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All'alba: Kolise

I - L’ultima notte, prima dell’arrivo

La notte aveva steso il suo manto sulle lande del mondo da molto tempo ormai e nonostante le buone notizie che mi erano giunte grazie all’acuta osservazione della mia aquila Hirilonde, alla fine di quello che si era rivelato un viaggio più duro del previsto, i miei occhi non riuscivano a chiudersi: l’ansia di qualcosa di imprevisto scorreva come una goccia gelida sul profilo del mio cuore.

La brace stava man mano morendo nel cerchio di pietre che aveva contenuto, solo poche ore prima, il primo grande fuoco scoppiettante fino a quel momento: non c’era più bisogno di nascondere il mio cammino nelle lande a tratti deserte e glabre e a tratti boscose delle terre del sud, quando, forte nel silenzio delle tenebre, si era levato il grido di Hirilonde, al ritorno dalla sua avanscoperta, e il suo profilo imponente copriva, in volo, l’ampiezza della luna piena.
Rinvenni completamente dal mio torpore e alzai lo sguardo al cielo e subito drizzò in piedi il mio fedele compagno lupo, Glanhir, ma pensieroso notai l’assenza di Daeron.
Dove poteva essere il mio orso in quel momento così importante di notizie che giungevano?
Chiamai Hirilonde e le sue ali disegnarono nel cielo ampie evoluzioni fino a che si posò preoccupato sul ramo rinsecchito, più basso, dell’enorme faggio sotto cui avevo sistemato il mio bivacco.
Gli occhi dell’astuto animale sembravano essere terribilmente preoccupati, affilati di acutezza tanto quanto il suo becco.
- Siamo a sole cinque ore da Kolise mio buon amico – disse... poi, quasi si fosse schiarito la gola, continuò - ma sono qui per recarti notizie ben più preoccupanti: a solo mezz'ora da questo punto i nostri più acuti nemici, a quanto pare, sono riusciti a fiutare la tua presenza, corrono accaniti in questa direzione confondendosi con le ombre e portano con loro un macabro regalo per te... dovessi cadere nelle loro grinfie, lo porranno come un trofeo a fianco della tua testa. -
Guardai Hirilonde preoccupato, ma la mia evidente espressione interrogativa non servì a far aggiungere altro a quello che aveva già detto.
Glanhir rizzò le sue orecchie e abbassò il muso per fiutare qualche traccia sottovento, ma non riuscì ad avvertire nulla e chiese:
– Ma non puoi dirci almeno quanti sono?-
- Sono tre – rispose l’aquila - e sono accompagnati da un falco bendato, devo ringraziare quest’ultimo particolare, se non hanno potuto avvertire la mia presenza… uhm.. ma questo mi preoccupa: se non hanno pensato di mandarlo in avanscoperta, o conoscono bene me, o sanno perfettamente dove siamo.-
Mi preoccupai ancora di più, conoscevo la natura dei nostri inseguitori, erano dei mastini, segugi di razza semiumana che vivevano tra le montagne rocciose molto più ad est del villaggio dove avevo lasciato la mia cara amica Imoen e… sono mercenari… mi rivolsi a Hirilonde:
- Chi ha ingaggiato quelle belve inumane e perché? –
Ma non ebbi nessuna risposta.
Ma, all’improvviso, la nostra conversazione fu interrotta bruscamente.
A circa cinquanta piedi da noi si sentì un violento spezzare di rami e un enorme fruscio nei cespugli lì vicino, sguainai la mia spada e Hirilonde si tese pronto a spiccare il volo.
– Calmi, calmi – rise con la sua voce grossa e cavernosa l’orso – sono io, Daeron. –
L’atmosfera si fece meno tesa.
– Maldestro di un orso – urlai, ma sorrisi compiaciuto di rivederlo.
– Ho notato anch’io quei tre cani di segugi, che avete intenzione di fare, tutti voi sapete che quelle bestie fameliche non hanno pari per forza e malvagità e conoscono molto bene l’ambiente in cui si muovono, almeno quanto il nostro buon Glanhir – e grugnì, visibilmente preoccupato – che hai intenzione di fare, Thor?-
