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Notte
nella foresta
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Dopo la nostra ultima
missione ci hanno concesso alcuni giorni di riposo.
Forse gli altri li trascorreranno nelle taverne o tra le coltri di
qualche bella ragazza, ma io sento il desiderio irresistibile di
ritornare nella foresta.
Da quando lei mi ha lasciato non riesco più a fidarmi di una donna.
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Da quando mi sono reso conto di aver sbagliato in modo
così grossolano nel giudicarne una, preferisco starne alla larga, se non
per incontri occasionali.
Certo non sono paragonabili all'amore di una compagna stabile e
affiatata, ma non si può pretendere di avere tutto.
Del resto io sono uno degli Esploratori di Lokot, io sono già sposato
con tre mogli: la Foresta, la Notte e la Morte.
Sono tutte compagne possessive e pericolose, ma riescono ad accendere i
sensi come solo un'unica donna era riuscita a fare.
Ma quella donna non fa più parte della mia vita, perciò ora posso
dedicarmi completamente alle mie mogli in senso lato.
Il mio equipaggiamento è ordinatamente disposto sul giaciglio e sul
tavolo.
Tutto è rigorosamente di colore nero: il colore della Notte.
Non indosso armature, non mi servono e mi rallenterebbero, inoltre
provocherebbero rumori inutili e pericolosi.
Uso solo le maniche corazzate lunghe fino a coprire il dorso delle mani,
dove sono dotate di acuminate
punte metalliche; ed i guanti di cuoio, rinforzati da maglia metallica
sul palmo, affinché io possa afferrare le lame nemiche senza ferirmi.
Spalle, ginocchia e gomiti sono protetti da elementi di cuoio bollito,
rafforzati da borchie d'acciaio, che mi consentono di trasformare tali
parti del mio corpo in altrettante armi.
La mia spada è relativamente corta, dalla lama diritta e robusta,
affilata da entrambi i lati e dalla punta triangolare, così posso usarla
sia per fendenti che per affondi.
Il fodero è di cuoio e acciaio, tanto robusto da poter essere usato
anch'esso come arma, sia da parata che d'attacco.
Porto sempre con me due lunghi pugnali, dalle caratteristiche simili
alla spada.
Nell'alto e robusto cinturone che mi cinge la vita e mi protegge il
ventre ne sono infilati vari altri, più piccoli, destinati ad essere
lanciati.
Dispongo anche di una fionda e di una cerbottana telescopica, con
relativa scorta di biglie d'acciaio ed aghi sia avvelenati che
narcotizzanti - a volte fa comodo prendere prigionieri.
Né l'una né l'altra hanno una grande gittata, ma nella foresta questo
conta poco, dato che è assai improbabile trovare ampi campi di tiro.
Infine la scure, di piccole dimensioni, utilizzabile come strumento di
lavoro, oltre che come arma.
Non porto niente altro con me, a parte un paio di piccoli otri per
l'acqua; ed una fascia di tessuto, da utilizzare sia come benda che per
cingere la fronte, affinché impedisca ai capelli ed al sudore di finire
negli occhi.
Tutto il resto me lo fornirà la foresta.
Quanto alle armi lunghe, mi sarebbero più d'impaccio che di utilità, là
dove vado.
Negli spazi angusti sono molto più indicate le armi piccole, assai più
maneggevoli e meno ingombranti; sono quelle che ti mettono in vantaggio
contro un avversario armato di spadone a due mani, che non lo può
nemmeno sollevare senza che gli si impigli tra i fitti e bassi rami
degli alberi.
Naturalmente bisogna essere molto abili per sfruttare i punti deboli del
nemico ed i propri punti di forza, ma io lo sono... o perlomeno lo sono
stato più di tutti coloro che ho incontrato finora, visto che io sono
qui a parlare fra me e loro sono ormai solo ossa spolpate dai predatori
o dai vermi.
Chissà, forse prima o poi incontrerò qualcuno più in gamba di me, e
anch'io, dopo aver tanto ucciso, alla fine morirò... ma in fondo..
sarebbe davvero così terribile?
A che serve vivere se non puoi dividere la tua esistenza con qualcuno
che ti sta vicino?
Con qualcuno che ti può aiutare nei momenti tristi, o che tu puoi
aiutare?
Ma in fondo, che senso avrebbe per me, Esploratore dei Lokot, Padrone
della Foresta, Ombra della Notte, Portatore di Morte, avere una
famiglia?
