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 Dardel sconfigge Hashepsowe

 

"Maledizione! Che puzza schifosa che fa"
Quasi come se avesse capito quello che ho mormorato fra me e me, Bobbi alza il muso verso il suo padrone; da sotto i ciuffi di pelo color crema che gli ombreggiano il muso mi guarda in cagnesco, come a volermi ricordare che non è certo colpa sua se ultimamente non ho avuto tempo di lavarlo.
"Lo so Bobbi, lo so... con questa storia della Pugna ti ho un po' trascurato ultimamente"
Allungo una mano e gli faccio una rude carezza tra le orecchie, strappandogli un guaito di piacere.
"Ciò non toglie, comunque, che puzzi! Potevi anche venire a farti un bagnetto nel Kruill"
Ho parlato troppo, infatti il peloso botolo degli Esploratori di Vulcar si alza e, con fare sdegnoso, scende la scala che ci ha portato sulle mura e scompare nelle stradine della Kioskas.
Malinconicamente alzo lo sguardo al cielo infuocato dal tramonto... la grande palla rossa che è diventato il sole si sta coricando in un letto di nubi accese dal bagliore dell'astro infuocato; raggi solitari, splendenti ricordi del giorno trascorso, filtrano attraverso il soffice strato di nuvole come lucenti lame che fendono un corpo inerme.
I campi e la foresta contornanti la città - fortezza in cui noi tutti viviamo sono incendiati dalla rossa luce che ruscella dai rari squarci che si aprono nei vapori, respiro del nostro mondo, lentamente ascendenti verso gli astri.
Ancora più in basso, adagiata sul fondo del mondo a me visibile, giace la Kioskas di Kolise, un intrico di vicoletti e stradine interrotto saltuariamente da una piazza o da un ampio incrocio; le ombre avanzano strisciando tra le casupole, conquistando sempre più spazio alla luce che si ritira sempre più verso la piazza centrale, verso la splendida fontana che la domina, quasi una splendente fortezza dai bastioni di marmo e alabastro da cui il giorno tenterà un'ultima, disperata ed eroica difesa contro la notte avanzante.
Il rosso, il colore del sangue e della vita, e il nero, il colore della notte e della morte, dominano il paesaggio, si affrontano senza pietà sulla sottile lama di luce che segna la linea di confine tra di essi e che, inesorabilmente, si sposta sempre più in alto, cedendo posto all'oscurità, al freddo della notte, alla... morte.
Perversamente, implacabilmente, Arcano ci mostra ogni sera una replica di quello che sta succedendo: una disperata lotta tra vita e morte, tra luce e tenebra, tra l'Imperatrice e Ylea... una lotta in cui noi tutti, Guerrieri, Amazzoni, Esploratori, Sacerdotesse e Maghi siamo la lama di luce che disperatamente contrasta l'oscurità inesorabilmente avanzante... ma come dopo la notte viene il giorno, così noi poi risorgeremo più forti che mai e, nel pieno del nostro fulgore, scacceremo i nostri nemici dalla nostra terra!...
Ma... a cosa serve tutto ciò?
È solamente una lotta senza fine, nessuno potrà mai prevalere definitivamente... dopo la notte viene il giorno, ma ad esso seguono nuovamente le tenebre; tutto il sangue che versiamo, tutte le nostre fatiche, tutto il nostro impegno... sono sprecati.
La nostra opera non durerà, le nostre conquiste non serviranno a niente, siamo dunque destinati a combattere in eterno, subendo i ciclici ed inevitabili rovesci che il destino ci impone?
L'oscurità si sta facendo strada al mio interno, lo sconforto, la disperazione... non trovo la forza di reagire, troppo dolore, troppa stanchezza, troppo senso di vuoto, di inutilità.
Mi alzo e mi dirigo verso la scala che mi ha condotto, qualche ora fa, sui camminamenti delle mura.
Scendo lentamente i gradini e mi immergo nella penombra che ormai regna nelle strade della Kioskas.
