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Ritorno
al villaggio
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Capitolo 1 -
INTRODUZIONE
Spalancai la porta della bottega di Radagast e comprai quanto mi
occorreva per un viaggio di almeno due settimane nelle neve.
Da tempo volevo compiere questo viaggio, per raggiungere il
villaggio in cui venni adottato come scudiero dall’età di otto anni
da mio zio, un mercenario ubriacone e violento.
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Lasciai il villaggio a circa quindici anni dopo che mio
zio venne ucciso in una rissa provocata da lui stesso in una locanda e
per ritorsione ne sgozzarono il cavallo e ne bruciarono la baracca.
Da quel giorno vagai fra i boschi, le foreste ed i villaggi come un
vagabondo portando via solo pochi ricordi: il pesante mantello verde
invernale, vecchio e sgualcito, di mio zio e la sua spada, una delle più
resistenti e pesanti della regione, che venne forgiata da mio padre
Godor negli ultimi anni della sua vita, prima di morire per una
malattia.
Addentrai i miei passi nella neve e andai fino alla locanda, dove avevo
ordinato di prepararmi una buona scorta di razioni di cibo secco per il
viaggio: carne, frutta, granaglie e una buona scorta di vino da far
caldo per affrontare le notti invernali più rigide.
Entrai nella locanda e vidi i pochi clienti, per lo più facce note:
amazzoni, guerrieri e contadini, ma colpì profondamente la mia
attenzione un uomo tozzo e di bassa statura, uno di quegli strani uomini
chiamati nani che si dice appartengano ad una razza molto antica e rara.
Il rozzo e tozzo corpo del guerriero era coperto di una maglia di ferro
sotto ad abiti di duro cuoio nero borchiati e rozzi stivali di pelle.
Beveva una birra seduto ad un tavolo, sembrava piuttosto sporco ed aveva
una lunga barba nera e folta che lo copriva quasi fino al petto e
capelli altrettanto lunghi.
Alla gamba aveva appoggiato il manico di una grossa scure con strane
incisioni e decorazioni runiche sulla lama rozza e spessa, ed alla
cintola notai subito in grosso machete.
Era un’arma corta, ma molto particolare: la lama era spessa almeno tre
volte quella di un normale coltellaccio ed aveva probabilmente un peso
notevole e altrettanto difficile da maneggiare per un uomo comune.
Capitolo 2 - GORCHTRON ARKAZUK
Mi sedetti con la mia birra allo stesso tavolo del curioso nano ed
iniziai a parlare.
“E’ la prima volta che ti vedo qui, nella kioskas di Klivia”.
“Sono un viandante senza ancora una casa, mi trovo qui per caso. Il mio
nome è Gorchtron di Arkazuk, sono nato nei monti di Bhors a Nord, molto
oltre le terre di Arcano. Discendo da un’antica razza di nani
guerrieri”.
“Ho sempre pensato che i nani fossero bizzarri scherzi della natura”.
Risposi, e queste parole sembrarono agitarlo, come se volessi attaccar
briga con lui e vidi che strinse con la mano il manico in legno
dell’anormale machete.
“...ma evidentemente mi sbagliavo!” ritrattai per non innervosirlo.
“Esistono anche gli scherzi della natura, signore. Ma anche chi discende
da una stirpe di fieri ed orgogliosi nani delle montagne. La nostra
corporatura è più adatta a sopportare il freddo clima invernale e ci
adattiamo bene sia alle vette dei monti che alle profondità delle
caverne. Ed il nostro istinto ci permette sempre di capire a che
profondità ci troviamo...” continuò dopo aver sorseggiato il boccale “e
ci permette anche di resistere molto bene a grandi quantità di birra.
Bleah! Signore – sbattendo il boccale sul tavolo di legno – voi umani
bevete di questa roba! Nelle terre dei monti di Bhors a Nord, la birra è
un vero nettare degli dei e la mia famiglia ne produce da generazioni”.
Feci per alzarmi dal tavolo ed il nano continuò, attirando la mia
attenzione “Signore... dove andate con scorte di viveri per vari
giorni?”
“Ho intenzioni di partire per un viaggio di un paio di settimane.
Lascerò la kioskas di klivia questa sera stessa”.
“Posso venire con voi, signore? Lascerò presto queste terre e sono un
viandante. Non ho intenzione di trovare un’abitazione in queste terre”.
Lo guardai... potevo fidarmi di quello strano uomo?
Inoltre sono sempre stato schivo e solitario, con un carattere che mal
si adatta alla compagnia, eppure quel nano mi incuriosiva ed il suo
carattere introverso e fiero suscitava la mia ammirazione.
Non risposi, presi il mio boccale, lo ingurgitai e mi diressi verso il
bancone dove l’oste mi aspettava impaziente.
Gli diedi il boccale vuoto e, prendendolo, l’oste mi chiese:
“Ti farai accompagnare da quel mostro nel viaggio? Come puoi fidarti di
uno così? Ho sentito dire che molti viandanti offrono la loro
collaborazione a mercanti e viaggiatori solo per ucciderli e rubargli il
denaro”.
Guardai di nuovo il nano che sorseggiava la birra guardando nel vuoto e
ridiressi lo sguardo sull’oste:
“Mettiamola così! Se venissi uccisi da un uomo del genere, non sarei un
granchè!”
Feci un cenno al nano, lo ringraziai per essersi offerto di aiutarmi nel
viaggio ed insieme uscimmo dalla locanda, procedendo fra la neve e
stringendoci nei mantelli per ripararci dal vento gelido che soffia in
questa stagione.
Capitolo 3 - IL VIAGGIO
Montai a cavallo ed il tozzo nano mi anticipò a piedi tenendo le redini
della cavalcatura nera e massiccia.
Il nostro respiro formava una fitta condensa nell’aria ed i nostri passi
affondavano nella neve, mentre procedevamo verso la foresta, tetra e
spoglia, in questo periodo, come un cimitero.
Per alcuni giorni camminammo per i sentieri della foresta, accampandoci
la notte attorno ad un fuoco, entrambi vicini e addossati al cavallo,
per ripararci dal freddo, sotto molte pesanti coperte.
Durante il viaggio ebbi modo di conoscere più approfonditamente il mio
rozzo compagno: mi disse che il machete dalla lama spessa tre volte uno
normale è un’arma tramandata da generazioni (come quasi tutto il
resto...) di padre in figlio.
La forgiò suo nonno Yurghartan e ci mise oltre otto mesi per farlo... si
narra che con quella stessa arma uccise in una battaglia trenta
avversari da solo.
Ma quel che più mi sorprese di Gorchtron fu la sua abilità nel
riconoscere radici, funghi e alberi, nonché ad orientarsi semza problemi
anche nelle foreste più intricate: capacità che i normali esploratori
acquisiscono solo dopo molti anni d’esperienza.
A quanto capii di lui aveva partecipato ad innumerevoli battaglie come
mercenario e come esploratore ed aveva una sfrenata passione per le
battaglie più rischiose e forse anche per quello aveva deciso di
accompagnarmi in quel viaggio.
Dopo alcuni giorni raggiungemmo una piccola comunità di poche abitanti,
per lo più taglialegna, boscaioli e carpentieri ammassati in varie case
e baracche di legno.
A sera raggiungemmo quel piccolo villaggio immerso nella foresta e
subito ci riparammo nella taverna del posto.
Io e Gorchtron bevemmo parecchie birre da soli, finchè alcuni giovani
vestiti malamente ci avvicinarono e cercarono di intrattenere un
discorso.
Io non spiaccicai parola, sono un tipo troppo introverso e taciturno...
se fossi stato da solo, alla seconda domanda di quegli impertinenti, li
avrei minacciati di andarsene.
Ma il nano intrattenne i cittadini anche per me, instaurando un discorso
sulla rigidità dell’inverno, sulla viabilità dei sentieri nella foresta
e altri argomenti di discussione.
Gorchtron seppe anche della presenza di un vecchio erborista nel
villaggio, si dice anche impratichito nelle arti magiche, e decidemmo di
recarci alla bottega di Noramis per l’alba del giorno successivo e per
alcune scaglie di miara alloggiammo in alcune stanze libere della
taverna.
Capitolo 4 - NORAMIS, L’ERBORISTA
La vita del villaggio iniziò all’alba ed il rumore dei taglialegna ci
svegliò.
Ci alzammo dai pagliericci sospesi su una tavola di legno simile ad un
basso tavolo, indossammo gli abiti, le maglie in ferro e le corazze e
decidemmo di raggiungere, dopo aver mangiato qualcosa alla taverna, la
bottega dell’erborista.
Entrammo in una baracca di legno con un bancone dietro cui stava un
vecchio dai capelli e dalla barba bianca, che appena notò il nano ebbe
un sussulto:
“Un discendente dell’antica razza dei nani... quasi estinta da molti
tempo... eh eh eh! – fece una risata gracchiante - Ne passò uno di qui
molti molti decenni fa... ricordo ancora il suo nome... ecco! Bacdlu’unn...
anzi, Badalhur... ecco, sì! Badalhur il bevitore!”
Si alzò e si diresse verso di noi, traballando su un vecchio bastone
nodoso che lo aiutava a camminare.
Borbottava parole incomprensibili e sputacchiava dalla bocca, ormai
quasi totalmente senza denti.
La bottega era sporca e polverosa, piena di cianfrusaglie e pozioni,
unguenti, bende medicamentose ed erbe di vario genere.
Persino sul soffitto con delle corde erano legate a delle travi, delle
erbe ad esiccare e il locale era intriso di un puzzo di marciume che non
si sapeva se provenisse dalle erbe, dal pavimento o dal vecchio.
A quelle parole il coraggioso e fiero nano ebbe un sussulto:
“Mah! Badalhur era mio padre! Quando venne qui? Eppure non seppi mai di
un suo viaggio in terre così lontane...”