Forse lei quel giorno prese la decisione più giusta per entrambi.
Lei non era una guerriera, ma una donna comune, con desideri propri
della gente comune: una famiglia, dei figli da crescere, un marito che
le stesse accanto, l'aiutasse e la sostenesse.
Ma non è questo il mio destino.
Non è per questo che sono nato.
Chiudo l'uscio di casa ed esco.
Dal quartiere dei Lokot alla porta meridionale della Kioskas di Klivia,
dove risiediamo, non c'è molta strada.
La percorro col mio abituale passo lungo e veloce, che uso solo in
città, poiché nella foresta bisogna muoversi in tutt'altro modo.
C'è molta gente, ma nessuno che conosco.
Meglio, così posso concentrarmi totalmente su ciò che dovrò fare.
Ormai la mia mente è già tra gli alberi.
Seguo il perimetro esterno della Kioskas verso nord, fino a raggiungere
il fiume, che costeggio sul lato destro.
La foresta comincia ben presto.
Eccomi a casa.
Come un pesce che sta per essere ributtato in acqua, non vedo l'ora di
rientrare nell'ombra degli alberi.
Ancora pochi attimi e le tenebre, le mie amiche tenebre, saranno su di
me.
Con un sospiro mi accingo a percorrere i pochi metri che segnano il
confine tra la civiltà e la natura selvaggia.
Aspiro a fondo il profumo della foresta, dei suoi fiori, dei suoi
alberi.
Com'è inebriante... è il profumo della libertà, che mi riempie di gioia
selvaggia: ora non sono più un uomo soggetto alle leggi della comunità,
alle regole, alle convenzioni.... sto per trasformarmi per l'ennesima
volta in una fiera in caccia.
Il sangue scorre più velocemente nelle vene, il cuore ha accelerato i
suoi battiti, le tempie mi pulsano. L'eccitazione dell'avventura, del
pericolo, mi pervade rapidamente.
Avrei voglia di gridare la mia felicità, ma mi trattengo; non ho ancora
varcato i confini del mio mondo, c'è ancora gente attorno a me,
viaggiatori, mercanti, contadini, tutta gente che si affretta verso il
sicuro rifugio della Kioskas; tutta gente che teme la notte ed i suoi
pericoli, la foresta e le sue insidie; tutta gente che cerca conforto
nel numero... l'esatto contrario di me, insomma.
Rompo gli indugi e mi tuffo nel mio elemento.
Procedo veloce e sicuro tra gli alberi, evitando meccanicamente pietre e
rami bassi, mentre la mia mente vaga altrove.
Che farò stanotte?
Che mi riserverà il destino?
Staremo a vedere.
Intanto mi dirigo verso quello che considero il mio territorio.
Non credo abbia un nome ufficiale.
Non credo che qualcuno lo conosca.
Sicuramente per tutti è solo una piccola porzione dell'immensa foresta,
simile ad infinite altre.
Da quando lo conosco e lo visito regolarmente non ho mai trovato una
sola impronta umana.
Posso già immaginare che farò poi: andrò nella Radura dell'Incontro
Perfetto.
Anche questo è un luogo di cui ignoro il vero nome, ammesso che ne abbia
uno.
Io l'ho chiamata così per un motivo ben preciso.
Cammino già da un paio d'ore, ormai sono a casa, nella mia tana nella
foresta.
Io solo sono in grado di riconoscere i segni quasi invisibili che ne
permettono l'individuazione.. una minuscola pietra semi sepolta nel
terriccio solo leggermente più scuro che altrove... una vecchia pianta
contorta simile a mille altre, se non fosse per la piega particolare di
uno dei suoi rami.
Mi fermo davanti alla bassa parete rocciosa ricoperta di rampicanti che
si estende a perdita d'occhio verso destra e verso sinistra.
Nessuno potrebbe immaginare che proprio qui, dietro a questo naturale
tendaggio verde, si apre lo stretto cunicolo che porta nella caverna che
ho eletto a mia vera dimora.
Mi infilo nel passaggio, attraverso il quale passo appena, e dopo aver
strisciato a lungo giungo finalmente nel mio antro.
E' una caverna piuttosto vasta, dalla volta relativamente bassa.
Uno stretto ruscello dal fondo roccioso e dall'acqua limpida e
cristallina la attraversa: la mia riserva d'acqua.