- Penso che li aspetteremo, sebbene le mura delle Kioskas potrebbero offrirci un riparo dalla loro incursione… li aspetteremo per ucciderli, non posso permettere di mettere in pericolo la tranquillità già troppe volte minacciata di quelle terre…-
Riflettei un attimo, sembrava che il mio cuore conoscesse gli Hammers molto più di quanto pensassi... del resto, era stato il mio desiderio più forte raggiungere quel popolo fiero e far parte delle loro schiere.
– Voglio che voi ed io attraversiamo le porte di Kolise come i saggi e valorosi avventurieri che siamo e non metterò a repentaglio la vita di nessuno .-
Gli altri annuirono mostrandomi tutta la loro comprensione.
- Gli prepareremo un agguato, malgrado la loro forza e malvagità sia enorme, affinché da meschini cacciatori diventino prede .-
Riposi il bivacco nella sacca, lo legai alla sella di Falstaff e salii in groppa al mio cavallo.
Ci dirigemmo tutti, a distanza di una ventina di passi l’uno dall’altro, più avanti in direzione di Kolise, mentre Hirilonde scrutava il nostro cammino dall’alto.
Viaggiammo tre ore, senza fermarci.
– Ecco - disse l’aquila dall’alto - ho trovato un posto che fa a caso nostro, è più avanti coperto dalle felci, sarà una bella sorpresa per i mastini .-
Mancavano solo due ore all’alba, il cielo aveva ridisegnato il suo colore di un blu violento e acceso di luce, Kolise era a meno di un’ora a cavallo da quel punto.
Dovevamo fare in fretta.
Sistemai parte del cinghiale che avevo ucciso la sera prima all’interno di una delle capanne dimesse che mi aveva indicato Hirilonde, preoccupandomi di posizionarlo in modo che il vento spandesse il suo odore e dissi ai miei amici di sistemarsi, in cerchio, intorno al perimetro del luogo cosicché avessero potuto permettere ai mastini di raggiungere la capanna ancor prima di rendersi conto di essere circondati nella loro trappola.
Attendemmo pazienti il loro arrivo, mentre i miei occhi abituati ormai alla notte scorgevano distintamente i miei compagni.
Ci fu un rumore violento di zoccoli e, man mano che si avvicinavano, le urla perverse miste ad odio dei mastini si facevano più violente, il mio cuore rabbrividiva ma la mia mano era ferma sull’impugnatura della mia spada.
Seguirono lunghi attimi di silenzio interrotti solo ogni tanto dai suoni furtivi degli animali notturni.
Quando arrivarono nella radura vicino alla capanna, le prime luci dell’alba rischiararono sui loro volti all’improvviso silenziosi, ma i loro lineamenti malvagi, la scurezza dei loro visi e la bestialità che sembrava vaporosa intorno ad essi come un'aura malefica, bastava più di ogni suono o parola a valutarne la pericolosità.
I loro cavalli sbuffavano stanchi dalle narici e l’aria diventava vapore a contatto con l’atmosfera gelida del mattino.
Sentii sussurrare qualche parola simile a grugniti e notai inorridito che non c’era il falco con loro. Istintivamente guardai in direzione di Hirilonde ma non ne scorsi il profilo.
Lo stratagemma del cinghiale non aveva funzionato, non avevamo attirato il falco nella trappola e capii che i mastini cercavano il mio odore adesso, e nessun altro.
Mi sistemai meglio, sottovento, cercando di non far rumore, mentre pensavo che quei bastardi non si avvicinavano e in più il loro falco dagli artigli avvelenati poteva essere dovunque pronto a colpire.
All’improvviso si udì un rumore violento, Daeron si era avventato su uno dei cavalli dei mastini stringendolo in una morsa mortale, sperando di disarcionare il suo cavaliere e a quel punto io e Glanhir ci gettammo nella mischia.