“Eh eh – risata gracchiante del vecchio mentre camminava verso Gorchtron
– egli venne qui e comperò delle erbe medicinali, ma non aveva di che
pagarmi... era di... ritorno da una... ehm, battaglia... – interruppe la
frase con alcuni colpi di tosse, tanto violenta che il mio rozzo
compagno lo aiutò a reggersi in piedi - ... e quindi, in cambio mi diede
questo oggetto... eh eh eh... lo conservo ancora dopo tanti anni...” e
si diresse verso una piccola porta nella bottega e ne uscì con un grosso
bracciale, spesso a coprire quasi tutto il tozzo avambraccio di
Gorchtron.
Era molto bello, un pezzo d’osso intarsiato con varie figure di uomini e
alberi.
Alle estremità era decorato con degli anelli di ferro anch’essi
intarsiati con rune.
Vidi gli occhi del mio compagno che si illuminarono: sarebbe stato
pronto a dare tutto quello che aveva per un oggetto di cui suo padre
andava fiero, ed iniziò una lunga contrattazione con il vecchietto
traballante di nome Noramis.
L’erborista aggiunse:
“Eh eh – allungando il pesante bracciale d’osso lavorato – mi disse che
era un vecchio oggetto tramandato da generazioni (guarda caso...) fra i
membri del suo clan. Portava prosperità e fortuna!”
Mi girai e guardai le erbe ridacchiando: chi dei due stava mentendo?
Ho sentito dire che gli appartenenti alla razza dei nani vivono qualche
centinaio di anni e per quanto fosse anziano il vecchio, non avrebbe
potuto vedere il padre del mio compagno d’armi, già non più un ragazzino
(o meglio dire nanerottolo? Ah ah ah!).
E quindi Gorchtron sarebbe stato figlio di esseri umani comuni e non
discendente di nessuna antica stirpe di longevi nani.
Ma pensai che fosse più probabile che il vecchio avesse sfruttato
qualche misteriosa debole capacità da indovino per abbindolare
l’orgoglioso Gorchtron con qualche costosa cianfrusaglia.
Evitai qualsiasi commento, ridacchiai solo per tutto il tempo in cui i
due trattarono sul costo in denaro di quell’inutile affare.
Prima di salutarci, dopo aver comperato qualche erba e unguento
medicinale, nonché il pesante bracciale d’osso, Noramis ci avvertì
balbettando che la foresta di Matek è un luogo pericoloso, abitato dagli
spiriti maligni, e ci consigliò di cambiare percorso.
Gli risposi sbuffando, alzando le spalle e picchiando la mano sull’elsa
della mia spada, in segno che nessuno spirito maligno avrebbe potuto
fermarci grazie ad essa.
Capitolo 5 - LA FORESTA DI MATEK
In groppa al mio cavallo procedevo per gli scuri sentieri della foresta.
Il nano Gorchtron procedeva avanti a me tenendo le briglie della
cavalcatura con una mano e con l’altra il suo pesante machete.
Si vede che le leggende sulla foresta lo hanno intimorito oltremodo.
“Perché hai paura Arkazuk?” chiesi. “La foresta è abitata dagli spiriti
maligni. Le leggende da generazioni mettono in guardia i viandanti e
perfino i taglialegna non si addentrano nell’oscurità delle zone più
fitte”.
“Non credo alle farneticazioni di quel vecchio, nè alla massa dei
contadini e dei taglialegna! Io vedo solo alberi, terreno e radici...
niente di più! Poi ora non dovresti più temere né spiriti né demoni: hai
quell’inutile bracciale d’osso portafortuna con te, no?” e scoppiai in
una risata sarcastica, sfottendo per la stupidità con cui era riuscito a
farsi raggirare da un vecchietto che a malapena poteva reggersi in
piedi.
D’un tratto si senti un violento crack!
Proveniva dalle fronte di un albero... guardammo entrambi in alto, e
vidi un grosso ramo caduto piombare sul volto di Gorcchtron.
Il colpo lo fece inginocchiare, ma non lo scompose oltremodo.
Smontai da cavallo per accertarmi delle sue condizioni.
Mi avvicinai al nano, quando una radice del terreno mi aggrovigliò una
gamba e mi strattonò fino a far entrare nella terra la mia gamba fino al
ginocchio... sentii gli apici delle radici penetrarmi la carne e tra il
dolore e lo spavento gridai ed estrassi la mia spada.
Iniziai a colpire selvaggiamente il terreno circostante, non riuscendo
che a smuoverlo.
Gorchtron ci mise qualche istante a rendersi conto della situazione,
corse incontro a me ed iniziò anch’egli a strattonarmi afferrandomi
dalle spalle.
La forza rozza del nano ebbe la meglio ed estrasse la mia gamba dal
terreno e con un colpo netto del suo pesante machete tranciò la radice.
La mia gamba non aveva ferite profonde, ma necessitava di essere pulita
e medicata.
Zoppicai velocemente verso il cavallo, tirai giù dalla sella la mia
scure e mi avventai contro l’albero, con una furia scatenata.
Affondai la spessa lama della scure nella corteccia ripetutamente e
l’albero ormai incrinato iniziò a riversare linfa e resina... ben presto
udimmo uno strano sfrigolio, come se qualcosa venisse bruciato e vedemmo
uscire dagli squarci sulla corteccia del fumo che salendo verso il cielo
sembrava formare degli strani volti sogghignanti e divertiti.
A sera, attorno al fuoco, guardai Gorchtron e lui mi guardò con un’aria
saccente – “Come hai visto tu stesso, gli spiriti maligni esistono... ed
il mago aveva ragione!”.
Risi sonoramente e bevetti velocemente del buon vino caldo, guardando in
basso.
Ma questo non fu il nostro unico incontro con gli spiriti maligni della
foresta di Matek... ben presto uno di loro si sarebbe mostrato ai nostri
occhi in tutta la sua presunzione.
Percorremmo i sentieri innevati di monti e colline boscose per altri
giorni, accomodandoci per la notte come potevamo e consumando a sera,
attorno al fuoco, le nostre razioni di cibo secco, ma tentammo in ogni
modo di risparmiare sulle provviste, facendo ricorso a radici e
selvaggina, là dove avvistavamo una tana.
Capitolo 6 - IL DEMONE DELLA FORESTA
La notte dello stesso giorno di viaggio in cui fummo attaccati dalle
appendici di quel malefico albero, ci coricammo sul terreno dopo averlo
sgomberato dalla neve, come al solito entrambi piuttosto vicini al
cavallo, per conservare meglio il calore dei nostri corpi.
In piena notte un’apparente rumore metallico mi svegliò di soprassalto e
diressi il mio sguardo nell’oscurità fra gli alberi della foresta, senza
scorgere nulla.
Vicino a noi, vidi le ultime ceneri del fuoco che andavano
spegnendosi... mi alzai e mi diressi verso il fuoco per ravvivarlo e,
mentre ero chino su di esso, la mia attenzione fu nuovamente attirata da
quel rumore metallico che poco prima mi aveva svegliato.
Andai verso la sella del cavallo e da questa presi la mia spada,
estraendola dal fodero.
Sembravo essere l’unico ad aver udito quel suono, perché Gorchtron non
si svegliava.
Mentre fissavo l’oscurità vidi, fra i tronchi, una luce, ad alcune
decina di metri dal nostro bivacco, simile ad una lanterna accesa.
Provai a svegliare il nano con il piede, anche violentemente, tuttavia
non apriva gli occhi... pensai ad un qualche sortilegio impostogli dagli
spiriti che aleggiavano in quella stessa oscurità e che ora mi stavano
chiamando con quella luce fioca in lontananza fra gli alberi.
Ponderando bene ogni mio passo ed all’erta mi diressi verso quel
bagliore, da solo.
Nonostante non avessi paura, non capivo perché... ma le gambe mi
tremavano e spesso rischiai di inciampare in qualche radice che sporgeva
dal terreno, coperto di neve.
Man mano che mi avvicinai alla luce vidi la figura di un vecchietto
gobbo e corpulento che reggeva una lampada ad olio.
L’uomo era vestito di molte coperte marroni rattoppate e cucite in malo
modo a formare una sorta di tunica.
Gli parlai, ma non mi rispose: aprì solo le labbra mostrando una bocca
ignobile e quasi completamente sdentata, in una smorfia che doveva
essere un sorriso e si incamminò.
Senza parlare oltre ed inutilmente lo seguii passo passo stringendo
sempre più forte l’elsa della spada e serrando i denti per il freddo e
l’apprensione.
Mi condusse per circa una ventina di minuti nel folto della foresta,
illuminandosi un piccolo sentiero fra gli alberi con la lanterna.
Lo seguii finchè non si fermò in un piccolo spiazzo in cui era stata
costruita una baracca di legno e mi indicò la porta.
La guardai e mi avvicinai all’abitazione, poi mi rivolsi di nuovo al
vecchio, ma non lo vidi più là dove doveva essere: qualche passo dietro
di me.
Non ci feci caso, ormai tutta quell’atmosfera era intrisa di stregoneria
e la cosa mi sorprese, ma non mi lasciò inorridito, né sbalordito.
Appena spinsi la porta di legno socchiusa, questa girò sui cardini, e mi
lasciò vedere una piccola casetta illuminata da alcune lanterne ad olio,
accogliente e calda per il fuoco che stava bruciando nel camino.
Sembrava essere vuota... aspettai alcuni minuti, finchè non decisi di
aprire una dispensa, trovai alcuni pezzi di pane e del vino, mi
accomodai al tavolino di legno grezzo e iniziai a mangiare il più in
fretta ed avidamente possibile.
Mentre pucciavo quel pane raffermo nel vino, sentii una leggera
pressione sulla mia spalla e vidi una delicata mano femminile dalla
carnagione bianca e limpida.
Girai il capo di scatto, stringendo istintivamente l’elsa della spada,
ma la vista di una ragazza dagli splendidi lineamenti mi rassicurò ed il
modo in cui mi faceva scorrere le dita sulla spalla e poi sul collo, mi
rilassò al punto da farmi lasciare la spada.