Uno spesso tappeto di verde muschio ne ricopre una parte: il mio
giaciglio.
In un canto si trova la catasta di legna che ho accumulato nel corso del
tempo.
In un altro i contenitori con le scorte di cereali, frutta secca e carne
e pesce affumicati che ho immagazzinato per eventuali tempi duri.
Ho portato anche indumenti, coperte e calzature, visto che non si può
mai sapere cosa potrebbe accadere.
Ed unguenti e medicamenti per le ferite.
Finora non ho mai avuto bisogno di tutto ciò, finora ho solo accumulato
scorte; e continuerò a farlo.
Io mi fido del mio istinto che mi dice che prima o poi mi servirà ogni
cosa che metterò da parte. Comprese le armi che ho sottratto a coloro
che ho ucciso e che sono ordinatamente disposte lungo la parete, avvolte
in teli che le proteggono e le conservano in buone condizioni.
Controllo rapidamente che tutto sia in ordine, poi mi avvio verso uno
dei cunicoli che portano ad altrettanti ingressi secondari, anche questi
invisibili a chiunque non li conosca.
In breve sono di nuovo nella foresta.
Seconda tappa: La Radura dell'Incontro Perfetto.
Eccola qui, illuminata a giorno dalla luna piena.
E' piccola, quasi un cerchio di non più di cento metri di diametro.
Al centro vi è uno stagno, alimentato da una sorgente.
Qui vengono a rifornirsi d'acqua le poche famiglie che abitano nei
dintorni.
E' qui che l'ho incontrata.
E' qui che l'ho vista la prima volta, da lontano.
E' qui che l'ho conosciuta, tanto tempo fa, in una notte simile a
questa.
E' qui che mi ha lasciato, poco tempo fa, in una notte simile a questa.
Tre notti simili, ma tanto diverse.
La Notte della Gioia, quando la conobbi.
La Notte del Dolore, quando mi lasciò.
La Notte della Nostalgia, questa, mentre la rimpiango.
La Radura dell'Incontro Perfetto: qui ci conoscemmo, qui ci lasciammo,
qui ricordo quei momenti... il cerchio è chiuso perfettamente.
All'improvviso un acuto senso d'allarme mi prende.
Odo la voce della Foresta che mi avvisa di un pericolo.
Un leggero alito di vento mi porta alle nari il lieve, quasi
impercettibile, odore di gente in marcia nella foresta.
Rapido come il lampo rientro tra le piante e mi arrampico su un albero.
Quassù, nascosto tra i folti rami posso chiudere gli occhi e
concentrarmi sui rumori che il vento mi porta.
Di notte, nella foresta, la vista non serve a nulla, poiché non vi è
abbastanza luce; ciò che conta è l'udito: sono i suoni che ti permettono
di capire chi o cosa si trova attorno a te.
Tutto ha un proprio rumore caratteristico, inconfondibile.
E poi c'è l'istinto: la vera arma che ti permette di sopravvivere,
avvisandoti dei nemici e suggerendoti quel che devi fare prima ancora di
deciderlo razionalmente.
Esattamente come è accaduto ora: sotto di me stanno passando delle ombre
dalla sagoma inconfondibilmente umana.
Se avessi atteso un istante di più mi avrebbero visto.
Inconfondibile l'odore di armi ed armature.
Inconfondibile l'olezzo del sudore e dell'alcool.
Inconfondibile la loro identità: banditi.
So già dove sono diretti, non c'è molto da scegliere qui intorno: il
loro obiettivo è una delle povere fattorie dei dintorni.
Li conto.
Sono una dozzina.
Per un istante valuto la possibilità di seguirli e sgominarli,
uccidendoli uno alla volta; sono parecchi per un uomo solo, ma non
valgono molto, sono dei codardi e sarebbe facile spaventarli.
Il mio istinto mi grida di non muovermi da dove mi trovo.
Una lontana voce nel mio cervello mi suggerisce che da quelle parti
abita gente che mi è amica, la famiglia della mia amata.
Dovrei aiutarli, se non altro in memoria dell'amore che ho provato - e
che forse ancora provo? - per una di loro.
Sto quasi per muovermi quando, imperioso, mi giunge l'avvertimento della
Foresta: un altro nemico, ben più temibile, si sta avvicinando.
La Morte mi sussurra nella mente che è ansiosa di scoprire quale
generoso tributo riceverà questa notte, e mi chiede se preferisco essere
una vittima o un carnefice.
