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Il sale della fiducia

DRAVEN

Ci eravamo spinti fino al limitare della foresta, potevamo vedere la kioskas in lontananza.
Era un bel po' che non ci avvicinavamo così tanto ad una kioskas: per noi era molto più sicura la foresta, con i suoi nascondigli naturali, le fronde e gli alberi, i tronchi e le radici, tra i quali era facile per noi mimetizzarci.

Come sarebbe stato possibile nascondersi, mimetizzarsi all'interno di una kioskas?
Come era possibile vivere all'interno di una kioskas, senza spazi, rinchiusi tra mura, dormire in piccole case, in piccole stanze, in piccoli letti?
Questi e altri ancora erano i pensieri che mi affollavano la mente mentre osservavo la kioskas, sgranocchiando alcune noci di ober, dalla scorza dura come la pietra, ma dal sapore dolce.
"Forse dovremmo vivere in una kioskas" dissi a Rue, scherzando, mentre osservava la stessa scena da un ramo vicino a quello su cui ero appollaiato io.
Mi guardò come se avessi detto una sciocchezza, come effettivamente avevo fatto, e saltò giù dal ramo per piombare sull'erba alta ai piedi dell'albero, avvicinandosi ancora di più al campo aperto di fronte alla kioskas, quasi in vista delle sentinelle appostate sulle mura.
"Cosa fai, vuoi farti vedere?" le dissi mantenendo un tono di voce deciso, ma non troppo alto "Non hai visto cosa è successo negli ultimi giorni?".
Effettivamente gli eventi degli ultimi giorni erano la causa che ci aveva spinto fino a qui.
C'erano state ripetute battaglie tra gli abitanti della kioskas e alcuni invasori dall'aspetto barbarico, battaglie che si erano concluse con l'arrivo di un'amazzone, una sorta di comandante supremo, forse un capo spirituale, che aveva sbaragliato, con le sue incredibili capacità guerriere e la sua leadership, quegli invasori disorganizzati e feroci.
Noi eravamo nella foresta come al solito, quando il crescente rumore della battaglia ci incuriosì,e ci recammo a osservare.
Non partecipammo alla battaglia.
Per quanto sembrasse evidente che gli invasori fossero i barbari, quella non era la nostra battaglia, ed io e mia sorella non abbiamo vissuto così a lungo immischiandoci negli affari degli altri, soprattutto quando si tratta di combattere.
Non ho mai visto una pantera che s'intromette nella lotta tre un leone e un branco di iene... è la natura, è l'unica legge che io e Rue conosciamo.
Dopo che la battaglia finì, ero pronto a ripartire, ma Rue non sembrava intenzionata a lasciare quel luogo.
Doveva aver visto qualcosa, qualcuno nella battaglia o nei dintorni della kioskas, che aveva attirato la sua attenzione, e sapevo quanto Rue fosse testarda: non si sarebbe mossa da lì fin quando non avesse appagato la sua curiosità.
E così rimanemmo nei dintorni, periodicamente recandoci sempre più vicino alla kioskas, aspettando, cercando qualcosa di cui probabilmente Rue aveva chiara in mente un'immagine, ma che non avrebbe detto a me.
Sembrava però che oggi Rue fosse più decisa che mai a porre fine alla sua attesa.
Non potevo però permetterle di esporsi ad un rischio del genere; effettivamente non sapevamo che tipo di persone vivevano nella kioskas, o come avrebbero reagito all'arrivo di sconosciuti usciti all'improvviso dalla foresta.
E Rue era tutto quello che mi rimaneva.
Balzai sul ramo di fronte al mio, praticamente l'ultimo prima dello spazio aperto,mi ci aggrappai e mi lasciai andare sull'erba, proprio di fronte a Rue.
"Dove pensi di andare, Rue?" tentò di schivarmi, fintando verso destra, ma era un gioco che avevamo fatto centinaia di volte, e anche se lei era più veloce di me, lo spazio ristretto tra me e lei non le permise un buon movimento, e la presi per il polso sinistro.
"Dove pensi di andare, Rue?"
Ovviamente non mi aspettavo una risposta, soltanto un po' di considerazione.
"Ascolta"- le dissi mentre lei si sedeva a gambe incrociate sull'erba all'ombra del grosso albero - "non so perchè t'interessi tanto questo posto, ma non possiamo semplicemente camminare fino alle porte della kioskas, salutare ed entrare... ci faranno delle domande, vorranno sapere da dove veniamo, chi siamo.
E perchè dovrebbero fidarsi di noi? Non vedi che sono in guerra? Forse ci scambieranno per nemici? Cosa avresti intenzioni di dir.."
Mi accorsi troppo tardi dell'errore che avevo commesso.
Rue si alzò e incominciò a risalire sull'albero.
"Rue, scusami, ho perso le staffe, non volevo...".
Non mi avrebbe ascoltato.
Non poteva parlarmi, e non mi avrebbe ascoltato.
Salii sull'albero, mi scelsi il ramo più distante da quello su cui si era posizionata lei e rimanemmo lì, ad aspettare come se qualcosa dovesse accadere da un momento all'altro.
Ero stufo di questa situazione, avrei preferito andare nel folto della foresta, magari dare la caccia a qualche apegor,confrontarmi con la loro velocità e la forza delle loro quattro braccia: avevo bisogno di scacciare i pensieri con un po' d'azione.
Ero quasi sul punto di andarmene, quando Rue attirò la mia attenzione con un gesto al limite del mio campo visivo, e mi indicò la kioskas.
Le grandi porte si stavano aprendo.
Lentamente guerrieri a piedi, equipaggiati con armature di ogni sorta ed armi di diversa fattura, quasi fossero mercenari, uscirono dalle porte, guardinghi.
Quando si avvicinarono ulteriormente, potei notare che recavano, chi sul petto, chi sullo scudo, chi altrove, un simbolo di qualche specie, che li identificava ovviamente come membri di una stessa compagnia.
Marciavano in formazione, come un vero esercito, anche se nella varietà del loro equipaggiamento e nel loro sguardo risoluto si notava che non erano esattamente una legione regolare, ma neppure soldati a pagamento.
Mi sembrava chiaro che avessero trovato qualcosa di diverso che li univa, come fa l'onore e l'amicizia, piuttosto che dividere, come fa la promessa di una città da saccheggiare.