Era una ragazza giovane, dalla carnagione bianca come la luna e dal
corpo sensuale ed affascinante.
Ero sbigottito ed assonnato sulla sedia, pensai che il vino era drogato
o che su di me stesse lentamente facendo effetto lo stesso incantesimo
che aveva vincolato Gorchtron in quel sonno profondamente innaturale.
La giovane ragazza si chinò verso di me ed appoggiò le sue labbra sulle
mie, le baciò e sentii la sua lingua... mentre ci baciavamo si sedette
su di me ed iniziò a sciogliere i lacci di cuoio della mia corazza.
Passai una mano fra i suoi capelli neri e lisci... le accarezzai e le
tenni la testa, mentre continuavo a baciarla, mentre l’altra mano le
scorreva sulla gamba... sulla coscia e le sfilava i pochi abiti leggeri
che indossava.
Mi alzai dalla sedia, afferrandola e facendola appoggiare al tavolo... i
nostri corpi erano ormai quasi del tutto nudi.
Le baciai per lunghi momenti il viso, il collo e i seni, mentre mi
avvicinavo a lei e le sue gambe cinsero il mio bacino e mi serrarono.
I nostri movimenti divennero sempre più armonici e simili ed i nostri
respiri affannosi... le forze sembravano mancarmi sempre più, tanto che
dopo pochi minuti sentii le ginocchia cedermi.
La giovane ragazza se ne accorse, anzi... ben sapeva ogni cosa, di
quello che stava succedendo e del perché le mie energie stessero venendo
meno.
Si avvinghiò al mio corpo e pian piano dal tavolo si lasciò verso il
pavimento dell’accogliente abitazione, su cui mi sdraiai e la ragazza
continuò sopra di me quel movimento stupendo.
Non avevo mai avuto un’eccitazione così grande ed il modo in cui si
muoveva quella strana donna era qualcosa di cui non potevo farne a meno,
pur sapendo che ogni cosa era stata progettata per sopraffarmi alla
fine.
In un istante solo di coscienza, staccai le mie mani che stringevano il
bacino della ragazza a me.
Con la mano destra afferrai un pugnale nascosto all’interno del mio
stivale in cuoio borchiato... in uno scatto afferrai con la sinistra il
viso della fanciulla, lo spinsi con forza contro il pavimento e con il
pugnale le colpii la fronte, attraverso l’intero cranio, inchiodandola
al legno.
Mi guardò con quei suoi due occhi verdi... mi fissarono furiosi ed il
suo corpo, fra un mio battito di ciglia e l’altro, in un momento,
divenne una massa di topi grossi e neri.
Un mucchio di animali sudici che fuggì in tutte le direzioni in modo
caotico ed impressionante.
Quando distolsi gli occhi dal macabro spettacolo, vidi con stupore che
l’ambiente attorno a me era cambiato: non ero più nell’accogliente
abitazione di legno col fuoco che ardeva nel camino, ma nel bel folto
della foresta, in uno spiazzo erboso circondato da cinque pietre
disposte circolarmente.
Notai che ogni pietra aveva recata un’incisione runica e complicati
simboli magici.
Al centro del cerchio, là dove c’era fino a pochi minuti prima il
tavolo, si trovava solo un grosso masso grigio e levigato.
I miei abiti e parte della mia corazza si trovava per terra, sulla neve
ed il mio pugnale poco distante, infilava il ventre di un grosso ratto
nero nel terreno.
Era stata un’illusione provocata da qualche altro spirito malefico o la
tensione del giorno precedente mi aveva sconvolto al punto da farmi
diventare sonnambulo?
Capitolo 7 – L’AGGRESSIONE
Sconvolto raggiunsi dopo un’ora di cammino nella foresta buia e fitta il
luogo del bivacco e mi accorsi che si trovava lì solo il cavallo: anche
Gorchtron era sparito!
Vi erano solo le coperte ed i resti del nostro equipaggiamento alla
rinfusa.
Riordinai ogni cosa e piegai le coperte.
Non me la sentivo più di riaddormentarmi, anche se mi sentivo spossato e
debole, come se quel sogno... anzi quel rapporto mi avesse risucchiato
gran parte delle mie energie.
Immagino che se fosse arrivato al termine, non avrei più avuto nemmeno
la forza per risollevarmi da terra o forse sarei morto ancora
avvinghiato al corpo della stupenda ragazza.
Avevo sentito alcune sacerdotesse raccontare di una stirpe di spiriti
maligni o demoni dalle sembianze di donne dalla bellezza intrigante e
perversa, che adescavano gli uomini e li prosciugavano della vita
durante estenuanti rapporti sessuali.
Aspettai l’alba, ma di Gorchtron nemmeno l’ombra... mi preoccupai e con
la spada nel fodero alla cintola, presi la mia pesante scure dalla sella
del cavallo, uscii dal sentiero e proseguii nella foresta.
Per fortuna con la luce del sole che stava per sorgere, non ebbi
difficoltà a seguire le orme del nano, impresse profondamente nella
neve.
Le impronte si addentrarono nel più fitto della foresta, in direzione
opposta rispetto a quella dove io venni attirato la notte stessa dal
vecchio rugoso con la lanterna.
Dopo oltre due ore di cammino nella foresta vidi Gorchtron con in
braccio la balestra, lo chiamai... si girò verso di me e scoccò un
quadrello!
Passò ad un soffio dal mio braccio, comunque non mi avrebbe ferito
gravemente.
Ero abbastanza vicino però per vedere che il nano... aveva gli occhi
sbarrati e con fretta ricaricava la balestra.
Fra noi c’erano alcune decine di metri e corrergli incontro sarebbe
stato controproducente: sarebbe riuscito a scoccare un secondo quadrello
e questa volta il suo bersaglio sarebbe stato molto più vicino e
raggiungibile.
Presi allora della neve e facendone una palla gliela lanciai contro...
lo mancai, ovviamente!
Mi riparai dietro il primo grosso tronco presente.
Lanciare frecce efficacemente in una foresta non è una cosa per niente
facile.
Il nano posò allora frettolosamente la balestra ed estrasse il suo
spesso machete e corse come un pazzo verso la mia direzione, urlando
come una belva assetata di sangue.
Mi misi di fronte all’albero: schivai il suo colpo di machete, diretto
al centro della mia faccia.
La rozza lama si infilò nella corteccia dell’albero per quasi dieci
centimetri... un colpo del genere se fosse andato a segno mi avrebbe di
sicuro tranciato elmo, carne e spezzato le ossa: mi avrebbe aperto in
due la testa!!!
Dopo aver schivato il colpo spostandomi leggermente a sinistra ed
abbassandomi, assestai un violento pugno sul fianco scoperto del nano.
D’istinto Gorchtron, guerriero e mercenario ben addestrato in vari campi
di battaglia, lasciò l’elsa del machete e abbassando il braccio, in un
movimento unico, mi colpì il viso col gomito.
L’elmo mi protesse, ma l’impatto mi fece cedere una gamba,
inginocchiandomi.
Mi sferrò un altro violento pugno sull’elmo con l’altra mano, mentre mi
tiravo in piedi... barcollai indietro per alcuni passi.
Mi diede di nuovo contro, ma stavolta prima di avvicinarsi troppo, gli
arrivò una violenta scarpata sulla coscia che lo fece tremare...
barcollare... e poi cascare.
Si lamentava per il dolore: lo soccorsi e vidi infatti che per il colpo
il muscolo della coscia del nano si era violentemente contratto, quasi
allo spasimo e la botta aveva lasciato un alone blu molto intenso.
Lo medicai come riuscii con la neve e qualche garza, ma ben presto
riuscì a rimettersi in piedi ed a camminare, zoppicando solo per
l’intero giorno successivo di viaggio.
Capitolo 8 – IL RACCONTO DI GORCHTRON
Il nano Gorchtron a metà mattina si era sufficientemente ripreso per
continuare il viaggio, ed anche io ne approfittai per riposarmi qualche
ora e medicarmi le lievi ferite.
Ci rassettammo e partimmo.
Durante il cammino, chiesi a Gorchtron quanto accaduto la notte
precedente.
Raccontò che un suono metallico lo svegliò improvvisamente durante la
notte, notò che io non ero più nel mio giaciglio ed armi in pugno si
diresse verso una fonte di luce in lontananza nella foresta.
Arrivato alla luce, scoprì che si trattava del bivacco di un gruppo di
tre uomini grossi e rozzi, rasati e dai visibili tatuaggi sul petto, le
spalle e la testa.
Erano coperti di pelli e di cuoio borchiato, protetti da placche di
ferro legate con lacci ed armati di scuri e accette.
Gli offrirono da bere del vino e perfino da mangiare della carne che
avevano messo sul fuoco e reggevano infilzata su arpioni di ferro.
Il nano iniziò a bere il vino e a discorrere coi berserker, chiedendogli
se mi avessero visto nei dintorni, perché durante la notte avevo
lasciato il nostro bivacco.
Il discorso s’interruppe e divenne una carneficina quando uno dei tre
estrasse l’arpione dal fuoco e chiese al nano:
“E’ lui il tuo signore?”
Il mercenario teneva una testa umana infilzata sullo spiedo a
cucinare... e quella testa era proprio la mia!
In quell’istante il panico assalì Gorchtron ed in un istante notò che un
secondo berserk mangiava avidamente strappando carne da un braccio
mozzato che stringeva tra le mani e il terzo beveva una coppa di sangue
e non di vino!
Una furia guerriera cieca si impadronì del nano dei monti del Nord ed
attaccò briga coi tre carnefici.
Di scatto si girò è rovesciò il vino caldo sul viso del primo e gli
sferrò un pugno dalla forza tale da fracassargli parecchie ossa della
faccia, poi gli afferrò la testa e gliela sbattè ripetutamente sui legni
nel fuoco, fracassandogliela.
Non ebbe tempo di sollevarsi che gli altri due avevano impugnato le
pesanti scuri.