"Che domanda stupida"- rispondo.
"Allora sei tu lo stupido se scendi da quest'albero proprio adesso"-
sghignazza lei.
Non ribatto: il vento mi ha portato altri suoni ed altri odori.
L'istinto mi aiuta a decifrarli.
Dopo una mezz'ora di concentrazione assoluta, posso stabilire senza
ombra di dubbio che un altro gruppo si aggira nella foresta: almeno tre
individui che si muovono in testa, certamente esploratori; più
arretrate, una dozzina di amazzoni in fila indiana; alle loro spalle un
altro paio, in retroguardia.
In lontananza sento le grida di terrore e di trionfo, scorgo il bagliore
degli incendi.
So bene cosa sta accadendo.
Un fugace dubbio mi attraversa la mente: e se lei fosse stata là?
Se fosse tra quelle donne che gridano, tra le mani dei banditi?
Alzo le spalle.
Anche se fosse, per quale motivo me ne dovrebbe importare?
Sarebbe solo la conseguenza di una sua scelta, se fosse rimasta con me
di certo questo non sarebbe accaduto.
E comunque ho cose più importanti da fare: un raggio di luna mi ha
permesso di vedere i colori di una delle amazzoni in retroguardia..
Darkayer, le truppe scelte di Ylea: il nemico.
Il mio dovere è chiaro: combattere il nemico ovunque si trovi, e adesso
si trova qui, sotto di me.
Attendo alcuni minuti, fino a quando sono certo che si sono allontanate
a sufficienza, poi mi lascio cadere silenziosamente a terra.
Resto rannicchiato ed immobile, la mano sull'impugnatura della spada,
pronto a scattare.
Nessuno si è accorto di me.
Silenziosamente mi getto sulle loro tracce, mentre elaboro rapidamente
un piano d'azione.
Senza fermarmi estraggo la cerbottana e la allungo; infilo uno dei dardi
avvelenati ed attendo di giungere in vista delle prime prede.
Mi muovo con cautela, so benissimo che entrambe sono guerriere, lo si
nota chiaramente dal loro modo di muoversi.
Si voltano frequentemente indietro per assicurarsi che nessuno le stia
seguendo, ascoltano attentamente i rumori della foresta, alla ricerca di
possibili pericoli..
Sono abili, e vegliano attentamente sulla sicurezza delle loro compagne.
Ma non sanno di avere incontrato proprio me.
E anche se lo sapessero non si renderebbero conto di ciò che significa.
L'ago avvelenato lascia il tubo della cerbottana nel medesimo istante in
cui le due guardano in direzioni opposte.
Un secondo lo segue prima che la Darkayer rimasta in piedi si accorga
che la compagna è caduta, e subito la raggiunge.
Entrambe sono morte senza un grido, prima ancora di rendersene conto.
La Morte mi sorride.
"Mi complimento, uomo dei Lokot. Ma non voglio interromperti: è un
piacere troppo grande vederti all'opera. Continua, ti prego."
Annuisco.
Tolgo loro le armi e le nascondo fra i cespugli, seppellendole sotto le
foglie ed il terriccio, imprimendomi bene nella mente i particolari che
mi permetteranno di riconoscere il luogo.
Dopo un breve ripensamento prendo con me una delle balestre cariche.
Le sue dieci frecce potrebbero farmi comodo.
Riprendo l'inseguimento, muovendomi veloce.
So che le amazzoni del gruppo si ritengono al sicuro, non possono sapere
che le loro compagne sono morte.
In breve sono alle loro spalle.
Le seguo, in attesa del momento favorevole per colpire.
Sono troppo vicine, e si accorgerebbero se colpissi una di loro.
Devo attendere che si separino per qualche motivo.
Finalmente accade.
Gli esploratori si sono fermati davanti al traballante ponte di corda
che attraversa un profondo burrone. Conosco quel ponte, è vecchio e
decrepito, ormai dimenticato da tutti, tanto che non vi sono posti di
guardia nelle vicinanze.
Mentre gli uomini gesticolano con la Kopler, una delle amazzoni si volta
nella mia direzione.
So che non può vedermi, poiché sono immobile e vestito di nero.
Sono solo un'ombra tra le ombre.
Io invece vedo molto bene l'intero gruppo, perché la luna, facendo
capolino fra le nubi, illumina a giorno il terreno davanti a me.