L'uomo che li guidava li rappresentava in maniera adeguata: la sua armatura lo ricopriva totalmente, anche se in questo momento l'elmo era adagiato al suo fianco, ed era composta di elementi di diverse armature, come se avesse dovuto combattere una differente battaglia per ogni spallaccio, per ogni ginocchiera, per ogni guanto metallico.
Lo vedevo parlare con un altro guerriero che si trovava al suo fianco, veterani che si scambiavano probabilmente vecchie storie di battaglie passate, o pianificavano quelle future.
Erano rilassati, ma pronti, di certo non stavano andando a caccia.
Sfilarono fuori dalle porte, in campo aperto, rimanendo in formazione sulla strada battuta.
A prima vista ne contai un centinaio, la maggioranza a piedi, solo i comandanti a cavallo: effettivamente mi sembrò strano che a così tanti uomini tutti insieme fosse permesso di portare armi e speroni, avendo le donne delle kioskas sempre dominato gli uomini e riservato loro i compiti più faticosi o quanto meno non all'altezza di una prode amazzone dal cipiglio fiero.
Incominciai a pensare che il conflitto cui avevamo assistito negli ultimi giorni non si fosse effettivamente concluso, e che anzi la situazione dovesse essere più grave di quel che immaginassi, se le orgogliose valchirie avevano permesso agli uomini di combattere in loro nome e possibilmente in loro difesa, conferendo loro una consistente dose di fiducia.
Rue guardava il piccolo esercito con curiosità, ma ciò che aveva così tanto atteso non si trovava tra i volti arcigni di quei guerrieri.
Li guardammo continuare la loro marcia, fino a quando non entrarono nella foresta, sempre seguendo il sentiero, e ciò che rimase di loro fu soltanto il rumore dei pesanti stivali sulla terra battuta.
Rue mi fissava, aspettando una mia reazione.
"Cosa posso farci?" - le dissi, incredulo -"non so nemmeno cosa stiamo cercando... o perchè lo stiamo facendo. Come credi c...".
Rue mi zittì con un gesto della mano e indicò nuovamente il grande portale della kioskas: era ancora aperto.
Una nuova moltitudine di individui si preparava a fare la sua apparizione, e ancora una volta rimanemmo immobili ed attenti, aspettando che Rue appagasse la sua curiosità.
Due ordinate colonne di amazzoni uscirono solennemente dalla kioskas, capitanate da un'amazzone dai lunghi capelli biondi e dal fisico atletico e muscoloso.
Guardava davanti a sé come se vedesse qualcosa di più della semplice strada, come se vedesse la promessa di imprese valorose e la sicurezza di far tornare a casa, se non il suo corpo, la storia delle sue imprese, che avrebbero portato fama immortale a lei e onore alla sua compagnia.
Anche in questo caso le comandanti erano a cavallo, indossavano armature tutte simili, delle vere e proprie divise, ed il simbolo del loro reggimento era evidente sui corpetti metallici e sugli stendardi, insieme al nome della compagnia.
"Le amazzoni di Mokada" sussurrai a Rue, completamente rapita da ciò che stava osservando.
Ma ciò che più mi colpì del loro equipaggiamento erano gli archi, di una fattura davvero notevole.
Pensai all'arco di mio padre, cacciatore ed esploratore, e ad i suoi insegnamenti su come fabbricarne uno, e a come fare in modo che la corda non si rovini e il legno non perda la sua elasticità.
Ed era evidente che quelle amazzoni conoscevano i loro archi come il coraggio dei loro cuori, se ne prendevano cura come il figlio che non avrebbero potuto avere, conoscevano la melodia della corda tesa, ed erano abili nell'esecuzione della mortale sinfonia.
I loro archi non solo si mostravano resistenti e flessibili, ma le decorazioni che li ricoprivano erano di un livello davvero impressionante.
Poichè le comandanti avevano archi molto più decorati delle altre amazzoni, incominciai a pensare che quello fosse un ulteriore segno di distinzione tra gli alti ranghi e quelli bassi.
D'altro canto, era sulla punta delle loro frecce che avevano dimostrato il loro valore e conquistato il loro grado, e mi sembrò più che giusto che il loro stesso arco rappresentasse tutto questo.
Dalla posizione elevata sul ramo dell'albero dove mi trovavo, potevo scorgere al centro delle due colonne una terza colonna, non di amazzoni, bensì di carri, comuni carri da mercanti, in numero di dieci.
Trasportavano un carico coperto da pesanti teli, cosicchè mi fu impossibile capire di cosa si trattasse, e il loro procedere adagio rallentava considerevolmente l'andatura delle amazzoni, che per natura e ruolo sarebbe stato spedito e rapido, evidentemente poste a protezione di questa preziosa carovana.
Seguivano lo stesso percorso dei guerrieri che le avevano precedute, ma in silenzio e con passo deciso.
Un'unica entità, un corpo composto da decine e decine di archi, ma un solo scopo: portare a termine la missione che era stata loro assegnata, qualunque essa fosse.
Sparirono anch'esse nella foresta, e praticamente nello stesso istante Rue scese dall'albero più in fretta che potè, quasi rischiando di cadere, e si incamminò nella stessa direzione.
Ancora una volta mi parai davanti a lei
"So che cosa vuoi fare"- le dissi mentre mi guardava, decisa ad andare per la sua strada anche senza di me -"e non ho intenzione di fermarti".
Sembrava sorpresa da questa mia affermazione
"Le seguiremo, ma lo faremo a modo nostro. Ancora non sappiamo quali siano le loro intenzioni, o se ci riguardino"
Rue mi ascoltava con sempre maggiore impazienza
"Quindi le seguiremo tenendoci nascosti, e solo quando riterremo la situazione sicura ci faremo avanti, intesi?".
Rue annuì frettolosamente, e incominciò ad inoltrarsi nella foresta sul lato della strada battuta.
Era eccitata e felice, e questo rendeva felice anche me, e sarebbe stato un gioco da ragazzi seguire tutte quelle amazzoni, soprattutto se fossero rimaste con i carri.
Eppure, nel profondo del mio cuore sapevo che non sarebbe stata una passeggiata.
Con questi pensieri e tali presagi, mi incamminai dietro a Rue, e sparimmo nella folta vegetazione