Fece tempo solo a raccogliere un legno incandescente dal fuoco e
lanciargliela sul viso di uno dei due.
Questo gli diede il tempo di estrarre il suo pesante machete e colpire
in pieno petto il secondo, purtroppo senza procurargli una ferita
profonda dato lo spesso strato di pelliccia e cuoio che lo proteggeva.
Indietreggiò, mentre i due berserk sanguinari, uno dal viso segnato e
l’altro ferito al petto, gli si avvicinavano minacciosi.
Cosa poteva fare contro due avversari di tale portata?
Pensò alla fuga, ma non lo fece, poiché per quanto ne sapeva lui io ero
stato fatto a pezzi e cucinato da quella sorta di orchi delle favole e
la mia morte gridava vendetta.
Diede un calcio alla neve che si sollevò distraendo il primo dei due che
per un istante chiuse gli occhi e scosse la testa: si avventò sul
secondo e diede un forte colpo di machete che si infranse sulla lama
della scure del berserk.
Ma il colpo bastò a farlo indietreggiare.
Lo colpì una seconda volta, stavolta la lama del machete gli penetrò
profondamente la carne all’altezza della spalla.
Il primo tentò di colpire il nano, che nonostante fosse già impegnato
nello scontro con l’altro deviò il colpo di scure.
La scure è infatti un’arma forte e pesante, in grado di tagliare la
carne e spaccare le ossa, ma ben poco maneggevole: non è difficile per
un uomo allenato al combattimento deviarne i colpi e sfruttarne i tempi
morti.
Estrasse il machete dalla spalla del secondo mercenario ed in un
movimento unico orizzontale lo affondò nel pieno viso del primo berserk,
che risollevava la scure.
Quest’ultimo mandò un getto di sangue per decine di centimetri e si
accasciò al suolo: la forza del colpo gli aveva tranciato quasi del
tutto la parte superiore della testa.
Il mercenario ferito gravemente alla spalla spinse il nano indietro e si
diede alla fuga.
Per l’Arkazuk la vendetta è una dei dogmi fondamentali della vita di un
avventuriero: ripose il machete nella fodera di cuoio e prese in mano la
balestra, che finora ha sempre tenuto legata dietro la cintola con una
corda di cuoio, e si getta all’inseguimento nel folto della foresta.
Questa è la fine del racconto di come gli spiriti maligni della foresta
cercarono di impossessarsi della vita dell’anziano nano dei monti di
Bhros...
Durante il cammino, dall’alto della mia cavalcatura, chiesi a Gorchtron
quando si accorse che l’uomo che incontrò non era più il mercenario, ma
ero io stesso, che lui doveva vendicare.
Rispose: “Quasi subito... al primo pugno nel fianco mi destai
completamente dall’illusione in cui ero caduto, ma già da un po’ avevo
la mente più lucida di prima”.
“Ma se te n’eri accorto... non potevi smettere di colpirmi?”
“Be’ non volevo perdermi l’occasione di assicurarmi delle capacità del
mio compagno di viaggio! Ah ah ah!” e scoppiò in una fragorosa risata.
Dal cavallo gli sputai su quel ridicolo elmetto a calotta che portava:
non credo se ne accorse, comunque poco dopo si voltò verso di me e
disse:
“Sarà la foresta che cresce radici velenose e in sbaglio ne avremo
mangiata qualcuna... se non credete ancora agli spiriti maligni ed alla
stregoneria!”
Pian piano, ogni giorno che passava, ogni pericolo affrontavamo, la mia
amicizia verso quel rozzo e tozzo uomo alto un metro e venti e dai modi
rudi cresceva sempre di più.
Ero cresciuto senza riporre fiducia in nessun altro tranne che in me
stesso... invece...
Capitolo 9 – IL VILLAGGIO DEI RICORDI
A sera giungemmo alle porte di un villaggio... dopo aver percorso poche
viuzze di polverosa terra battuta, percorse da contadini e mercenari, mi
accorsi che questo era proprio il villaggio che cercavo: il villaggio
dove affiancai mio zio per molti anni.
Ci dirigemmo verso la locanda, rimandando al giorno successivo ogni
altra visita.
La taverna era un locale con alcuni tavoli di legno, un focolare su cui
arrostivano dei polli ed un bancone dietro cui stava il grasso ed unto
locandiere.
Lo riconobbi!
Già lavorava otto anni prima in questo stesso posto.
Gli andai incontro per salutarlo, togliendo l’elmo e mostrandogli la mia
faccia.
Ma quando mi vide ebbe un sussulto, e si affrettò a andare dentro una
porta di legno dietro al bancone.
Ci sedemmo ad un tavolo, io mi misi col viso rivolto al muro.
Dalla stessa porta in cui entrò l’oste, uscì una giovane cameriera che
riconobbi anch’essa: Ilyana, la figlia del mugnaio.
Gorchtron ordinò da bere, ma io in fretta scolai il mio boccale e mi
diressi deciso verso quella porta, nonostante il nano me lo
sconsigliasse.
Salii sulla pedana dietro al bancone mentre la cameriera serviva ad
altri tavoli e mi infilai in quella porta.
Oltre vi era una stretta scalinata di pietra, la percorsi e raggiunsi
una cantina dove veniva conservato il vino, la birra ed il cibo in
casse, ceste e barili.
Vicino ad un angolo, su una sedia a un piccolo tavolo di legno c’era
l’oste, che da sempre ricordavo come Garubhe l’ubriaco.
Beveva avidamente del vino da un boccale e quando mi vide, saltò dallo
spavento sulla sedia, ma mi fece cenno di accomodarmi versandomi del
vino anche per me:
“Come mai sei tornato Ag? Sai che non sei gradito in questo villaggio: i
mercenari sono brutti ceffi che non perdono occasione di attaccar briga.
Appena sanno che sei tornato tu, penseranno che sei qui per provocarli!”
Bevetti dal boccale e con calma risposi:
“Infatti... voglio provocarli e mettere in agitazione l’intero
villaggio!”.
“Ma sei impazzito: i mercenari che portano ancora rancore verso tuo zio
e il suo nipote e scudiero fuggito alle loro ritorsioni saranno
perlomeno una ventina! Anche se sono passati quasi dieci anni, per loro
fa lo stesso: non perderebbero mai un’occasione per attaccar briga!”.
Risposi ancora con calma dopo aver bevuto:
“Ti ho già detto che è quello che voglio: io lasciai il villaggio che
avevo quindici anni, ora ne ho ventitre ed inoltre faccio parte del
Dragoni di Dulkar delle terre di Arcano... so cavarmela!”
“Sei un pazzo: come tuo zio! Molte cose sono cambiate in questi dieci
anni: non sono più un pugno di ubriaconi e di rozzi... ti ricordi di
Gwendal?”
“Gwendal? La figlia di uno dei mercenari che uccisero mio zio in quella
rissa. La ricordo, giocavamo spesso insieme, quando ci era concesso: -
ridacchiai – ero anche innamorato di lei... Dimmi, cosa ne è stato di
lei?”
“Allora rassegnati: da qualche tempo è a capo dell’intero villaggio con
un manipolo di ragazze.
Si dice che qualche mese fa abbiano massacrato la sacerdotessa a capo
del villaggio ed ora vivono nel tempio del villaggio, l’unica
costruzione in pietra”.
“E con ciò?” chiesi incuriosito.
“Ma non capisci? Ella ha un carattere schizofrenico e vendicativo: ancor
peggio di suo padre e di tutti gli altri mercenari. Se crei qualche
incidente, non perderebbe l’occasione per vederti appeso ad un albero!”
Mi alzai e mi diressi verso le scale, poi voltai indietro la testa:
“Vedremo! Ospitami per stanotte nella tua locanda, domani toglierò il
disturbo”.
Tornai a sedermi al tondo tavolo di legno su cui mi stava aspettando
Gorchtron, pronto a distruggere l’intero edificio se avessi ritardato
ancora.
Appena mi sedetti ordinai un’altra birra al tavolo e decisi di brindare
rumorosamente con Gorchtron al mio ritorno al villaggio e per
festeggiare quegli strani momenti e probabilmente anche per placare la
tensione che ci assaliva bevemmo fino ad ubriacarci...
Mentre sentivo i miei sensi ovattarsi per la quantità di birra
ingurgitata, continuando a bere, il nano si fece serio e mi chiese la
mia storia e cosa mi avesse spinto a intraprendere questo viaggio...
Capitolo 10 – IL RACCONTO DI AGWULF
“La maggior parte di uomini mi considera al pari di un animale
selvatico, istintivo e solitario... persino i miei parenti mi hanno
abbandonato e sono cresciuto da solo con me stesso e la foresta è stata
per molti anni la mia casa e la mia maestra.
La mia vita finora non è stata un granchè, almeno non come quella degli
eroi di cui si raccontano le imprese.
Sono nato e cresciuto nella fucina di mio padre Godor, un fabbro di
modesta reputazione, e mia madre.
Entrambi i miei genitori morirono di una malattia e ad otto anni venni
affidato a mio zio, un vecchio mercenario, aggressivo e ubriacone che mi
trattava più o meno come il suo paio di stivali.
Dormivo vicino al suo cavallo, nella stalla, su un pagliericcio fangoso,
ma ben presto ne feci l'abitudine.
Lo servii come scudiero finchè venne ucciso durante una rissa in una
taverna... non era la prima che provocava e già molte volte mi trovai
coinvolto e tornavo a casa dolorante, tra i suoi insulti... ma questa
volta il colpo di una grossa mazza sul viso lo zittì per sempre.
Da lui imparai le tecniche di lotta e l'uso delle armi, ma soprattutto
l'aggressività e la ferocia.
La sua morte non mi dispiacque più di tanto, se non che sgozzarono il
suo cavallo e bruciarono la sua baracca... e fui costretto a lasciare il
mio villaggio.