E' molto giovane e carina.
Il suo volto fiero, dai lineamenti perfetti, attira il mio sguardo come
una calamita.
Senza perdere di vista le sue compagne mi concentro su di lei.
Si volta di scatto quando ode l'ordine della Kopler di riprendere la
marcia.
La sua treccia fiammeggiante fende l'aria come la coda di una fiera.
Sorpreso, odo la mia voce mormorare:
"Tu sarai mia Darkayer. Io ti avrò e nessuno potrà impedirmelo."
Una nuova eccitazione si unisce a quella della caccia e del sapore del
sangue.
Ora la mia vista si è quasi annebbiata, ma in compenso gli altri miei
sensi si sono acuiti.
Qualcosa è cambiato, mi sembra che tutto attorno a me si muova al
rallentatore.
Gli esploratori hanno già attraversato il ponte, seguiti dappresso dalla
Kopler e da circa metà delle amazzoni.
Capelli di Fuoco - non conoscendo il suo nome la chiamo così - è
l'ultima della fila.
Esco allo scoperto e prendo di mira le sue compagne al di qua del ponte.
Cadono una dopo l'altra, mentre lei si getta fra i cespugli.
Getto la balestra scarica e corro verso il ponte, ignorando le grida
d'allarme e di furore delle amazzoni. Sento i loro dardi fischiare
attorno a me, ma in qualche modo so che non mi colpiranno - ho la fugace
visone della Morte che li devia con la sua falce.
In un attimo la mia spada lascia il fodero e cala sulle corde del ponte.
Dall'altro lato la Kopler e gli esploratori guardano sia me che
l'abisso, in fondo al quale giacciono i corpi contorti e senza vita
delle loro compagne.
Percepisco a malapena le orribili minacce della Darkayer.
Non può fare altro, comunque, visto che la distanza non le permette di
raggiungermi in alcun modo. Perlomeno non in tempi brevi.
Rido.
Una risata feroce e soddisfatta: ora mi posso occupare in tutta
tranquillità di Capelli di Fuoco.
Il fruscio poco lontano mi avvisa che sta correndo alla mia sinistra.
Senza fretta mi avvio nella sua direzione.
Non ha senso correre, tanto la raggiungerò presto.
Nella sua disperata fuga sta aprendo un vero sentiero nella foresta, una
traccia evidente che anche un cieco potrebbe seguire.
Il rumore che produce si sente ben distinto nella notte.
Qualora decidesse di fermarsi all'improvviso e di affrontarmi, lo saprei
subito dal suo cessare.
Il suo ansimare mi giunge chiaro e forte.
Tra non molto le forze l'abbandoneranno, e allora la prenderò.
Qualcosa mi dice che non è corretto ciò che voglio fare.
E' la mia coscienza che si fa sentire, ricordandomi che non sono un
volgare predone.
La mia mente - o i miei sensi? - le risponde che è una nemica, quindi
posso farne ciò che più mi pare, e che una volta tanto posso anch'io
cedere ai miei istinti nascosti ed imbrigliati da troppo tempo.
Qui siamo nella foresta, ci sono prede e predatori.
Io sono il predatore, lei la preda, tutto qui.
I suoni cessano all'improvviso, tutti tranne uno: il respiro pesante ed
affannoso di Capelli di Fuoco, che ella tenta inutilmente di trattenere,
affinché io non la scopra.
"E' inutile, ragazza, non mi sfuggirai"- le dico sorridendo.
Lei non risponde.
"Avanti, vieni fuori. Non ho intenzione di ucciderti, a meno che tu non
mi costringa, naturalmente."
"Immagino ciò che vorresti fare"- ringhia lei.
E' terrorizzata, ma ha grinta.
Non dubito che sia disposta a combattere fino alla fine pur di non farsi
catturare.
Devo provocarla, farla innervosire in modo che commetta qualche errore
che mi consenta di catturarla.
E' una nemica, ma provo un'istintiva simpatia per lei.
Qualcos'altro è cambiato.
Ora non desidero più possederla.
E' ridicolo, lo so, ma... mi piacerebbe parlare con lei, conoscerla...
ma che mi succede?
Forse lo stare troppo a lungo solo nella foresta mi ha reso un po'
pazzo... o forse sento il bisogno di parlare con qualcuno.
Anzi, con qualcuna... con cui non potrò avere alcun legame, quindi
nessun rischio di innamorarmi e conseguentemente di soffrire ancora.