LICHT

Nimira, la nostra imperatrice, aveva ordinato di far giungere a Nosambra, in tempi brevi, dieci carri carichi di sacchi di sale.
Le amazzoni di Mokada guidate da Kethry li avrebbero scortati lungo il rischioso percorso che attraversava la foresta.
L'appoggio esterno alla colonna per creare diversivi fu assegnato ai guerrieri di Betris, gli esploratori erano troppo impegnati in altri compiti delicati nella battaglia contro i ribelli.
Quella notte dormii poco e cosi la mattina mi alzai molto presto, l'alba che avrebbe salutato un nuovo giorno doveva ancora sorgere anche se il canto dei galli ne preannunciava l'imminente arrivo.
Come al solito accesi il fuoco e iniziai a far scaldare l'acqua dentro la grossa pentola di rame comprata da Asiram.
Mi sedetti al tavolo, versai nella coppa di rame dell'ottimo e fresco latte di capra e iniziai a mangiare un bel pezzo di torta pensando a quali ufficiali avrei portato con me alla missione che ci aveva affidato Nimira.
Finii di fare colazione e l'acqua iniziava a fare le prime bollicine; mi avvicinai al camino, presi una pezza e staccai il pentolone dal gancio appeso sopra le fiamme.
Versai l'acqua calda in un recipiente più piccolo, mi avvicinai allo specchio appeso a fianco il mio letto, accostai il piccolo mobiletto dove appoggiai il recipiente e da un cassetto presi un coltello dalla lama affilatissima e iniziai a radermi.
Una particolare crema comprata nella piazza dei mercanti, profumata e delicata, spalmata sul viso permetteva alla lama di scorrere velocemente senza rischiare di tagliare la superficie cutanea.
Finito di radermi sciacquai abbondantemente il viso ripulendolo completamente dalla crema e dai resti dei peli della barba che una volta tagliati si erano appiccicati alla pelle.
Presi poi uno straccio pulito e morbidissimo e ci sprofondai il viso.
Che bella sensazione, quanto mi piaceva quel momento.
Osservai il mio viso allo specchio ancora una volta per esser sicuro che non ci fossero peli residui sparsi qua e là.
Indossai l'uniforme da Comandante come ero solito fare per le missioni o le battaglie e uscii dal mio alloggio.
Lentamente mi avviai all'alloggio di Uait per chiedergli di prepararsi e di avvisare anche Eman e Xanth e organizzare la partenza di cento guerrieri.
Finito di parlare con Uait andai verso l'accampamento delle Amazzoni di Mokada per parlare con Kethry.
Quando arrivai al suo alloggio vidi la debole luce della fiammella della candela uscire dalla finestra e significava che anche lei era in piedi.
Bussai alla sua porta e poco dopo mi aprì.
- Buon giorno Kethry - la salutai
- Buon giorno Licht -
- E' diverso tempo che non ci vedevamo, ma ora Nimira ha riunito i nostri cammini: hai saputo che saremo noi a creare diversivi nella foresta per liberarti la strada?-
- Si Licht -
Ci sedemmo al suo tavolo e iniziammo a definire i dettagli della missione.
Appena finito, tornai al mio alloggio a prendere la mia armatura e raggiunsi i miei guerrieri schierati al centro del piazzale insieme alle amazzoni di Mokada.
Aspettai che arrivasse anche Kethry, la salutai e diedi ordine ai miei guerrieri di muoverci.
Lentamente, i guerrieri a piedi e i graduati a cavallo, equipaggiati con armature di ogni sorta ed armi di diversa fattura, iniziammo ad uscire dalla kioskas.
Al mio fianco c'era Uait a cui stavo spiegando i dettagli definiti con Kethry e vedevo che li approvava.
Ad un tratto Uait attirò la mia attenzione:
"Alla tua sinistra Licht" mi disse
Mi girai lentamente per non destare sospetti e vidi solamente due uccelli che si posavano su una grande quercia.
"Gli uccelli Uait?"
"Si Licht, erano diretti verso l'albero a fianco ma all'ultimo stranamente e improvvisamente hanno come cambiato traiettoria"
"Uhm... credo allora sia il caso di andare a vedere per quale motivo, aspettiamo di entrare nella foresta e poi vai a vedere ..."


DRAVEN

Ci eravamo posti ad una distanza dalle amazzoni più che sicura; d'altro canto sarebbe stato impossibile perdere delle tracce così chiare, e continuavamo la nostra caccia in tutta tranquillità, rimanendo comunque all'erta ed evitando di scendere troppo al di sotto dei rami degli alberi.
Osservai Rue che si muoveva con agilità tra i rami, sicura di ogni balzo, di ogni passo, come se istintivamente sapesse dove si sarebbe trovato il prossimo punto d'appoggio e la precisa posizione del prossimo albero.
Le fronde degli alberi erano sempre stata una seconda casa per me e Rue, un luogo dove non molti osavano arrivare, e ancor di meno preferivano vivere.
A dire il vero quasi nessuno si degnava di alzare lo sguardo e scrutare le profondità delle verdi foglie che si intrecciavano nella foresta, rimanendo all'oscuro della varietà di forme di vita, di colori, profumi, sensazioni che si annidavano nella foresta.
Gli uomini, le amazzoni, le comunità avevano deciso di vivere insieme in kioskas fortificate, uniti per difendere la propria libertà, ma erano davvero liberi?
Proprio gli ultimi eventi mi avevano fatto pensare a questo: vedere la kioskas assediata, intrappolata nelle sue stesse mura sotto l'attacco degli invasori.
Certo, alla fine gli assediati erano riusciti a sconfiggere i ribelli, ma cosa sarebbe successo se il nemico avesse avuto la meglio?
Sarebbero rimasti nella kioskas, circondati, bruciati vivi nelle loro stesse case.
Mi interrogavo su tutto questo, quando per poco non scivolai dal ramo sul quale ero posizionato.
Roteai le braccia per conferirmi la spinta adeguata a ritrovare l'equilibrio, ma il movimento risultò goffo, e sarei precipitato sulla terra erbosa se Rue non si fosse trovata lì al mio fianco in un solo balzo, mantenendomi sul ramo.
- Grazie - le dissi un po' confuso, mentre lei mi guardava sorpresa.
Il suo volto sporco del fango che avevamo usato per mimetizzarci aveva un'espressione interrogativa, si poneva effettivamente la stessa domanda che mi ponevo io in quello stesso momento: come avevo potuto fare un errore così dozzinale?
Camminare tra gli alberi era per noi come camminare su di una strada battuta.
Ero totalmente deconcentrato, i miei pensieri, i miei dubbi stavano avendo la meglio sulla mia determinazione; avrei commesso altri errori, e non sarebbe dovuto accadere.
- Scusa, non succederà più - ma l'attenzione di Rue era già concentrata da tutt'altra parte.
Si immobilizzò sul ramo, indicando in questo modo anche a me di fare lo stesso, e diresse lo sguardo verso la parte opposta della foresta, dall'altro lato della strada dei mercanti, al livello del terreno: qualcosa doveva essere lì, o qualcuno, e si stava nascondendo.
Trovandoci dall'altro lato della strada, l'unico modo per raggiungere il supposto nascondiglio di quel fantomatico antagonista sarebbe stato attraversarla.
Anche essendo veloci, un attento osservatore ci avrebbe scorto: occorreva dunque un diversivo.
Puntai Rue con un dito, poi indicai il mio orecchio, poi una zona della foresta un po' più indietro lungo la strada rispetto a dove ci trovavamo noi.
Rue comprese immediatamente il mio piano: lei sarebbe arretrata tenendosi al coperto lungo il limite della foresta, avrebbe attirato l'attenzione della misteriosa figura con un rumore di qualche genere ed io avrei attraversato la strada tentando di non farmi notare.
Era rischioso, ma non era la prima volta che lo facevamo, e preferivo non avere nessuno alle calcagna, come regola generale ed in questo frangente particolare.
Rue si mosse per fare la sua parte, io incominciai a scendere lentamente al suolo.
Pochi minuti, e sentii alcuni rami spezzarsi, un suono chiaro, era evidentemente udibile anche dall'altro lato del sentiero; questo era il segnale che aspettavo.
Corsi con passo leggero dall'altro lato e terminai la mia corsa schiacciandomi al suolo nell'erba alta.
Strisciai, raggiungendo un cespuglio vicino nel quale nascondermi.
Mi guardai attorno: nessuno in vista, nessun movimento.
Effettivamente l'intuito di Rue, per quanto affidabile, non era infallibile.
Forse non c'era nessuno e noi ci stavamo preoccupando per nulla.
Mi rilassai, rimanendo all'erta: sarei rimasto lì alcuni minuti, tanto per rassicurarmi che non ci fosse nessun pericolo, e poi sarei uscito per ricongiungermi con Rue e continuare a seguire le amazzoni.
Ma i miei piani erano destinati ad infrangersi come onde sugli scogli.
Qualcosa mi tirò fuori dal cespuglio con forza, e avvertii un colpo ai reni.
Mi voltai di scatto, idea stupida, poichè ad attendermi ci fu un pugno ben calibrato alla mascella.
Riuscii a mantenere l'equilibrio e a rimanere in piedi, anche quella una mossa stupida.
Sfruttando l'impeto del suo primo pugno, il mio attaccante riportò il suo braccio destro teso verso il mio viso colpendomi col dorso della mano e continuò il suo movimento con il sinistro, colpendomi di nuovo con un pugno con tale forza da sollevarmi dal suolo, facendomi cadere di schiena sul terreno umido.
Mi aveva massacrato, non sentivo più il mio viso e il sangue mi era finito negli occhi, rendendo tutto di un indefinito colore cremisi alla mia vista.
Dalla posizione stesa in cui mi trovavo riuscii a osservarlo con un po' più di chiarezza: era grosso, dal fisico scolpito, e indossava alcune parti di armatura metallica, come se avesse eliminato quelle ingombranti per evitare che il metallo cozzasse contro il metallo e lo facesse scoprire mentre si nascondeva.
Era uno dei guerrieri usciti dalla kioskas!
Ma doveva essere stato anche un cacciatore, altrimenti non avrebbe potuto arrivare così vicino a noi senza che ce ne accorgessimo.
Mi aveva probabilmente scambiato per una spia nemica, e come avrei potuto biasimarlo?
Mi ero nascosto nella foresta, mi ero avvicinato di soppiatto, lui era stato semplicemente più furbo e veloce di me.
Il mio pugnale si trovava al sicuro nel mio stivale, troppo lontano per prenderlo mentre lui mi osservava, come per decidersi su cosa fare di me.
Era finita, e per cosa?
Per seguire delle amazzoni, per un motivo che neanche conoscevo.
Ad un tratto, vidi Rue alle spalle del guerriero con il pugnale sguainato.
Aveva intenzione di salvarmi, ma mi sembrò ingiusto che quell'uomo dovesse morire, solo perchè noi eravamo stati dei ragazzini curiosi e ingenui, mentre si combatteva una guerra ed erano in gioco vite molto più importanti delle nostre.
Ma Rue la pensava allo stesso modo.
Si abbassò e praticò un profondo taglio all'interno della coscia del guerriero, sprovvista di armatura.
Era una ferita pericolosa, ma non necessariamente mortale, e l'uomo sembrava esperto di ferite: se la sarebbe cavata ma non avrebbe potuto certo continuare un inseguimento.
Si voltò di scatto, ma Rue era già balzata indietro lontano dalla sua portata, e il nostro uomo cadde al suolo tenendosi la ferita.
Approfittai del momento: il mio viso era in fiamme, ma i miei muscoli erano ancora in buona condizione, e insieme a Rue corremmo di nuovo dall'altro lato del sentiero per nasconderci e distanziarci dal guerriero.
- Non è finita qui, ribelli! - imprecò l'uomo dolorante - parola di Uait Bir! -