I loro colpi vibravano nell’aria violentemente alla ricerca del bersaglio, mentre le loro bocche intonavano le loro agghiaccianti urla di guerra.
Daeron era balzato su uno di essi e ne afferrava con un morso il collo muscoloso, cercando di spezzargli l’osso, Glanhir era alle prese con il secondo e ora il terzo, quello che sembrava essere il loro capo, allargava le sue orride braccia tendendo in ogni mano un arma nella mia direzione e gridando di rabbia.
Mi buttai verso di lui prima che avesse finito quel gesto di sfida, e prima che potessi evitarlo un fendente mi raggiunse al braccio lacerandomi la carne e facendomi socchiudere in lacrime gli occhi dal dolore.
Caddi a terra e vidi il falco gettarsi violentemente sul corpo di Glanhir e fendergli la schiena con un colpo di artiglio mentre il mastino con cui stava lottando si avventò su di lui per finirlo.
Mi rialzai colmo di rabbia e feci brillare la lama della mia spada al riflesso dell’alba prima di calare un fendente mortale sul cranio del mio avversario, cadde a terra ucciso e mi avventai sull’assalitore di Glanhir mentre Hirilonde, appena sbucato tra i rami, spezzava il collo del falco con il suo becco possente.
Daeron finì l’altro e per un attimo ci fu una calma surreale, solo il ringhiare quasi sibillante di Glanhir accasciato a terra scuoteva quella calma piatta.
Mi avvicinai al mio amico e cercai di studiarne la ferita mentre chiedevo a Hirilonde perché mai era giunto solo adesso e mi rispose che era stato un bene, ma poi guardò il corpo tramortito del lupo e un velo di tristezza gli annebbiò gli occhi.
Rialzò lo sguardo e disse:
- …Ho dovuto farlo, all’ultimo momento ho notato che due di quei maledetti rapaci velenosi erano in volo sulle vostre teste, ogni mastino ha un falco a quanto pare, e volevano farci una atroce sorpresa, ma non intravedevo il terzo. Ma – aggiunse – hanno avuto la fine che meritavano, e ho recuperato il loro atroce fardello –
Posò a terra una sacca rovinata e macchiata di sangue e la aprì aiutandosi col becco.
Quello che vidi mi inorridì, la sacca conteneva la testa orribilmente recisa dell’uomo che ci aveva dato la possibilità di riposare al caldo e sotto a un tetto appena tre giorni prima, un boscaiolo mite che, a quanto pareva, avremmo fatto bene a non coinvolgere nel nostro viaggio.
Mi abbassai per richiudere la sacca pieno di rabbia e la bruciai insieme al contenuto, poi presi un mucchietto di cenere e lo alzai in aria offrendolo al vento.
– Che la sua anima possa percorrere le vie del cielo senza rabbia e senza fatica, finalmente – disse l’aquila, e io pensai tra me e me che qualcuno, il mandante di quell’abominio, avrebbe pagato caro il prezzo di quella morte.
Ma ora bisognava salvare Glhanir e mi avvicinai a lui notando lo sguardo afflitto dell’aquila.
- Non preoccuparti Hirilonde, so che ogni tua azione è dettata dalla saggezza, ma ora cerchiamo di salvare il nostro amico… se siamo ancora in tempo. -
Aprii un sacchetto che avevo legato alla cinta e ne trassi una polvere grigia simile a cenere e la sparsi cautamente sulla ferita del lupo, avrebbe dovuto annullare del tutto l’effetto del veleno anche se, piuttosto che la polvere curativa, la vera fortuna era il punto in cui era stata inferta la ferita: se fosse stata più vicina al cuore, non ci sarebbe stato nulla da fare.
Montai una barella a slitta e la fissai vicino alla sella del cavallo.
– Ora –dissi – dobbiamo sperare soltanto che a Kolise ci sia un guaritore più capace di me, altrimenti lo ucciderà l’infezione. –
Stesi Glanhir stremato sulla barella occasionale e intraprendemmo di nuovo il nostro cammino.