Avevo quindici anni, e da quel giorno vivo come un vagabondo... trovo
impieghi per poco tempo come bracciante, mercenario o boscaiolo e
preferisco spesso passare la notte all'aperto: per le strade dei
villaggi o nell'oscurità delle foreste.
Dei miei parenti possiedo pochi ricordi: il mantello verde polveroso e
sgualcito di mio zio e la sua spada... una delle più resistenti e
pesanti della regione, che venne forgiata da mio padre Godor negli
ultimi anni della sua vita.
Sulla pesante lama d'acciaio sono incisi degli strani simboli runici...
forse un nome? o una profezia? il loro significato non l'ho mai saputo.
Da mesi ormai sono alla ricerca di una delle sorelle di mia madre...
avevo sentito dire che vive nell'Antro delle Streghe di questa Kioskas e
si fa chiamare Niniana.
Forse da lei potrei scoprire cosa nasconde il passato della mia
famiglia, ma soprattutto potrei diventare ancor più resistente e
combattivo grazie alle sue arti stregonesche ed ai suoi insegnamenti”.
Appena finii di parlare guardai intensamente il mio boccale nuovamente
vuoto e vidi che nel locale ormai scarseggiavano i clienti e con
Gorchtron decidemmo di alzarsi e raggiungere i nostri letti al piano
superiore.
Passammo la notte sui due giacigli di pagliericcio che erano stati
preparati per noi in una stanza.
Appena entrati nella stanza il nano chiuse la porta a chiave ed estrasse
dal suo zaino di cuoio un lungo laccio di cuoio e lo legò strettamente
attorno alla maniglia in ferro della porta, in modo che non potesse
venire aperta dall’esterno, pur avendo la chiave.
E aggiunse:
“Come puoi fidarti di quell’oste? Io non voglio venire sgozzato nel
sonno!”
Capitolo 11 – I GUERRIERI DI BRAMAN
A metà della mattina successiva io ed il mio compagno di viaggio fummo
svegliati dal rumore e dagli schiamazzi di una banda di mercenari di
ritorno da una battaglia, da un’azione di guerriglia, da una battuta di
caccia o più probabilmente dal saccheggio di un villaggio vicino.
Molti portavano con se cadaveri di cinghiali legati ai cavalli e dei
grossi sacchi di iuta.
Non riconobbi nessuno di loro, sembravano piuttosto giovani, eccetto il
loro capo: un uomo di almeno quarant’anni di nome Rolf.
I mercenari erano almeno sette e lasciarono cavalcature e bagagli fuori
dalla locanda, e vi entrarono.
Io e il nano ci vestimmo e ci bardammo delle nostre corazze e dei nostri
elmi.
Spaventato Gorchtron afferrò il suo machete, lo ripose nella fodera di
cuoio e disse:
“Signore, non avrete intenzione di attaccar briga con quei brutti ceffi?
Avete riconosciuto qualcuno di loro?”
“Solo il loro comandante: un certo Rolf, un rozzo ubriacone. La vita dei
mercenari e dei guerrieri di ventura è breve, la maggior parte di quelli
che conoscevo un tempo quando ero scudiero presso mio zio saranno già
morti o invalidi. Gli altri sono per lo più ragazzotti di una ventina
d’anni, non potrei riconoscerli anche se li avessi già visti”.
“Non mi avete detto se avete intenzione di attaccar battaglia a quei
sette o otto uomini armati di lance”.
Non risposi e mi diressi verso le scale: il nano mi seguì in un forte
stato di angoscia, mista ad eccitazione.
Arrivammo nel salone della taverna ed ordinammo del pane e del latte per
la colazione.
I mercenari si erano messi in tondo attorno ad un grosso tavolo,
urlavano e schiamazzavano intenti a divertirsi ed ubriacarsi per
festeggiare il loro ritorno.
Nessuno sembrò riconoscermi, dopotutto Rolf era girato di spalle ed il
mio viso e la mia corporatura erano molto cambiato in questi otto anni
di crescita.
Rolf era un uomo alto e massiccio, dalla barba e dai folti capelli neri
che facevano risaltare due occhi scuri e svegli.
Indossava sempre una corazza di ferro ben ricamata con frange di cuoio
ed arabeschi dorati che adornavano il petto e le spalle dell’armatura.
Sulla schiena sfoggiava un lungo mantello nero dai contorni decorati con
bordature d’oro che disegnavano complicate greche.
Anche dieci anni prima combatteva sempre con la medesima arma: una spada
dall’elsa d’osso intagliato e dal grosso pomo d’argento lucido alla
base, riposta in un fodero di cuoio decorato con frange.
Era un uomo imponente e dal carattere dominante, così come l’apparenza:
da quando io me lo ricordo era sempre stato a capo di un manipolo di
mercenari abituati addestrati alla guerriglia ed all’assassinio di
nobili e ricchi mercanti.
Ma il tutto era molto più complicato del previsto: un ricordo mi balenò
nella memoria e mi fece sobbalzare e tremare le gambe...
Rolf era il padre di Gwendal, la ragazza che secondo il locandiere
avrebbe ucciso la sacerdotessa che da sempre seguiva le sorti del
villaggio.
Era probabile che negli anni Rolf avesse raggiunto una posizione di
superiorità gerarchica non indifferente nell’ambito del villaggio e
delle terre circostanti.
L’oste arrivò verso di noi e mi guardò preoccupato:
“Sei un pazzo Agwulf! Se ti riconoscesse sarebbero guai... Rolf non è
più uno dei rozzi mercenari di questo villaggio come tuo zio: ora egli è
il comandante dei Guerrieri di Braman, un gruppo di uomini addestrati
alla guerriglia oltre le linee nemiche. Da tempo il villaggio è in mano
a questa truppa, ed a capo del tempio che governa le sorti di questo
paese c’è sua figlia Gwendal... spera che nessuno si incuriosisca a te e
scappa, finchè sei in tempo: tornate nella vostra camera e chiudetevi
dentro fino a stanotte! Seguite il mio consiglio o vi faranno a pezzi!”
Finii in fretta il mio grosso pezzo di pane e mi ingozzai di latte, la
stessa cosa fece Gorchtron.
Mi alzai, mi misi l’elmo sul capo e con la mano protetta dal mio guanto
metallico diedi una pacca sulla spalla del locandiere e risposi:
“Basta! Mi hai convinto... è stato un viaggio troppo azzardato e non
voglio venir ucciso come un cane in questa locanda... me ne andrò”
Lasciai qualche scaglia di miara sul tavolo e vidi le facce stupite e
sbigottite del mio compagno e di Garubhe, ed aggiunsi:
“Aspettami qua, Gorchtron. Vado a prendere il cavallo dalla stalla...”
Il nano fece un gesto di assenso ed assunse un’aria più tranquilla:
aveva capito le mie intenzioni.
Uscii dal locale passando accanto ai chiassosi guerrieri capeggiati da
Rolf.
Aprii la porta della locanda e la lasciai spalancata... un vento gelido
entrò nel locale e fra i rimproveri e le minacce dei guerrieri di
chiudere quella porta, me ne andai.
Capitolo 12 – BATTAGLIA NELLA LOCANDA!
Uno dei mercenari scocciato si alzò per chiudere quella dannata porta
aperta che faceva entrare nella locanda un vento gelido.
Il vento gelido fece spazio ad un urlo di battaglia ed alla grossa massa
del mio cavallo nero e muscoloso, in corsa dentro la locanda, i cui
zoccoli lo colpirono e la corsa lo travolse e lo calpestò, lasciandolo
agonizzante a terra.
Con gli occhi infiammati dall’ira della battaglia feci irruzione con la
mia grossa cavalcatura nella taverna, in corsa mi diressi urlando ed
agitando la mia grossa scure verso il tavolo dei guerrieri.
Travolsi sedie e tavoli e i mercenari si alzarono impauriti da quell’attacco
bestiale, sbalorditi ed incapaci di reagire per quanto stava accadendo.
Diedi contro al tavolo con il cavallo, travolsi un secondo guerriero:
gli zoccoli ed il peso del cavallo gli fracasso le gambe e le costole,
finchè un pesante zoccolo non gli fracassò il viso contro il pavimento.
Diedi violenti e brutali colpi con la mia spessa e pesante scura a
casaccio sul gruppo di mercenari sbigottiti che impotenti iniziarono a
stringere le armi in pugno.
Con i colpi di scure fracassai gli elmi e la testa di altri due uomini,
ed il nano Gorchtron trapassò il cranio di un altro di essi con un
quadrello della balestra e lo inchiodò ad una trave del locale.
Poi ripose la balestra, estrasse il grosso machete e diede anch’egli
contro i mercenari.
Non si aspettavano un attacco da dietro ed il machete del mio compagno
affondò profondamente nella schiena di un altro giovane guerriero.
Uno di essi diede contro al nano, il nano spinse il corpo del cadavere
ancora infilzato al machete contro il suo assalitore, che perse
concentrazione ed equilibrio.
Poi gli diede contro: un colpo di machete lo colpì su una delle due mani
che stringevano l’asta della lancia.
Lunghi schizzi di sangue e un paio di dita schizzarono contro la parete
della locanda ed un secondo colpo in direzione opposta gli provocò un
largo squarcio nel viso.
Il giovane guerriero cadde a terra tenendosi il viso con l’unica mano
sana rimasta, mentre l’altra era aperta in due fino al polso per il
violento colpo e le due dita centrali erano state amputate e fracassate.
Urlava per il dolore...
Rimase solo un altro mercenario oltre a Rolf.
Il primo dei due, armato di lancia, mi corse incontro: la punta mi
penetrò profondamente un fianco, trapassò la mia corazza e la maglia di
ferro e mi penetrò la carne, fermandosi contro una costola.
Il colpo non affondò in tutta la sua penetrazione, perché venni
disarcionato e cascai da cavallo.
La caduta fu attutita da una sedia, ma l’impatto contro uno schienale mi
ruppe due costole del fianco destro.
Rolf sguainò la spada e diede contro al cavallo, per sgozzarlo, ma la
sua corsa fu fermata dal machete di Gorchtron che deviò il fendente
della sua spada contro il pavimento del locale.