UAIT BIR

Quando i guerrieri di Betris furono ingoiati dalla foresta, mi liberai delle parti metalliche della mia armatura che mi avrebbero impedito di muovermi liberamente nella folta vegetazione per andare a vedere chi spiava Kolise e la sua vita.
Ormai ero in prossimità della pianta in cui avevo notato lo strano volo degli uccelli, quando il mio udito ascoltò un leggero fruscio di foglie.
Un ramo di un albero situato dall'altra parte del sentiero lungo il quale mi muovevo io, ad una distanza di cento passi, lo vidi piegarsi debolmente verso il basso.
Solo il peso non più omogeneo di un corpo non più in equilibrio in una giornata priva di vento poteva giustificarlo.
Mi lasciai scivolare molto lentamente in mezzo all'erba.
Un silenzio surreale calò in quel momento intorno a me, troppo silenzio indicava la presenza di qualcuno, ma quanti?
Strisciavo nell'erba per portarmi il più vicino possibile all'albero quando sentii un rumore di rami che si spezzavano: strano, troppo strano questo rumore in quel silenzio.
- Un diversivo forse - pensai.
Se era un diversivo dovevano essere almeno in due e veramente in gamba per aver avvertito la mia presenza.
Dovevo stare molto attento.
In quel momento la figura di un uomo attraversò il sentiero veloce come un fulmine per giungere dalla mia parte e lo vidi fermarsi a pochissimi passi da me.
Di nuovo silenzio, in quel silenzio mi avvicinai al punto dove si era fermato il ribelle.
Ormai sentivo la sua presenza molto vicino a me.
Colsi l'attimo in cui il ribelle mutò il suo respiro da affannoso e preoccupato a rilassato, e con un balzo mi ritrovai dietro di lui.
Lo afferrai dietro le spalle e lo tirai fuori dal cespuglio con forza, colpendolo ai reni.
Si voltò di scatto, idea stupida, poichè ad attenderlo ci fu un pugno ben calibrato alla mascella.
Riuscì a mantenere l'equilibrio e a rimanere in piedi, anche quella una mossa stupida. Sfruttando l'impeto del primo pugno, riportai il braccio destro teso verso il suo viso, colpendolo col dorso della mano, e continuai con il sinistro, colpendolo di nuovo con un pugno, con tale forza da sollevarlo dal suolo, facendolo cadere di schiena sul terreno umido.
Solo in quel momento potei osservarlo meglio, ma quello che mi colpì fu il suo sguardo diverso da quello che immaginavo per il volto di un ribelle.
In quell'istante mi dimenticai che quell'uomo non era solo e ciò fu un gravissimo errore che poteva costarmi la vita.
Non appena mi ricordai del rumore di rami spezzati sentii la fredda lama di un pugnale ferire la mia coscia.
Mi voltai di scatto, vidi una figura femminile che, con un agilità non comune, si era portata fuori dalla portata del mio colpo.
L'eccessiva forza nella reazione e la ferita alla gamba mi fecero perdere l'equilibrio e caddi al suolo.
Approfittando del momento li vidi correre di nuovo dall'altro lato del sentiero, per nascondersi e far perdere le loro tracce.
Fu la rabbia per cui mi erano scappati che mi fece gridare:
- Non è finita qui, ribelli! parola di Uait Bir! -
Ma sapevo che non erano ribelli altrimenti mi avrebbero ucciso, e poi erano troppo in gamba per essere ribelli.
Con fatica mi alzai, un fischio e il mio stallone arrivò da me.
Dalla bisaccia presi delle erbe e una fascia e mi sistemai la ferita.
Stavo salendo sul cavallo quando riconobbi il galoppo di Aronne e poco dopo vidi uscire da dietro la curva del sentiero il mio Comandante.
"Comandante ..."
Lo sentii scoppiare in una fragorosa risata che mi bloccò.
"Uait, hai forse trovato pane per i tuoi denti?"
Quella risata mi fece tornare il buon umore
"Si Licht, credo di si"
E gli raccontai come erano andate le cose.
"Bene Uait, allora non ci resta che trovarli e dargli la nostra amicizia prima che magari li trovi Normam e offra loro Miara"


