, adesso? Siamo pari - risposi - forza, alzati, Dragone di Dulkar, e finiamo questo scontro!"
Agwulf si rialzò sulle ginocchia ed a fatica si rimise in piedi.
"Maledetto bastardo!"- mi insultò e si girò verso la sua spada per raccoglierla e, vedendolo, feci altrettanto.
Eravamo ancora tutti e due con in pugno ognuno la sua spada dalla fama truce e misteriosa, coperti di segni e lividi, terra e sangue.
Il mio avversario mi si lanciò contro cercando di trafiggermi con la sua spada, ma riuscii a scansarla ed a ferirlo ad un fianco in un movimento unico.
Si girò roteando la sua spada verso di me ed ancora feci un balzo indietro per evitare la forza del suo attacco, aveva il corpo scoperto davanti a me: affondai la punta della mia spada nella sua spalla destra, quasi trapassandola.
Fu costretto a mollare la presa e la sua spada, cadde ancora con le ginocchia a terra, ma ormai lo scontro era pressochè concluso: Agwulf era capace di reggersi in piedi solo con la sua forza di volontà, aveva perso una gran quantità di sangue che ora era lì, fra gli alberi e in quel terreno fangoso.
A questo punto sollevai la spada, minacciando il Dragone di Dulkar di arrendersi perché avrei potuto mozzargli la testa... ma ormai quelle parole erano del tutto inutili: non rispose, ma i suoi occhi sporchi di terra e sangue ruotarono nelle orbite e il mio avversario crollò a terra tramortito ed incosciente. Ansimavo profondamente ed il mio corpo era del tutto dolorante: mollai la presa sulla spada e mi strinsi la spalla.
Constatai un profondo squarcio e mi toccai il viso e il busto per constatare i danni di quei violenti pugni... non avrei resistito molti altri minuti senza perdere anche io conoscenza, in quello stato.
Nella penombra vidi avvolta nella nebbia la figura di un uomo avvolto in una tunica e con un lungo bastone nodoso, con al seguito un cavallo su cui caricammo il corpo di Agwulf e proseguimmo per la strada di ritorno verso la kioskas di Klivia.
Lo stregone, incaricato dalle madras di seguire lo scontro e curare le nostre ferite, mi porse uno zaino di cuoio: all'interno vi era ogni sorta di unguento e garza con cui iniziai a curare le ferite mie e del mio avversario.

Tahar

 

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