Rolf rialzò la lama infilata nel legno con forza e in un movimento unico
diagonale dall’alto in basso provocò un profondo squarcio sul braccio e
sul torace di Gorchtron.
La pesante arma del nano venne proiettata sul pavimento e la forza del
colpo lo fece cascare a terra ad un metro di distanza.
Mentre mi rialzavo, vidi nuovamente il mercenario darmi contro con la
lancia: per un pelo mossi il busto più velocemente del suo affondo che
impiantò la punta della lancia per vari centimetri nelle assi di legno
del pavimento.
Alzandomi andai contro al mercenario, lo afferrai per i lacci di cuoio
che ne fissavano la corazza sulla spalla e lo colpii con un violento
pugno contro quella testa senz’elmo e la forza del colpo valse a
fratturagli il naso ed entrambi gli zigomi e lo fece piombare al suolo,
sopra i corpi dei suoi compagni.
Rolf aveva apparentemente messo fuori combattimento il nano, e lo vidi
avventarsi verso di lui, brandendo la sua spada dall’elsa d’osso ed il
pomo d’argento: il nano era a terra ed il colpo del comandante dei
guerrieri gli trapassò il braccio inchiodandolo al pavimento: Gorchtron
lanciò un urlo di dolore.
Tuonai con forza: “ROLF!” ed egli si girò, sferrando una violenta
pestata col piede al petto del nano, impotente, che per il colpo si
raggomitolò e tossì violentemente.
Rolf non infierì oltre sul mio compagno di viaggio e si diresse
tranquillamente verso di me:
“Chi sei guerriero? Da solo hai ucciso almeno la metà dei guerrieri che
avevo con me di ritorno dalla soppressione di un gruppo di contadini
rivoltosi di un villaggio vicino, per ordine di un nobile locale”
“Ti ricordi la mia voce? – feci per togliermi il mio elmo di ferro
ornato da paurose e demoniache corna – Riconosci il mio viso? Il mio
nome è Agwulf. Lasciai questo villaggio quasi dieci anni fa, dopo che
mio zio venne ucciso proprio in questa taverna”.
Rolf lasciò scappare un ghigno divertito:
“Adesso ricordo. Fu un episodio insignificante per una truppa di
mercenari abituati ai massacri ed alle battaglie!”
“Negli anni che passai in questo villaggio imparai ad odiarvi: ad odiare
tutti i guerrieri arroganti e aggressivi come voi e giurai dentro me
stesso che un giorno vi avrei massacrato come bestie.
Appena vi ho visto il sangue mi è ribollito nelle vene per il desiderio
di attaccar briga con voialtri ed ora che so che tu sei addirittura
comandante dei guerrieri di Braman e tua figlia la sacerdotessa, la cosa
mi eccita ancor di più!”
Estrassi la mia pesante spada dal fodero in cuoio e ancora per un attimo
guardai le rune ed i simboli magici che mio padre Godor incise sulla
lama.
Rolf strinse ancor più forte l’elsa di osso intagliato della sua spada.
Mentre parlavamo Gorchtron si mise in ginocchio, tossì ancora
violentemente e vomitò latte e cibo, misto a sangue grumoso e poi fece
alcuni passi a gattoni e si rintanò in un angolo, mentre io e il
comandante dei guerrieri di Betris ci avvicinavamo...
Rolf aggiunse:
“Sei proprio impaziente di morire... proprio come tuo zio!” e mi diede
contro sollevando la spada ed abbassando con forza la lama in direzione
della mia testa.
Alzai la mia pesante spada e fermai il colpo: le lame si scontrarono con
forza e con essa spinsi qualche passo indietro il mio avversario e
indietreggiai io stesso.
Ci ridemmo contro e le nostre spade cozzarono ancora e ancora, finchè un
suo colpo non mi colpì su un fianco, ma con poca forza e senza altro
risultato che incrinare leggermente la piastra di metallo. Gli sferrai
un calcio poderoso sulla gamba, all’altezza del ginocchio, ma protetta
dall’armatura di ferro non venne danneggiata.
Un nuovo colpo di Rolf penetrò la corazza sulla spalla e lacerò la carne
per qualche centimetro, facendomi barcollare.
Le due lame si incrociarono con forza, producendo un forte suono
metallico, all’altezza del mio petto e con un movimento mi spinse
indietro, contro una sedia rotta.
Il mio equilibrio venne meno e barcollai indietro contro un tavolo:
approfittando del vantaggio mi diede contro con la punta della lama, per
trafiggermi.
Con la mia spada colpì violentemente la sua lama dall’alto verso il
basso e deviai il colpo che penetrò le assi di legno del pavimento.
Con violenza pestai col piede il piatto della lama della spada, la cui
punta era infilata nel legno, per terra e Rolf si trovò disarmato a
poche decine di centimetri da me.
Lo spinsi indietro: il comandante dei guerrieri di Braman ora era
spaventato ed in preda al panico, la sua sicurezza ed arroganza era lì
pestata a terra sotto il mio piede, come la lama della sua spada.
Balbettando disse:
“Non puoi colpirmi, ora... non farlo!”.
Lanciai un feroce urlo e mi avventai contro di lui e affondai la lama
della mia pesante spada contro la sua coscia, poco sopra il ginocchio:
il colpo era violento, ma non ne amputò l’arto.
La spessa lama della mia spada penetrò nella carne e tranciò il femore
poco sopra il ginocchio, che gettò un lungo schizzo di sangue fino al
bancone, distante quasi due metri.
Cadde a terra urlando dal dolore e tenendosi l’arto fracassato, su cui
infierì ulteriormente, pestando col piede il ginocchio, fermandolo a
terra.
Ormai la gamba era piegata in modo innaturale e di sicuro quel
poveraccio stava soffrendo come non aveva mai provato nella sua vita.
Riposai la pesante spada grondante di sangue nel fodero.
Fra i mugolii e i pianti Rolf mi chiese di risparmiargli la vita, mi
pregò finchè aveva voce... tolsi il piede dal ginocchio insanguinato e
maciullato e pestai nuovamente quel guerriero inerme, sulla gola e pian
piano pigiai sempre più il mio piede contro la sua gola premendola al
pavimento, finchè i suoi lamenti non si fecero pian piano più flebili ed
impercettibili.
Poi cessarono del tutto e gli occhi gli si rigirarono nelle orbite.
Capitolo 12 – LA SACERDOTESSA
Afferrai il povero Gorchtron ferito e lo misi in groppa la cavallo,
montai anch’io e fuggimmo da quel massacro.
Lo scontro contro quel manipolo di guerrieri di Braman non era durato
oltre dieci minuti, tempo in cui il locandiere era corso fuori dalla
bottega e disperatamente gridava sulla viuzza di terra battuta.
Uscendo dalla locanda mandai il cavallo al galoppo verso il limitare del
villaggio: durante la corsa mi si opposero due guerrieri armati l’uno di
lancia e l’altro di spada che tentarono in fondo alla stradina di
sbarrarmi la strada.
Con un colpo della balestra di Gorchtron ne colpii uno sul petto e si
accasciò al suolo.
L’altro ebbe la testa fracassata poco dopo da un colpo di scure, mentre
correvo veloce col mio cavallo.
Durante la mia corsa passai di fronte all’unico edificio in pietra del
villaggio e vidi sporta da una delle finestre del piano superiore una
giovane donna dal corpo formoso e stupendo coperto solo da strisce di
cuoio sui seni grossi e tondi e sul bacino, dai lunghi capelli rossi e
lisci, che mi fissava con due penetranti occhi verdi.
La riconobbi subito, la stupenda Gwendal: gli anni ne avevano esaltato
la bellezza e la femminilità di un tempo e l’avevano resa una donna
intrigante ed eccitante.
La guardai e notai dalla sua espressione che, nonostante l’elmo che
copriva la mia testa per intero, mi riconobbe.
Aveva un’aria sorpresa: quel corpo stupendo e quel viso meraviglioso mi
avevano attratto anche da piccolo... fra noi due esisteva un rapporto
speciale anche dieci anni fa, prima che fui costretto ad abbandonare il
villaggio.
Spesso, quando suo padre e mio zio ci lasciavano soli, passavamo molte
ore nei luoghi circostanti il villaggio.
Anche allora aveva un carattere fiero e provocante, come quello di un
animale da domare e fare proprio per sempre.
Più volte nel periodo che passammo insieme ci scambiavamo intensi baci e
lunghi e profondo sguardi.
Anch’ella come me stava crescendo fra l’arroganza del padre e degli
altri rozzi mercenari e ci piaceva scambiarci promesse d’amore e
guardare ad un dolce futuro insieme, lontano dalle battaglie e dai
massacri... entrambi tuttavia crescemmo in modo ben diverso dalle nostre
speranze: le battaglie e le sofferenze non ci lasciarono mai, fino ad
oggi.
Galoppai fuori dal villaggio, verso il fitto bosco.
Gorchtron nonostante fosse ferito e stesse male notò quella donna
stupenda dai capelli rossi e il guardo che ci scambiammo in quei brevi
istanti...
Ci allontanammo ancora qualche ora a cavallo dal villaggio e ci
riparammo nella fitta boscaglia che circondava quelle terre.
Smontammo da cavallo: Gorchtron tossiva ancora e perdeva sangue dalle
ferite e dalla bocca.
Lo medicai come riuscii per l’intera giornata, fino a sera.
Con un laccio di cuoio cucii lo squarcio sul braccio e sul torace, meno
profondi e gravi comunque di quel che immaginavo.
Purtroppo la violenta pestata di Rolf aveva incrinato lo sterno del mio
compagno di viaggio.
Cercai di sistemarlo come potevo e dopo poche ore si sentì meglio.
Mentre con il grosso laccio di cuoio cucivo le profonde ferite sul suo
tozzo corpo e beveva un forte liquore per contrastare il dolore, fra i
sussulti mi disse:
“Non sei tornato fin qui per vendetta, né per odio... sei tornato per
lei, vero?”