DRAVEN

Correvamo come lepri impaurite, i ramoscelli più piccoli degli alberi ci graffiavano le braccia nude, ma non potevamo fermarci.
Ci avevano scoperto, e da adesso non sarebbe stato facile seguirli.
Erano al corrente della nostra presenza e sarebbero stati molto più cauti ed attenti: il nostro piano andava completamente rivisto.
"Non possiamo più seguirli Rue"- le dissi mentre correvamo, ma lei non mi udì, forse a causa della nostra corsa scavezzacollo, ma più probabilmente perchè non aveva accettato quella mia affermazione.
Avrei aspettato, correre ci avrebbe aiutato a scaricare la tensione; ci sarebbe stato tempo per parlare dopo, quando la stanchezza ci avesse fatto crollare al suolo sfiniti.
La luna illuminava la foresta quando decidemmo di fermarci.
Il viso mi bruciava tremendamente e la mascella mi doleva in maniera insopportabile.
"Ci accampiamo qui, niente fuochi, io faccio il primo turno di guardia"- ordinai, un po' irritato, sia con me stesso che con Rue.
Rue incominciò a preparare il suo giaciglio e mi guardava... sorridendo.
"Cos'hai da ridere"- l'attaccai -"ci sono quasi rimasto, oggi pomeriggio"
Stavo perdendo le staffe, tutta la situazione mi sembrava irreale: perchè stavo seguendo le amazzoni, perchè stavo assecondando Rue come se fosse una bambina capricciosa, perchè rischiavamo in maniera così ingenua?
Mi sedetti a gambe incrociate sul mio giaciglio, voltando le spalle a mia sorella.
Cercavo un po' di concentrazione, un po' di tempo per pensare ma Rue mi si avvicinò e voltandomi vidi che aveva tra le mani un fagotto.
Si sedette accanto a me, aprì l'involucro e ci immerse una mano: mi passò poi la punta delle dita sul volto e subito un senso di frescura e sollievo si diffuse sul mio viso.
"Un impasto di erba reeth"- esclamai sollevato.
L'erba reeth, se impastata insieme ad alcuni insetti tipici di quella foresta, creava una sorta di crema che, applicata alle ferite, ne facilitava la guarigione.
Rue mi guardava negli occhi mentre continuava la sua opera ed io mi riflessi nei suoi, perdendomi nei ricordi.
Mi venne in mente quando da bambini, per la festa delle streghe, i ragazzini si mascheravano da mostri o creature mitologiche ed orribili, facendo sfoggio dell'abito più elaborato o verosimile.
Io e Rue non avevamo mai avuto un abito per quella festa, ma mia madre sapeva preparare un impasto, di colore bianco o nero, che poi poteva essere applicato al viso come un trucco.
Ricordo che Rue truccava me, ed io truccavo lei.
Io le dipingevo sempre il naso come il muso di un micio, lei mi ricopriva la faccia di bianco poi mi faceva un largo sorriso con il nero, quasi fino alle orecchie e mi diceva: "Finalmente vedremo un sorriso su quella tua faccia scorbutica" - e rideva mentre io osservavo il mio riflesso nell'acqua, un po' umiliato, ma felice.
Quanto desideravo sentire di nuovo la sua risata, quanto avrei voluto guardare il mio riflesso ed essere felice.
Come se avesse potuto cogliere i miei pensieri, l'espressione di Rue si oscurò.
Stavo per dire qualcosa, qualsiasi cosa, quando scorsi un lieve bagliore nella foresta.
Il mio sguardo si focalizzò sulla luminosità, e così fece quello di Rue.
Ci alzammo all'unisono, ci arrampicammo sugli alberi e ci avvicinammo alla fonte di luce.
A mano a mano che ci avvicinavamo, alcune voci incominciarono a giungere alle nostre orecchie, voci di donne.
Finalmente potei vedere la causa di tutto ciò: eravamo giunte all'accampamento delle amazzoni.
Dalla nostra posizione elevata scorgevamo le tende delle amazzoni, ordinatamente arrangiate a semicerchio attorno al fuoco centrale, dove si scorgevano due amazzoni e due guerrieri che parlavano tra loro consumando una cena frugale.
Una delle amazzoni era il comandante che avevo visto uscire dalla kioskas, i guerrieri erano il comandante della guarnigione partita insieme alle fiere combattenti, e l'uomo che mi aveva assalito nella foresta.
La nostra caccia era davvero finita.
Di sicuro i guerrieri stavano informando le amazzoni della nostra presenza, mettendole sul chi vive.
Forse avrebbero deciso di seguirle direttamente, poichè non scorgevo traccia di tutti gli altri guerrieri.
Probabilmente il ruolo del reggimento di guerrieri in tutta la faccenda doveva essere solo di copertura o di diversivo, ma adesso che un nuovo pericolo era nato, noi "i ribelli", i comandanti avevano deciso di rimandare a casa le loro truppe, che avevano ormai portato a termine il loro compito, e unirsi alle amazzoni per darci la caccia.
La situazione diventava sempre più complicata, o era la mia paranoia a crescere in maniera smodata.
Dovevo assolutamente sapere cosa si stavano dicendo.
Lentamente, tentando di essere il più silenzioso possibile, incominciai a scendere dall'albero.
Improvvisamente mi accorsi di quanto sarebbe stato sciocco tentare un'impresa del genere.
Molto probabilmente mi avrebbero scoperto, ancora una volta stavo per agire spinto dall'impeto, dal nervosismo, dalla mancanza di concentrazione e sangue freddo.
Rue non mi avrebbe fermato se fossi uscito allo scoperto, lei sembrava più che impaziente di rivelarsi alle amazzoni, ma continuavo a pensare che non fosse una buona idea.
Avremmo aspettato, avremmo continuato a seguirle rimanendo nascosti, tentando di capire le loro intenzioni, forse tentando di capire le nostre intenzioni.
Per me era sempre meno chiaro il motivo di questa nostra "caccia", anche se dovevo ammettere che ero incuriosito dalle fiere guerriere.
Più le seguivamo, più imparavamo a conoscerle, anche solo guardandole.
Il modo in cui si preparavano per il viaggio ogni giorno, il modo in cui consumavano i loro pasti e si aggregavano, per trovare conforto l'una nell'altra, le lunghe ore che passavano ad allenarsi quando non marciavano, tutto era per me qualcosa di nuovo e interessante.
Mai, nei giorni che seguirono, le vidi litigare tra di loro, la disciplina era più di una regola per loro: era uno stile di vita.
I due unici guerrieri maschi, Uait Bir e Licht, come ebbi modo di imparare udendo le amazzoni chiamarli a gran voce, non erano da meno, anzi avevano forse una dote in più.
Sempre pronti e attenti, alla cerca della loro "preda" e vigili a guardia delle amazzoni.
Sembrava che da soli avessero potuto difendere l'intero reggimento di amazzoni, e sempre di più mi convinsi che ciò era possibile.
Le disciplinate amazzoni, a mio avviso, avrebbero seguito ogni ordine impartito dalla propria comandante alla lettera, senza chiedersi come e perchè, sicure dell'infallibilità della stessa, difese dall'inflessibile muro della legge.
Questo atteggiamento, seppur valido e funzionale, precludeva però alle amazzoni la capacità di improvvisare.
Immaginai le singole amazzoni lontane dal proprio reggimento, isolate oltre le linee nemiche, o in missione solitaria, senza l'appoggio delle loro compagne: non sarebbero resistite al passaggio di due lune in una situazione imprevista, sorrette unicamente dalla loro determinazione e forse dalla convinzione di incorrere in una morte onorevole, miglior consolazione dell'umiliazione.
I due guerrieri invece avevano lo sguardo e l'atteggiamento dei veterani, ma ancor più degli uomini di mondo.
Ne avevano sicuramente passate parecchie, da soli o in gruppo, e pur essendo dei valenti comandanti, non avrebbero sfigurato in combattimento singolo e non sarebbero caduti nel panico in una situazione di isolamento.
I due uomini, ai miei occhi, avevano da tempo sconfitto uno dei nemici più pericolosi di un guerriero di carriera e di un mercenario: la paura di rimanere soli.