II - Le mura

L’alba si affacciava rapidamente sul mondo, cancellandone poco a poco il torpore del riposo, e gli uccelli cominciavano a salutare il mattino incipiente con il loro cinguettare allegro mentre stormi di altri uccelli, più in alto, sembravano volare incontro al sole per accoglierne l’arrivo.
Procedevamo adagio facendo il modo di non agitare troppo la barella che Falstaff si trascinava dietro per niente affaticato dal suo peso e da quello della grossa mole inerme del lupo.
Poi i miei occhi si spalancarono allo spettacolo che poco lontano mi si apriva dinanzi.
– Le mura, le mura di Kolise prestano la loro sobria e forte bellezza alla vista dei nostri occhi, amici, il nostro viaggio è finalmente giunto al termine -
I miei amici non risposero, intenti ad osservare lo spettacolo avvolto nella fine nebbia del mattino che man mano andava diradandosi, ma in cuor loro erano felici, le loro fatiche erano state finalmente ripagate.
Ma qualcosa distolse la nostra attenzione dalle mura, sentivamo un canto... certo, non era quello di una cantante, ma il suo suono gioviale si insinuava dentro di noi con strana caparbietà.
Proseguimmo con il sorriso sulle labbra ma allo stesso tempo con aria guardinga.
La radura si aprì dinanzi ai nostri occhi e a un centinaio di passi vedemmo le radici delle mura della città ergersi fino all’alto, contrapponendosi al colore azzurro del cielo.
Poco distante da noi, vicino ad alcuni alberi, una donna era intenta a riporre del terriccio in una sacca di pelle e iuta.
Come si accorse di noi fece per avvicinarsi per niente intimorita dalla presenza dell’orso e degli altri due animali e, soprattutto, non lo era di me, che i giorni mi avevano sicuramente segnato dell’oscura apparenza di un guerriero sporco e temibile.
Ma niente, lei procedeva tranquilla.
– Chi siete, nobile cavaliere – disse – sebbene voi siate accompagnato da un orso, da un'aquila e da un lupo ferito e abbiate un aspetto poco invitante, devo notare con rispetto che il vostro mantello è stato cucito da mani delicate ed esperte e arreca i simboli del guerriero ramingo - .
Quest’ultima affermazione mi apparve più interessante del resto.
– Buon mattino a voi, mia fiera fanciulla, poso chiedervi come fate a conoscere il linguaggio runico del sud? Sono ben poche le persone che conosco, dotate di una tale facoltà –
Si pulì le mani sporche di terriccio scuotendole sul corpetto di pelle che indossava e rispose:
- Credete, mio buon cavaliere, che i miei anni di vita non siano stati dedicati anche allo studio?-
Sorrise e io contraccambiai.
Ora che era più vicina potevo notare, con sorpresa, la sua meravigliosa bellezza: il suo volto incorniciato nella chioma nera dei suoi capelli era bellissimo, dai tratti sobri e per nulla involgariti dal suo ruolo, un’amazzone.
I suoi occhi fieri, scuri come la notte stessa, erano profondamente penetranti e spiccavano bene sulle forme generose del suo corpo racchiuso nello stretto corpetto di pelle e nel resto dell’abbigliamento..
- E' un piacere conoscere la fierezza di un’amazzone alla fine del mio cammino, ma posso chiedervi il vostro nome?-
- Il mio nome è Atmans e mi dispiace deludere le vostre evidenti speranze, ma non sono un’amazzone –
I suoi occhi si illuminarono di innata fierezza, ancora una volta.
– Sono un’artista e vivo qui a Kolise, anche se non disdegno la spada e sono maestra nel suo utilizzo -
Sorrisi.
Era davvero un bel tipo.
– E ditemi, come può non essere un’amazzone una donna della vostra bellezza e fierezza… i vostri occhi tradiscono la forza di una guerriera e l’armonia del vostro viso rende palese la vostra bella anima –
Sorrise e contraccambiai, non c’era una risposta per quella osservazione... ora potevamo solo offrirci la nostra conquistata familiarità l’uno con l’altro.
- Bene, il mio nome è Thoronghil – Aquila delle Stelle, guerriero ramingo delle terre del sud, anche se, nonostante un uomo abbia delle origini, non sono certo di poter dire di essere di un luogo in particolare: credo di essere un abitante del mondo, del mondo intero. A vostra disposizione, dato che avete felicitato il mio cuore, stamane, di un'ulteriore alba. -
Mi rispose con un dolcissimo sorriso amichevole e non aggiunse altro.
Mi guidò all’interno delle mura e mentre procedevamo parlò un po’ di sè, e del fatto che era lì, dove l’aveva trovata, per raccogliere della creta da trattare perché le serviva da base neutra per i suoi colori ad olio.
Ero felice di aver trovato un’amica e una artista, finalmente avrei potuto scambiare qualcosa con una persona meritevole di essere ascoltata, dopo tanto tempo, e dopo una lunga pausa in cui non avevo più potuto esercitare una delle mie passioni più grandi: la pittura.
Conducemmo il mio lupo da un mago guaritore, e lasciammo il mio cavallo ad abbeverarsi nella fontana della piazza di Kolise.
I miei occhi sorridevano a quell’incontro e all’inizio della mia nuova avventura.
Ero felice, ma temevo che il mio passato potesse in qualche modo influire sul presente.
In fondo, pensai, l’episodio della notte prima doveva essere chiarito: chi era il mandante di quelle bestie inferocite??
Ma il sole ormai splendeva alto su quelle terre e il cielo e l’aria offrivano al completo lo spettacolo immenso dell’attività della vita, come se quel mattino mi stesse accogliendo tra le sue braccia.
Un alito di vento dolce mi carezzò il viso e smosse i capelli della mia nuova amica, scoprendone la bellezza dei tratti.
Quel vento portava il profumo di un luogo ospitale con sè, ma anche la fierezza di innumerevoli storie da raccontare e vivere.
– Sono arrivato – dissi, e il mio passo si fece più sereno e convinto verso la taverna del centro della città... lì mi attendeva un nuovo, saggio sorriso e finalmente, il meritato riposo.

Thoronghil - Aquila delle Stelle

     
     

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