Non risposi e continuai nella mia operazione, ed il nano non aggiunse
altro.
Mi sentivo svuotato dal ricordo di quel corpo, di quel viso e di quello
sguardo: nonostante solo pochi momenti prima avessi massacrato un gruppo
di guerrieri ed avessi rischiato la mia stessa vita, quella visione
bastò ad acquietare il mio animo feroce.
Capitolo 13 – LA PASSIONE
Decidemmo di accamparci a qualche ora a cavallo dal villaggio:
indubbiamente ci tenemmo all’erta, i guerrieri dopo l’uccisione del loro
comandante e di alcuni dei membri più in gamba, avrebbero potuto
organizzare delle battute notturne nel bosco per stanarci.
Tuttavia, a quanto pare, Rolf era un capo aggressivo e violento, più
tollerato che desiderato e non vedemmo alcun gruppo di guerrieri, né
alcun cane da caccia, né alcuna torcia accesa nel buio della sera.
Durante la notte, il mio cavallo nero nitrì fino a svegliarmi: mi alzai
di scatto ed afferrai la mia spada stesa a fianco a me nel fodero di
cuoio... evidentemente aveva avvertito un pericolo.
Guardai Gorchtron, dormiva: in tutto il giorno precedente aveva bevuto
molto per dimenticare il dolore delle ferite e delle medicazioni.
Mi guardai intorno e balzai su me stesso, quando vidi una figura avvolta
in un lungo mantello, incappucciata, uscire dall’oscurità del
sottobosco.
Dal lungo manto nero uscivano solo alcune ciocche di lunghi e lisci
capelli rossi.
Appena la vidi, abbassò il mantello e lo lasciò cadere a terra.
Era vestita di pochi abiti lisci e quasi trasparenti che facevano vedere
ogni meraviglia del suo corpo: i suoi seni, grossi e tondi che avrebbero
invogliato chiunque a stringerli e baciarli; la sua carnagione chiara ed
un bacino dalla forma stupenda ed eccitante.
Le guardai il viso, meravigliato dalla sua bellezza, lasciai cadere a
terra la spada: in quel momento, avrebbe potuto uccidermi solamente con
un pugnale, se l’avesse avuto, ed io mi sarei lasciato uccidere senza
poter reagire.
Infatti ero già stato battuto quella notte di luna piena: la sua
stupenda bellezza mi rapì e bastò da sola a disarmarmi ed a
sconfiggermi.
Guardai i movimenti del corpo illuminato dalla fioca luce della luna,
camminare verso di me, lasciando delicate impronte nel bianco della
neve.
Le camminai incontro slacciandomi di dosso le pesanti piastre di ferro
che lasciai cadere a terra.
Afferrai le mani della ragazza, ammirai il suo viso candido: quella
carnagione chiara e quei lunghi capelli lisci e rosso scuro, quasi rame,
che mettevano in risalto i suoi due stupendi occhi verdi e vivaci.
Avvicinai il mio viso al suo ed assaporai quelle labbra rosse, calde e
quella lingua che mi accarezzava.
Le sue mani mi sentirono le braccia, le spalle ed il petto: dove
passavano spogliavano e mettevano in risalto il mio corpo muscoloso e
talvolta segnato da cicatrici e botte.
Spesso si soffermò sulle mie ferite con le mani: si vede che la
attiravano e l’intimorivano insieme... prese a baciarmi il petto nudo,
la pancia... sempre più in giù... in poco tempo ci trovammo sulla neve.
Le mie mani stringevano e la mia bocca baciava quel morbido seno ed il
mio bacino dava contro di lei.
Strinsi i suoi fianchi, mentre i nostri movimenti ci procuravano
sensazioni coinvolgenti e morbose... ci eravamo incontrati nuovamente
dopo tanti anni, dopo tanti sogni e tante promesse dette dalle innocenti
parole di due ragazzini.
Strinsi quella vita sottile, quei fianchi e quel bacino dalla forma
stupenda, che si muoveva sempre più velocemente contro di me, mentre i
nostri respiri si fecero affannosi e incessanti.
La neve sotto il nostro giaciglio coperto dagli abiti andava
sciogliendosi ed il freddo non faceva altro che stringerci ancor di più
l’uno all’altro ed a rendere quei momenti più lunghi... entrambi
speravamo che tutto questo non finisse mai... finalmente quei due
ragazzi erano diventati adulti e questo era quello che avevano sempre
desiderato...
Le prime luci dell’alba ci svegliarono: nessuno dei due aveva ancora
parlato, per ore eravamo stati in un silenzio interrotto solo dagli
ansimi e dai respiri affannosi che trasparivano godimento e
soddisfazione.
Lei giaceva sdraiata a fianco a me, con la testa poggiata sul mio petto,
i capelli sparsi sul mio corpo, mentre io con le mie braccia la
stringevo, come se quell’unione e quell’abbraccio non dovessero mai più
sciogliersi.
Appena la luce del sole illuminò i nostri visi aprimmo entrambi gli
occhi assonnati, le si fece su di me e mi baciò nuovamente le labbra e
la lingua... poi mi fissò coi suoi occhi verdi ed intensi e dalle sue
labbra rosse e carnose, per la prima volta, disse:
“Agwulf... sapevo che prima o poi saresti tornato... amore mio: non ho
dimenticato nessuna delle promesse che ci siamo fatti quasi dieci anni
fa... lo voglio ancora. Ti ho aspettato per tutti questi anni, non sono
mai stata di nessun uomo. Ma il destino non ci ha mai unito, amore mio,
e vorrà sempre tenerci lontano... stanotte sei stato un amante Agwulf...
– i suoi occhi si fecero più candidi ed una lacrima le corse sulla
morbida guancia, fino alle labbra – ma sei anche l’assassino di mio
padre e del comandante dei guerrieri di Braman: la prossima volta che ci
incontreremo saremo nemici ed uno di noi due morirà!”
Nemmeno lei, come me, aveva alcun desiderio di vendicare un uomo
aggressivo e arrogante come suo padre; tuttavia anche lei, come me, era
un guerriero e come tale doveva comportarsi.
Mi lasciò lì e si riavvolse nel suo lungo mantello scuro, io rimasi
attonito e sbalordito... non avevo parole.
Si girò un’ultima volta verso di me, col volto rigato dalle lacrime e mi
disse:
“Grazie, Agwulf...”
Sbigottito balbettai: “Gwendal...”
Nella mia mente risuonavano parole e frasi di conforto, per dimenticare
il nostro passato e ricongiungerci nel punto in cui il destino ci aveva
tristemente separato: sarei voluto correrle incontro ed abbracciarla,
per non lasciarla più... avrei voluto chiederle di abbandonare i rancori
ed i doveri, di fuggire e di vivere noi due da soli per ogni giorno
della nostra vita... ancora, ora che eravamo liberi... ma non lo feci...
anche per amore, non è possibile rinunciare a se stessi per uomini come
me e donne come lei...
Aggiunsi: “Grazie, Gwendal... non ti dimenticherò mai: spero che prima o
poi, in un’altra vita, potremo finalmente stare insieme...” e continuò
quella camminata fra la neve, nel sottobosco, verso il villaggio.
Capitolo 14 – RIFLESSIONI
Gorchtron a mattina inoltrata si svegliò dal lungo sonno dovuto alla
stanchezza ed all’alcool ingurgitato il giorno prima.
Si era ripreso perfettamente, sebbene facesse ancora una certa fatica a
muoversi e il torace gli doleva ancora molto: tuttavia si sentiva pronto
a ingaggiare battaglia nuovamente!
Ero seduto sulla neve, vestito con pochi abiti, appoggiato ad un tronco
e guardavo il terreno pensoso e preoccupato.
Il nano mi si avvicinò e mi scosse, senza avere alcuna risposta... notò
delle impronte femminili nella neve ed il giaciglio dei due corpi... si
rialzò e capì subito.
Era un uomo di un metro e venti, rozzo e testardo, ma in fondo molto
perspicace.
Andò a raccattare l'equipaggiamento ed a rassettare il cavallo, mentre
era indaffarato passò lunghi minuti in silenzio.
Ogni tipo di pensiero affollava la mia mente: sarei voluto andarmene,
come avrei potuto affrontare la donna che amavo?
Come avrei potuto infierire i miei colpi su di lei, mentre dentro di me
quei colpi sarebbero voluti essere baci e carezze?
In ogni modo, non avrei mai potuto rinunciare al mio modo di
comportarmi, a me stesso, e non sarei mai potuto sottrarmi a quello che
il destino aveva tragicamente programmato.
Ero distrutto nei pensieri e nelle angosce... desiderai pregare la Dea
che fosse tutto un sogno... e invece questo era il suo volere...
Indaffarato nei preparativi per il viaggio il nano, dalle labbra immerse
nel folto della sua lunga barba, disse:
"Signore, se rinunciaste al vostro modo di comportarvi perdereste voi
stesso per il resto dei vostri giorni... vi comportereste da codardo e
non sareste più un guerriero come vi sentite”
Parlai, sommerso nel dolore:
“Finora non ho mai avuto alcuno scrupolo per uccidere donne e bambini
che si opponessero a me, ma... non potrei farlo a lei... è l’unica
persona contro cui non ho armi, né difese. Ho deciso Gorchtron: mi
lascerò uccidere da lei. Non potrei farle del male: il mio cuore
verrebbe spezzato dal dolore se dovessi farlo”.
“Non vi riconosco più Agwulf... se davvero la amate dovete essere voi
stesso, per rispettarla. Quella donna vi ama, e vuole amarvi fino in
fondo: se ve ne andaste o vi lasciaste uccidere senza reagire o
addirittura fingeste di aggredirla, le mentireste e non sareste più
Agwulf, l’uomo che ama... ma sareste un uomo banale, come ogni altro,
che non saprebbe affrontare la propria sorte e lei non vi amerebbe più”
Si avvicinò e si inginocchiò vicino a me ponendomi una mano sulla spalla
e dicendo:
“Chi si innamora ha perso in partenza. Agwulf, amico mio... quella donna
vi ama fino in fondo per come siete e perdere l’amore e la stima che lei
prova per voi sarebbe molto peggio che morire”
Guardai i grossi occhi neri del nano, sormontati da una fronte rugosa e
ruvida.