Da questo punto di vista li vedevo più vicini a me, forse anche spinto da un senso di cameratismo tipicamente maschile, e seguirli ed osservarli divenne sempre di più un piacere, un simpatico diversivo dalla vita che io e Rue facevamo tutti i giorni.
Rue rimaneva però un mistero: continuava ad osservare con ammirazione le amazzoni, così diverse da lei, e più di una volta la vidi sul punto di abbandonare il nostro nascondiglio e correre nell'accampamento delle amazzoni, come se si sentisse una di loro, come se sentisse il bisogno di ritornare in un luogo che le era stato negato da troppo tempo.
Purtroppo i suoi desideri più nascosti erano fuori della portata delle mie intuizioni, tutto ciò che potevo fare era starle vicino ed evitare che facesse mosse sconsiderate.
E così passarono i giorni.
Scoprimmo che i carri di sale erano destinati a Nosambra, alle misteriose Hibryan, e la consegna non durò che poche ore.
Amazzoni ed Hibryan non gradivano la compagnia le une delle altre e così, risolti i necessari convenevoli, si separarono e le guerriere ripartirono alla volta della kioskas, seguendo i propri passi, stavolta in maniera più spedita senza l'ingombro dei carri carichi.
Avevamo attraversato foreste e paludi, in questo viaggio che avevamo percorso, seppur all'insaputa delle amazzoni, insieme, e questo in qualche modo ci univa.
Certo, non vi erano stati pericoli di rilievo: i guerrieri di Licht avevano svolto un ottimo lavoro fungendo da diversivo per le eventuali truppe ribelli, ma il solo colmare una distanza, il solo condividere la luce della stessa luna in un'area così vicina, creava un legame tra di noi, e questo sentimento, potevo percepirlo, era molto intenso nel cuore e nelle intenzioni di Rue.
Eravamo ormai giunti, secondo i miei calcoli, all'ultima notte all'aperto prima di scorgere la kioskas.
Domani la nostra caccia si sarebbe conclusa, le amazzoni sarebbero rientrate nella kioskas, e probabilmente noi saremmo tornati alla nostra vecchia vita, nella foresta, liberi, indipendenti...
Mi voltai verso Rue, come se avessi udito i suoi pensieri, in risposta ai miei: "soli"- dicevano i suoi occhi, ed io abbassai lo sguardo ancora una volta, forse l'ultima, verso l'accampamento.
"D'accordo Rue"- le dissi con un sorriso un po' triste -"forse potremmo tentare di sentire cosa si dicono, ogni sera attorno al fuoco"
Effettivamente, pensai, forse i guerrieri ci cercavano ancora, aspettavano il momento più appropriato per scovarci e catturarci, e noi non avevamo fatto molto per dare una buona impressione.
Improvvisamente realizzai quanto fosse importante sapere cosa si dicevano, poteva addirittura dipenderne la nostra stessa sopravvivenza.
Rue mi sorrise, molto eccitata -"ma con cautela"- puntualizzai, ed incominciai a pensare al modo più appropriato di entrare nell'accampamento senza farci scoprire.
L'accampamento era ordinato e ben sorvegliato; una piccola pattuglia perlustrava il perimetro e c'erano alcune sentinelle ai quattro angoli, ognuna in vista dell'altra, ma con un diverso campo visivo.
Le amazzoni sapevano come organizzare un campo, sia per l'addestramento ricevuto che per l'esperienza acquisita, e il fuoco attorno al quale stavano confabulando i comandanti era praticamente al centro della piccola tendopoli.
Avremmo potuto attirare l'attenzione di un paio di guardie, tramortirle e rubare loro gli abiti e le armature per confonderci con il resto della truppa, ma le amazzoni erano tutte donne.
La probabilità che io passassi per un'amazzone, anche indossando un elmo che mi coprisse il volto, era davvero esigua e se anche Rue fosse andata ad ascoltare da sola, non avrebbe potuto riferirmi ciò che avesse udito.
Gli unici due uomini presenti si trovavano al sicuro al centro dell'accampamento, ed essendo dei comandanti non avrebbero preso parte alle ronde notturne.
Ci trovavamo in una situazione di stallo, avevamo bisogno di un piano, così mi voltai verso Rue per mostrarle la mia perplessità, ma il mio sguardo cadde su di un ramo tristemente vuoto: Rue era sparita.
Mi voltai di nuovo verso le amazzoni, scrutando dalla mia posizione elevata ogni angolo visibile, ogni volto, cercando di trovare una traccia di Rue; perchè era sparita? Perchè da quando aveva visto le amazzoni si comportava in maniera così strana?
Dovevo assolutamente trovarla, prima che si cacciasse in qualche guaio troppo grosso.
Scesi dall'albero e mi guardai attorno, pensando a dove Rue avesse intenzione di andare: era scappata di soppiatto, senza farsi sentire, approfittando del fatto che la mia concentrazione fosse totalmente diretta alle amazzoni, di conseguenza era sua intenzione fare qualcosa che io avrei sicuramente disapprovato, cambiare del tutto la linea di condotta che stavamo seguendo.
Voleva uscire allo scoperto.
D'altra parte, era stata questa la sua intenzione fin dall'inizio.
Mi avvicinai ulteriormente all'accampamento delle amazzoni e la vidi: camminava completamente in vista, con le mani rivolte al cielo, il pugnale nel fodero.
Le sentinelle la videro, le ordinarono qualcosa, lei si fermò e le amazzoni la disarmarono e la presero.
Si era fatta catturare, la situazione mi era totalmente sfuggita di mano; ma continuavo a non comprendere il piano di Rue, ammesso che ne avesse uno.
Incominciai a pensare che forse era stufa di vivere nella foresta, forse era stufa del nostro modo di vivere, forse era stufa di me.
La vidi mentre la portavano alla presenza dei comandanti, probabilmente per interrogarla, ma non avrebbero avuto risposta da lei: Rue aveva pronunciato le sue ultime parole il giorno della morte dei nostri genitori, e non avrebbe più parlato fino a quando... già... fino a quando?
Osservai la scena da lontano, senza comprendere le parole, ma era evidente che amazzoni e guerrieri facevano domande a Rue senza ricevere alcuna risposta, nè soddisfazione.
L'uomo che si faceva chiamare Uait Bir, come gli avevo sentito gridare lo stesso giorno, incominciò a guardarsi attorno, scrutando nella vegetazione circostante: sapeva che ero lì, sapeva che se Rue si trovava nell'accampamento io non dovevo essere così lontano.
Mia sorella aveva deciso il proprio destino, e così facendo aveva compromesso anche le mie scelte.
Avrei dovuto lasciarla lì, aveva fatto tutto da sola, senza consultarmi, senza pensare alle conseguenze, e adesso eravamo nei guai.
Avrei dovuto andarmene e continuare per la mia strada, tornare alla nostra foresta, tornare alle nostre abitudini, tornare indietro.
Esiste un fiore, il theuns, i cui petali vengono usati per produrre un'essenza che, annusata, dà sollievo alla mente, un lieve torpore e senso di pace.
L'essenza del theuns provoca altresì una potente assuefazione, e col tempo inibisce i sensi e porta ad una lenta, seppur piacevole ed inconsapevole, morte.
Molti conoscono questo segreto, e molti decidono di smettere di usare l'essenza: la maggioranza però torna sui suoi passi e continua ad usare i petali di theuns, noncurante degli effetti nocivi, poichè l'essenza diventa la loro unica fonte di piacere e placa i loro animi.
Rue era il mio fiore di theuns, l'essenza di cui avevo bisogno, anche se mi avesse provocato un danno.
Solo lei poteva dare sollievo ai miei pensieri tenebrosi e, come continuavo a ripetermi, lei era tutto ciò che mi rimaneva.
Non l'avrei lasciata lì, avrei annusato l'essenza finchè non mi avesse ucciso.
E forse, non mi avrebbe ucciso.
Incominciai a pensare che, in fondo, le amazzoni erano famose per il loro senso dell'onore, per la giustizia delle loro leggi, e almeno mi avrebbero ascoltato prima di decidere cosa fare di noi.
Con questa magra consapevolezza nel cuore, armato solo di una fievole speranza, mi inoltrai con passo deciso nell'accampamento.