Ben pochi sono i suoni che giungono alle mie orecchie: un rumore di stoviglie da una casa, il leggero suono di un flauto da un'altra, risate dal comando degli Esploratori di Vulcar; sulla porta, illuminato dalla calda luce proveniente dall'interno, scorgo Kronall che tranquillamente osserva l'esterno; a quanto pare i miei vestiti neri e le scarpe leggere funzionano, infatti l'Esploratore non si accorge del mio passaggio e si volta per rispondere ad una battuta.
I rumori casalinghi si affievoliscono per lasciare il posto al lieve cinguettare degli ultimi uccellini rimasti nella piazza antistante il Tempio; il sospiro di due innamorati accompagna per un attimo il secco battito di zoccoli del cavallo di un guerriero.
Continuo lentamente nel mio cammino verso la Piazza centrale.
Non so dove possa essere Hashepsowe e non ho voglia di cercarla; se mi vuole, mi troverà seduto sul bordo della fontana.
Combattere... combattere ancora, mi sembra di non fare altro... sempre, sempre combattere, se non per davvero e per salvare la propria vita, per dimostrare di essere il migliore, ma il migliore in cosa?
Nel togliere la vita agli altri?
Nel difendere l'Imperatrice?
Nel massacrare i ribelli?
Quello che faccio è davvero giusto?
Ha davvero senso?
Sono davvero un valoroso combattente... o sono solo un efferato assassino?
Il dolce profumo delle magnolie e dei ciliegi in fiore pervade la fresca aria della sera, ma io non lo sento neppure, sprofondato nei tetri pensieri che si agitano nella mia anima.
Giungo finalmente alla mia destinazione, la grande piazza centrale della Kioskas.
La Taverna del Drago Verde, la fontana, gli alberi, tutto qui ricorda momenti lieti e dolci, divertenti e spensierati... perché ho scelto proprio questo luogo per lo scontro che avverrà questa sera?
Ma ci sarà poi davvero uno scontro?
Non dubito che Hashe saprà trovarmi e che sarà pronta a battersi, ma io... io sarò pronto?
Troverò la forza, la volontà per alzare ancora la spada contro un mio simile, o anche solamente per pensare di fare del male?
Saprò ancora essere un combattente?
Non lo so... ora come ora vorrei solamente arrendermi, arrendermi all'inevitabilità del destino, all'inevitabilità della vita, all'inevitabilità della sconfitta, all'inevitabilità della morte, all'inevitabilità dell'oscurità.
"Vieni avanti Hashepsowe, lo so che mi stai guardando."
Dall'oscurità si stacca una flessuosa figura vestita di rosso e porpora, i colori dei due Sentieri mischiati in egual misura nel vestito della Somma Sacerdotessa.
Con movimenti aggraziati e armoniosi Hashe avanza verso la fontana sul cui bordo, seduto, c'è La Prima Guida degli Esploratori di Vulcar che la aspetta.
Mi alzo e muovo due passi verso di lei.
Fermi, a pochi metri l'uno dall'altra, le due figure si affrontano.
L'una oscura, robusta e al contempo esile, coperta di nero, unici segni di luce sul suo corpo l'argenteo bagliore della spada e il biondo dei capelli, mossi dal leggero vento che si è alzato.
L'altra luminosa, aggraziata ed energica, rivestita di rosso e porpora, circondata da un lievissimo alone di luce perlacea.
"Cos'hai? Non sembri tu, questa sera."
Hashepsowe mi guarda con aria interrogativa.
Lentamente estraggo la spada e, sommessa come il fruscio dell'acciaio contro il cuoio e oscura come la notte senza stelle, la mia voce risponde.
"Sai bene cos'ho, la mia mente non è certo un segreto per la Somma Sacerdotessa, soprattutto quando i poteri della Dea le permettono di scrutare i pensieri degli altri"
Per un attimo la sorpresa compare sul bellissimo volto, un volto per cui uomini hanno ucciso e sono morti.
"Da quanto lo sai?"