Un altro cambiamento.
So che lo ha percepito anche lei..
Altre presenze nelle tenebre.
Riconosco il loro odore: i banditi di prima!
Sono tutt'attorno a noi.
Non fatico ad immaginare le loro intenzioni: Capelli di Fuoco è
un'ottima preda, e così pure le nostre armi.
Pensano che siamo un bersaglio facile: stiamo lottando fra noi e loro ci
salteranno addosso mentre siamo impegnati ad azzannarci a vicenda.
Ma hanno fatto male i loro calcoli.
La vedo mentre si sporge dal suo nascondiglio.
E' solo un breve attimo, ma sufficiente.
Le giro attorno, invisibile e silenzioso, fino a che noto la sua
appetitosa sagoma scura.
E' a pochi passi da me e mi volta le spalle, sdraiata sul ventre.
Con un balzo felino le sono addosso e la immobilizzo.
Lei grida, si irrigidisce e tenta di liberarsi.
"Piantala, sciocca ragazzina!"- le intimo.- "Ci sono altri nemici
attorno a noi, ben peggiori di me."
Stranamente si zittisce all'istante.
"Che vuoi dire?"- mi chiede.
"Banditi. Sono nemici tanto miei quanto tuoi. Uniamo le nostre forze e
sbaragliamoli."
"E poi?"
"E poi vedremo."
Intuisco il suo sguardo severo e poco convinto.
"Se avessi voluto ucciderti avrei già potuto farlo. Dammi la tua parola
che non tenterai di colpirmi alle spalle fino a che non decideremo di
interrompere la tregua."
"D'accordo. Ma solo se tu mi darai la tua che non tenterai di farmi del
male."
"D'accordo. Andata?"- le chiedo, tendendole la mano.
Indugia un istante poi, con un sospiro rassegnato, me la stringe.
"Amici"- dice.
"Amici"- dico.
"Almeno per questa notte"- aggiungiamo insieme.
Ridacchiamo.
Le voci dei banditi ci richiamano alla realtà.
Stanno snocciolando un'insulsa serie di minacce ed insulti.
Capelli di Fuoco punta la balestra verso un cespuglio e lascia partire
una freccia.
Un grido di dolore ci avvisa che ha colpito uno di quegli stolti:
chiunque sa che parlare è pericoloso, perché permette al tuo nemico di
scoprire dove ti trovi.
A cenni decidiamo di dividerci.
Andremo a stanarli ad uno ad uno.
Non è molto difficile: si muovono in modo goffo e rumoroso.
Mi arrampico su un albero e resto in agguato, immobile.
Quando uno di loro mi passa sotto gli aghi avvelenati fanno il loro
dovere, silenziosamente.
Grida di dolore mi fanno capire che anche Capelli di Fuoco si sta dando
da fare.
La vedo mentre scende dal suo albero e si muove con la balestra
spianata, alla ricerca di altre prede.
Scuoto la testa: sciocca ragazzina.
Conosco molto bene la sensazione di onnipotenza che ti prende quando
falci uno dopo l'altro i tuoi nemici senza che loro possano difendersi.
E' un sentimento appagante, ma pericoloso perché ti fa credere di essere
invincibile, ed invece non è così.
Sei stato solo più bravo di loro, hai approfittato dei loro errori.
Ma se ne commetti anche tu, saranno loro a coglierti in fallo.
E così avviene.
Prima che possa essersene resa conto, è circondata e disarmata.
Tenta di lottare ma la immobilizzano.
Li conto.
Sono sei.
Ce ne saranno altri?
Il mio istinto è sicuro di no.
Scendo dall'albero ed estraggo la fionda.
Inserisco una biglia d'acciaio nella tasca.
Il campo di tiro è sgombro, perciò colpisco.
Il più grosso dei sei crolla a terra.
I suoi compagni si voltano a guardarmi, sorpresi.
Svelta come una gatta - o una lince - Capelli di Fuoco agisce, da abile
guerriera qual è.
Con la nuca sferra un potente colpo al volto dell'avversario che la
tiene, si divincola e lo colpisce di nuovo con una gomitata, mettendolo
fuori combattimento.
Poi sferra una ginocchiata allo stomaco di un altro e lo finisce
troncandogli la carotide con un colpo di
taglio della mano.