LICHT

Il sale era arrivato a Nosambra e i guerrieri sotto il comando di Xanth e Eman erano tornati verso Kolise per rinforzarne le difese.
Io e UAIT invece decidemmo di unirci a Kethry.
Lentamente i bagliori dei fuochi accesi nel campo si levarono verso il cielo, era uno dei modi per renderci visibili e facilmente rintracciabili da coloro che si erano battuti con Uait.
Non c'era il rischio d'incontrare i ribelli, gli ultimi rapporti li davano a diverse ore di cavallo da quei luoghi.
E se anche ci avessero individuati avremmo, vista l'organizzazione militare delle Amazzoni di Kethry, fatto in tempo a riceverli con tutti gli onori.
Le tende delle amazzoni erano ordinatamente arrangiate a semicerchio attorno al fuoco centrale, lì dove eravamo seduti Kethry, Kera, Uait ed io mentre consumavamo una cena frugale e raccontavamo dello strano incontro di UAIT.
Sì, ci eravamo messi in posizione ben visibile agli occhi di eventuali sguardi curiosi sperando che sarebbero arrivati.
Un cenno degli occhi di Uait mi avvisò che l'attesa era terminata, non ero mai riuscito a capire come facesse ad avvertire presenze invisibili ai sensi di tutti.
Lo guardai e mi sorrise: aveva intuito i miei pensieri.
"Uait, sei un mistero per Licht"
Non mi rispose, accentuò il suo sorriso mentre le Amazzoni si chiedevano il perchè di quel sorriso.
Poco dopo vedemmo una donna che camminava completamente in vista, con le mani rivolte al cielo, il pugnale nel fodero.
Le sentinelle le ordinarono qualcosa, lei si fermò e le amazzoni la disarmarono e la portarono verso di noi.
Si era fatta catturare, ci cercava e si era offerta.
Appena arrivò davanti a noi, Uait si fece consegnare il pugnale dalle amazzoni; lo vedevo osservare la lama affilata, sapeva che quella lama aveva bevuto il suo sangue ma senza prendere la sua vita.
"Perchè non mi hai ucciso?"- le disse Uait accarezzando la lama.
Ma la ragazza non rispose.
"Chi sei? Cosa vuoi da noi?"- disse Kera
Ma la sua bocca ancora non parlava.
Anche se le sue labbra non parlavano, gli occhi erano più che eloquenti.
Grandi, profondi e tristi, pieni di mistero e di antichi ricordi che forse avevano chiuse quelle labbra con le loro paure.
Presi una ciotola del nostro stufato di Drakor e gliela porsi e la invitammo a sedersi. Mentre lei mangiava la fissavamo in silenzio ben sapendo che la soluzione era nell'uomo che viaggiava con lei
Uait Bir si alzò in piedi e incominciò a guardarsi attorno, scrutando nella vegetazione circostante: sapeva che era lì, sapeva che se la ragazza si trovava nell'accampamento lui non doveva essere così lontano.
E quando si rimise seduto era solo per dire:- "Sta arrivando".
Kethry allora si alzò e ordinò alle sentinelle di lasciarlo passare e preparargli una porzione di stufato.


DRAVEN

Dunque il mio destino si sarebbe deciso quella sera.
O le amazzoni mi avrebbero catturato e fatto prigioniero, credendomi un ribelle, oppure... oppure cosa?
Se anche mi avessero creduto, se anche avessero compreso che non intendevamo fare del male a nessuno, cosa sarebbe successo poi?
Ci avrebbero accolto tra di loro?
Ci avrebbero semplicemente stretto la mano e chiesto gentilmente di andarcene per la nostra strada?
E cosa volevamo davvero, io e Rue?
Incominciavo a pensare che ormai i nostri desideri divergessero più di quanto sospettassimo.
Le amazzoni mi accolsero in maniera inaspettata.
Sembrava che sapessero che sarei arrivato, e seppur armate e pronte all'azione, non mi si avventarono addosso per imprigionarmi, ma mi tennero d'occhio fino a quando non arrivai al centro dell'accampamento, dove si trovavano le due comandanti amazzoni, i due guerrieri, e Rue, che mangiava voracemente una porzione di stufato.
In quei giorni c'eravamo nutriti solo di bacche e di formaggio, non c'era stato il tempo di cacciare selvaggina, ed effettivamente una porzione di stufato caldo avrebbe fatto gola anche a me.
Non avevo ancora proferito parola quando una delle comandante amazzoni, forse interpretando il mio sguardo, forse leggendo nei miei pensieri, mi offrì una ciotola di stufato.
"Sei il benvenuto"- mi disse -"io sono Kethry,comandante delle Amazzoni di Mokada" e fissandola negli occhi compresi che il suo invito era sincero.
"Grazie"- risposi, prendendo la ciotola e sedendomi a gambe incrociate vicino al fuoco.
Rue mi guardava con aria soddisfatta.
Non capivo se lo facesse perchè contenta del pasto ottenuto, o perchè aveva ottenuto ciò che voleva: adesso era tra le amazzoni, tra le sue eroine.
Rue si liberò in fretta della ciotola, per esplorare ogni angolo ed ogni tenda dell'accampamento.
Era interessata ad ogni particolare, era come una ragazzina curiosa che si meravigliava delle cose più semplici ma, cosa più importante di tutte ai miei occhi, era felice.
Le amazzoni avevano compreso che mia sorella non aveva intenzione di nuocere a nessuno e la lasciavano fare, si dimostrarono addirittura gentili, e questo proiettò l'entusiasmo di Rue verso vette sconosciute.
Avevo finalmente compreso il desiderio di Rue, come avevo potuto non capirlo prima?
Mentre consumavo il mio ottimo stufato, mi assalì la consapevolezza di aver risolto il mistero che Rue aveva rappresentato in quei giorni.
Eravamo sempre stati soli, Rue ed io, io e Rue, nascondendoci per paura che qualcuno ci facesse del male, senza contatti permanenti col mondo esterno, senza... amici.
Ecco quello che Rue aveva desiderato con tanta forza, ecco la possibilità che aveva visto nelle amazzoni: delle amiche, persone delle quali potersi fidare, persone delle quali non avere paura.
Forse era ciò di cui avevo bisogno anch'io.
Mi alzai e porsi la ciotola vuota ad un'amazzone.
"Grazie ancora" - dissi - "il mio nome è Draven, lei è mia sorella Rue. Se avete delle domande, sarò lieto di rispondere come meglio posso".
Avevo fatto anch'io la mia scelta: mi sarei fidato di loro.