Con un movimento fluido ed equilibrato mi metto in guardia, stringendo nella destra la spada e nella sinistra il pugnale.
"Da pochi minuti"- Rispondo con un sussurro -"Da troppo tempo ho imparato a nascondere i sentimenti che non voglio mostrare, anche le persone che mi conoscono da più tempo non riescono a capire cosa provo, se io non lascio che lo capiscano."
Muovo un passo in avanti, la mia voce si abbassa ancora, ormai è solamente un filo di tenebra che striscia nella semioscurità che pervade la piazza: "Solo potendo leggere nella mia mente potevi capire che oggi non sono io"
Non è più tempo per le parole, non più il momento per i discorsi pacati.
Siamo giunti al confronto.
L'unica cosa che esiste è la persona che ci sta davanti.
Non ci è nemica, non ci vuole veramente fare del male, ma se vogliamo procede dovremo vincerla.
Forse sono questi i pensieri che attraversano la mente della mia avversaria.
Di sicuro non sono quelli che attraversano la mia.
Tutto il mio corpo è teso, pronto a scattare... ma la mente non è con esso.
Non riesco ad emergere dall'abisso in cui sono sprofondato, i tentacoli del dubbio, della disperazione mi stringono e io non ho la forza di vincerli.
Mi osservo mentre scatto verso Hashepsowe, la spada, lucente saetta di morte, puntata verso il cuore della Somma che scatta di lato evitando di pochi centimetri la mia crudele compagna.
Il pugnale incontra solamente un brandello di vestito e uno sbuffo d'aria, il suo bersaglio è già lontano.
Mi fermo e mi volto verso la donna che mi fronteggia.
Non c'è ansia, non c'è preoccupazione sul suo volto, solamente una grande concentrazione.
So che non ce la farò.
Non ce la posso fare.
E anche se ce la facessi, a cosa servirebbe?
Le dita stringono convulsamente le armi, pulsando, fremendo.
Lunghi anni di addestramento e pratica hanno insegnato al mio corpo come comportarsi nel combattimento.
Con uno sforzo immenso allento la presa sulla spada e il pugnale che, lentamente, cadono a terra.
Il clangore metallico risuona secco nella piazza deserta.
Il pugnale rimbalza e poi si posa, innocuo pezzo di acciaio, sul selciato.
Alzo lo sguardo verso Hashe, allargo le braccia e mi lascio andare.
Rabbia, disperazione, angoscia, dubbio, dolore, terrore.
Un flusso oscuro, tentacolare, strisciante, ossessivo, che inarrestabile fluisce dalla mia mente.
Il mio sguardo si oscura, barcollo sotto l'onda di sentimenti che mi travolge, le mani si contraggono, il respiro si fa corto.
Davanti a me la Somma Sacerdotessa si ritrae, sconvolta dall'impatto con tanta tenebra, il sudore scende dalla sua fronte mentre cerca di resistere, di non cedere, di arginare la marea.
Per un attimo sembra riuscirci, poi crolla al suolo.
"Basta, basta, BASTA!"
Prima solo un sussurro, poi un urlo che riecheggia e rimbalza nella piazza fino a morire nell'aere fosco che ci circonda.
"Smettila, mi arrendo se é questo che vuoi, ma smettila!"
Lentamente, tormentosamente, combattendo contro gli impulsi che mi spingono a non fermarmi, riprendo il controllo della mia emotività.
Barcollando mi avvicino ad Hashe e la aiuto a rialzarsi.
La guardo mentre tremante si siede sul bordo della fontana e respira a fondo.
"Non era questo che volevo... ma grazie lo stesso"- Rispondo amaramente.
Lei mi guarda a metà tra il divertito e il triste, poi rivolge lo sguardo dietro di me.
Mi volto chiedendomi cosa fissa e lì, davanti a me, scodinzolante e peloso, rivedo Bobbi.
"Ringrazia lui, se non fosse stato per la sua puzza avrei resistito."
Rido.

Dardel

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