Quegli occhi erano pieni di sincerità e per un istante mi ricordarono lo
sguardo di mio padre Godor.
Gli presi il braccio e mi aiutò a risollevarmi da terra e dissi:
“Ehi! Non dimenticarti che sono solo il tuo compagno di ventura... non
un tuo amico...” e ci scambiammo uno sguardo fiero e pieno di orgoglio:
quello sguardo fu molto più eloquente di mille ringraziamenti che avessi
potuto fargli a parole.
Finimmo di preparare i nostri bagagli e le nostre armi, mi misi la
corazza e l’elmo da demonio e montai sul destriero nero e procedemmo in
direzione del villaggio e procedemmo indisturbati fino all’ingresso del
tempio.
Non incontrammo altri guerrieri, né mercenari ben più squallidi, o
quelli che incontrammo si ripararono velocemente nelle botteghe o fra le
viuzze... in un giorno chissà quante dicerie erano sorte in quel
villaggio attorno a noi due.
Alle porte del tempio, fra due colonne che davano su una porta di
pietra, smontai, imbracciai la mia pesante scure fissata alla sella
della cavalcatura e procedetti nel tempio con Gorchtron al mio fianco.
I battenti si schiusero girando sui perni e stridendo.
Il suono fu amplificato dalla grande stanza del tempio e l’eco rimbombò
per alcuni secondi.
Entrammo con prudenza, sembrava un posto disabitato e non percepimmo
alcun rumore che svelasse la presenza di qualcuno.
Il nano mi chiuse la porta alle spalle e fece qualche passo: ciò che
vedemmo ci lasciò senza fiato.
Le pareti erano decorate con dipinti murali raffiguranti scene della
mitologia di queste terre, preziosi oggetti ornamentali erano disposti
nelle nicchie piene di banchi e splendidi arazzi pendevano da ogni
parte.
Un intelligente sistema architettonico attirava il vento verso
l’interno, dove risuonava permanentemente un mormorio etereo.
Quattro enormi statue di pietra, raffiguranti dei demoni alati
vegliavano su questo luogo sacro, dall’alto dei cornicioni, mentre
dall’altra parte della sala si trovava una breve scalinata che dava
all’altare dove alloggia la statua di Slangg, un dio locale venerato da
generazioni dagli abitanti di questi luoghi.
Si dice che presieda alla malizia ed alle piogge autunnali.
Mi avvicinai alla statua e la guardai curioso e pensai quanto è
deprovevole l’abitudine degli uomini di pregare gli dei nei momenti di
bisogno o di sconforto, dimenticandosene negli altri periodi.
Procedetti verso una scalinata di pietra che dava al piano superiore del
tempio, nei locali dove alloggiavano la sacerdotessa e le sue paggette.
Capitolo 15 - ATTACCO AL TEMPIO
Salii le scale di pietra del tempio lentamente, come assaporando quelli
che sarebbero potuti essere gli ultimi istanti della mia vita.
Arrivai alla grossa porta di legno massiccio, imbracciai la mia spessa
scure e la colpii violentemente e ripetutamente finché divelta non cadde
distrutta a terra.
Superai le schegge e le macerie ed entrai nel salone del tempio.
Una giovane donna dal corpo formoso e stupendo coperto solo da strisce
di cuoio sui seni grossi e tondi e sul bacino, dai lunghi capelli rossi
e lisci, era seduta in modo scomposto su una grossa sedia di legno ben
lavorata ed intarsiata.
Attorno a lei c’erano almeno altre sei giovani ragazze che indossavano
corazze e lamine di ferro ed imbracciavano armi d’ogni tipo: scuri,
accette, machete...
Alla vista di quella schiera il nano Gorchtron ebbe un sobbalzo; gli
dissi, procedendo oltre la porta divelta -
“Questa è una questione personale, Gorchtron, non intervenire in mio
aiuto anche se stessero per farmi a pezzi...”.
Ma il nano negò con il capo -
“Non posso Agwulf, non potrei lasciarti morire in un luogo come questo!”
A quelle parole col rovescio della mano lo colpii al viso: il colpo lo
vece cadere a terra ed il guanto metallico gli procurò dei tagli sul
viso.
Guardandomi come fossi un traditore ruppe la balestra sul pavimento in
pietra, girò i tacchi e scese per le scale senza dire una parola in
più...
Procedetti lentamente verso Gwendal, che si alzò beffarda –
“Sei più stupido di come ti ricordavo dieci anni fa! Non sei cambiato,
sei ancora quel ragazzino testardo e orgoglioso, ma ora morirai qui!”
Detto questo mi punto contro una balestra e scoccò: un quadrello mi
penetrò la carne della coscia ed un dolore lancinante si diffuse nel
cervello... in un impeto furioso le corsi incontro e scagliai il mio
intero peso contro quel provocante corpo da ragazza.
L’impatto la fece volare sul pavimento due metri oltre di me e la
balestra volò contro il muro in pietra.
Mi avvicinai con fare minaccioso, Gwendal con un rapido movimento si
alzò in piedi e si avventò estraendo la sua spada dal fodero di cuoio e
colpendomi al fianco in un movimento unico... la spada incrinò la
corazza e perforò la maglia di ferro, ma non oltre.
Bloccai le sue mani sull’elsa della spada e fermai con lo stesso braccio
la lama della spada contro il mio fianco.
Con la mano destra libera iniziai a colpire selvaggiamente il volto e il
cranio della giovane donna... sentii la pelle lacerarsi e poi le ossa
scricchiolare e rompersi sotto i miei colpi ed il guanto metallico che
proteggeva la mia mano si lordò, così come il pavimento ed i muri
intorno degli schizzi del sangue e della carne di Gwendal.
Mollai la presa e fermai i colpi, ella stramazzò al suolo col cranio
divelto ed il collo rotto e strozzato in una smorfia straziata...
Le altre sei ragazze mi furono subito contro: alla mia destra una di
esse sollevò una scure verso di me.
Estrassi la spada in tempo e deviai sul pavimento quel colpo, tanto
violento da intaccare la pietra.
Nel rialzare la mia arma le squarciai il viso profondamente.
Subito dopo un forte dolore mi fece inginocchiare a terra, sulla spalla
sinistra la spessa e rozza lama di un’accetta penetrò la carne e spezzò
le ossa; una terza ragazzo armata di un machete mi colpì violentemente
il cranio, incrinando l’elmo contro la carne.
Sopraffatto e stremato dalle ferite, afferrai le due giovani guerriere
più vicine e le strinsi, in una folle corsa verso una delle finestre del
tempio.
Feci una caduta di due piani sul terriccio delle strade del villaggio.
Il corpo delle due giovani guerriere attutì la mia caduta, ma in più
punti la mia corazza si incrinò paurosamente e varie schegge di vetro mi
penetrarono nella carne.
A terra, sopra il corpo delle due ragazze, nonostante gli sforzi, non
riuscii a rimettermi in piedi, stramazzando nuovamente al suolo... era
finita...
Le ultime cose che vidi furono Gorchtron trascinarmi e caricarmi sul mio
cavallo ed istigarlo a correre all’impazzata lontano dalle strade del
villaggio.
Due guerriere scesero le scale dal salone del tempio e montarono a
cavallo per inseguirmi, ma la corsa di una di esse venne fermata dal
grosso machete di Gorchtron che in un colpo amputò una zampa del cavallo
che ruzzolò fra la polvere delle strade.
Poi gli occhi mi si rigirarono nelle orbite ed il mio corpo fu preda
dell’oscurità e dell’incoscienza...
Capitolo 16 - EPILOGO
Mi risvegliai non so quanti giorni dopo nel folto di una foresta, ancora
sdraiato sulla schiena del mio cavallo, vicino ad un fiume.
Era l’alba, smontai da cavallo.
Zoppicavo vistosamente, la ferita del quadrello da balestra, ancora
infilato nella coscia, era infetta e putrescente ed il mio corpo era
sporco ed imbrattato di sangue lurido e grumoso.
Mi lavai nel fiume e cercai di medicarmi le ferite con le bende e
qualche erba medicamentosa che negli anni avevo imparato a riconoscere.
Oltre alle numerose ferite e fratture per i colpi di accetta e per la
caduta di qualche metro dalla finestra del tempio, l’elmo incrinato mi
aveva procurato nei giorni una vistosa piaga sulla testa e sulla fronte.
Per molti giorni mi nutrii di radici, funghi e selvaggina alla ricerca
del sentiero per la kioskas di Kolise.
Finalmente il mago Aragon alla soglia della sua bottega mi accolse, si
prese cura delle mie ferite con unguenti e polveri particolari; mi fece
sedere e mi coprì con una coperta dandomi in una ciotola di legno una
tisana curativa da lui stesso preparata al fuoco del camino in un grosso
pentolone.
Mentre osservavo silenzioso il fumo della tisana bollente diffondersi
nell’aria fredda della bottega, il mago guardò verso il fuoco con
un’espressione cupa e dolorosa –
“Il nano dei monti di Bhors è morto...” disse.
“Come puoi dirlo, mago?”
“L’ho visto per un istante nelle fiamme e ho udito il suo grido nel
vento alla porta”.
“Quella morte è sulla mia coscienza, se fossimo stati uniti, nessun
esercito al mondo avrebbe potuto sopraffarci” dissi, mentre guardai
fisso il sangue che mi si riversò dalle ferite ancora aperte mescolarsi
alle lacrime che cadevano dal mio viso...
Il mago alzò le spalle
“La tua è una razza fragile” e lasciò la bottega.
Agwulf
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