Furibonda si guarda attorno alla ricerca di altri bersagli, ma non ve ne
sono.
I miei pugnali hanno eliminato i rimanenti banditi.
Mi guarda, rossa in volto e pronta a battersi.
"E adesso?"- chiede, bellicosa.
"E adesso la notte sta per finire... e con essa la tregua. Prendi la tua
roba e vattene Darkayer, questo non è il tuo territorio."
Annuisce, senza discutere.
Raccoglie le proprie armi e si allontana.
Dopo qualche passo si ferma, si volta, ed esitante mi dice: "Chi sei
tu?"
"Sono uno degli Esploratori di Lokot, Padroni della Notte e della
Foresta."
"Sai Lokot? Mi sarebbe piaciuto conoscerti in un altro tempo ed in un
altro luogo."
Sorrido.
"Sarebbe piaciuto anche a me, Capelli di Fuoco."
Sorride.
"Capelli di Fuoco? Mi piace..credo che mi farò chiamare così da ora in
poi, in tua memoria. Addio, Guerriero della Notte. Chissà che un giorno
non ci si possa incontrare senza essere nemici."
"Chissà."- rispondo.
Mi saluta con un gesto della mano e sparisce fra gli alberi.
Resto a guardare nella sua direzione per un po', quindi mi dirigo verso
il luogo attaccato dai banditi.
Lo raggiungo quando il sole è già alto.
Sospiro, sollevato, quando mi rendo conto che era sì la fattoria dei
miei conoscenti, ma nonostante i gravi danni ed i numerosi feriti ha
resistito all'assalto.
Sono abbastanza lontano, ma riesco a vedere la sua figura fra le altre.
Era lì, ma si è salvata.
La vedo mentre si prodiga ad aiutare i feriti.
"Il mio Amore"- mormoro commosso.
"Il mio ex Amore"- mi ricordo bruscamente.
Mi volto e me ne vado.
Con la coda dell'occhio vedo che ha alzato la testa nella mia direzione.
Mi avrà visto?
E che importa?
Le nostre strade si sono divise, lei ha scelto la sua ed io, mio
malgrado, continuo per la mia.
Cammino stancamente in direzione del mio rifugio, ma poi cambio idea e
punto sulla Kioskas.
Cammino sulla strada principale, piena di gente, ma nessuno che conosco.
Meglio così.
Apro la porta di casa, una casa vuota, come sempre.
Dispongo ordinatamente il mio equipaggiamento e le mie armi sul tavolo e
sul giaciglio e rimetto tutto in ordine, meticolosamente: ogni cosa deve
essere perfettamente efficiente, ne va della vita, poiché la foresta non
perdona.
Ripongo ogni cosa nel baule ai piedi del letto, tranne le armi che per
abitudine tengo a portata di mano, anche qui, nella Kioskas.
Vado alla credenza e mi verso una generosa dose di liquore di erbe che
io stesso ho imparato a distillare: mi concilierà il sonno, e ne ho
proprio bisogno.
Lo trangugio rapidamente, quasi tutto d'un fiato.
Un corroborante bruciore mi scenda dalla gola fino allo stomaco.
Mi butto sul letto e rimango a fissare il soffitto.
"Dannazione!"- impreco.- "Non mi sono né lavato né spogliato."
Ma ormai le mie palpebre si sono fatte pesanti.
Ho sonno... sono stanco.. non ho certo voglia di alzarmi di nuovo...
dormirò così.
Fisso di nuovo il soffitto... gli occhi mi si stanno chiudendo, gli
orecchi mi ronzano....
In mezzo al torpore ed alla nebbia mi sembra di vedere il volto
sorridente di Capelli di Fuoco.
Odo la sua voce che dolcemente sussurra:
"Buon riposo, Guerriero della Notte. Arrivederci al prossimo incontro."
Un'ombra scura, armata di falce, si sostituisce a lei e mormora:
"Arrivederci, Esploratore: i tuoi tributi sono sempre generosi. Riposati
e stupiscimi di nuovo la prossima volta."
Mi giro su un fianco e mormoro, rivolto a me stesso:
"Buona dormita, Otsuaf, Esploratore dei Lokot.. anche oggi sei ancora
vivo. Fino a quando non si sa,
ma per ora goditi la vittoria. Fino alla prossima notte, poi.. chissà.?"
Chiudo gli occhi e finalmente mi prende il sonno, profondo e
ristoratore.
Otsuaf
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