KERA

L'accampamento sembrava tranquillo.
Io, Kethry, Uait e Licht eravamo seduti attorno al fuoco e Uait ci stava raccontando del suo strano incontro.
Molto particolare, direi.
Quei ragazzini sembravano molto agili, soprattutto calcolando che erano riusciti a ferirlo.
Si vedeva che sperava di rivederli.
L'accampamento era stato formato in modo tale da attirare l'attenzione di sguardi curiosi come quelli dei due ragazzi.
Di colpo lo sguardo di Uait cambiò e non passarono molti minuti quando una ragazzina con le braccia alzate si avvicinò al fuoco.
Le amazzoni più vicine a quella parte dell'accampamento l'avvicinarono e la disarmarono, poi la portarono da noi.
Uait si fece consegnare il pugnale della ragazza, la fissò e le chiese:
"Perché non mi hai ucciso?", ma la ragazza non rispose.
Lo fissava e basta, senza nemmeno aprire la bocca e tenendo il viso inespressivo.
Si vedeva che non riusciva a immaginare cosa mai le avessimo potuto fare, ma era molto coraggiosa cercando di non far filtrare i suoi pensieri in espressioni contraddittorie.
La ragazza mi ricordava molto una delle ragazzine che avevo nel mio gruppo a Mjllayr.
La fissai dritta negli occhi: "Chi sei? Cosa vuoi da noi?"
Nessuna risposta ancora.
Licht allora prese una ciotola del nostro stufato di Drakor e gliela porse.
La invitai a sedersi e mentre lei mangiava la fissavamo in silenzio.
Uait Bir si alzò in piedi incominciò a guardarsi attorno, scrutando nella vegetazione circostante.
Cercava lui, il ragazzo.
Quando si risedette, disse: "Sta arrivando".
Kethry allora si alzò per ordinare di farlo passare e di preparargli una porzione di stufato.
Eccolo. Aveva il viso tumefatto, ma il suo fisico era atletico e il suo sguardo quasi incredulo quando lo accogliemmo nell'accampamento.
Kethry riempì una ciotola di stufato e gliela porse: "Sei il benvenuto" gli disse" io sono Kethry, comandante delle Amazzoni di Mokada".
Il ragazzo la guardò: "Grazie" rispose e prendendo la ciotola si sedette vicino al fuoco.
La sorella lo fissava felice e dopo aver finito lo stufato si guardò intorno per curiosare nell'accampamento.
Mi attirava particolarmente la sua curiosità e la sua reazione ad ogni singolo oggetto del nostro accampamento.
Il fatto che non avesse detto una parola poteva far credere che fosse muta.
Ma c'era qualcosa che non mi convinceva.
Sembrava molto intelligente e sveglia.
Il fratello la osservava in ogni suo minimo movimento, quasi come se fosse preoccupato per lei, come se il mio gruppo potesse farle del male.
Il ragazzo si alzò e mi porse la ciotola vuota. "Grazie ancora" mi disse "il mio nome è Draven, lei è mia sorella Rue. Se avete delle domande, sarò lieto di rispondere come meglio posso".
Vidi Uait che si avvicinava al ragazzo e compresi che avrebbero parlato a lungo.
Allora mi avvicinai alla ragazza.
La seguii ad ogni suo passo cercando di non farmi scorgere da lei.
Sentii dei passi dietro di me e mi girai. Era Kethry.
Sicuramente si era accorta che avevo mutato espressione.
Non si faceva sfuggire mai nulla.
Sorrisi, mi avvicinai e le dissi:
- Kethry, cosa pensi di questa ragazzina? Non pensi che abbia un buon fisico per entrare a far parte di un buon gruppo di amazzoni?-
Kethry mi guardò stupita: - Kera, sei per caso interessata a darle una mano nell'ambientarsi nella nostra kioskas?- mi rispose scherzosa.
- Penso che tutto sia da decidere una volta rientrate. Mi adeguerò alla decisione della nostra madras. Ma ti confesso che non mi dispiacerebbe.-
Mi fissò incredula. Molto probabilmente aveva pensato che stessi scherzando.
- Mi stupisci ogni giorno. Sei sempre così silenziosa e solitamente apri bocca solo per dare consigli sulle tecniche di attacco. Cosa ci trovi di particolare in lei? -
Voltai il mio sguardo su quella figura esile ma muscolosa al tempo stesso.
Quei capelli, quegli occhi, ma, soprattutto, quello sguardo... mi ricordava tantissimo Lisayl.
Ma non volevo rivelarlo a nessuno.
-Lo scoprirai, Kethry.- mi allontanai da lei e mi avvicinai alla ragazza, Rue.
Sentii lo sguardo di Kethry che mi seguiva in un primo momento e che poi si distoglieva dal mio corpo per tornare dagli altri.
Lo sguardo di Rue, invece, era vivace e attento, e stava studiando un busto da donna, ma sembrava quasi non avesse il coraggio di toccarlo.
- E' un busto da combattimento.- le dissi.
Rue si girò verso di me. Vidi come un barlume di speranza nel suo sguardo.
Era incredibile quanto rassomigliasse a Lisayl.
No, forse non me ne sarei dovuta occupare io.
Troppi ricordi si facevano strada nella mia testa, ricordi che avevo voluto dimenticare da tempo.
Le mostrai velocemente le spalle e andai ad isolarmi in un angolo freddo dell'accampamento, osservando da lontano i movimenti di Draven.
Si vedeva che erano fratello e sorella e in un certo senso li invidiavo perché erano riusciti a tenere formata qualcosa come una famiglia.
Non avevo voglia di parlare con nessuno, ma sentii dei passi.
Guardai con l'angolo dell'occhio e vidi che era Uait Bir.


UAIT BIR

Mi avvicinai al ragazzo ben sapendo che forse avremmo parlato a lungo, mentre Kera si alzò per seguire Rue.
"Bene Draven... io mi chiamo Uait Bir, sono un guerriero di Betris e lui è Licht, il nostro Comandante.
Intanto ti ringrazio di avermi lasciato la vita.
Ora prima di raccontarci qualcosa di te e tua sorella ti parlerò di noi, di Kolise, di Klivia ..."
Così gli raccontai insieme a Licht della vita su Arcano, delle battaglie contro i ribelli, di Nimira, delle Amazzoni e del fatto che ci servivano due con la loro abilità.
A sua volta Draven ci parlò di sé e sua sorella e del fatto che le aveva tolto la risposta.
Alla fine, quando ormai la notte era profonda, Licht lo invitò a dormire nella nostra tenda e io andai a raggiungere Kera.


DRAVEN

Parlammo per tutta la sera, fino a notte inoltrata.
Continuavo a tenere d'occhio Rue, ma sentivo che ci trovavamo al sicuro nell'accampamento delle amazzoni: non ci avrebbero fatto del male, e noi non avevamo alcuna intenzione di farne a loro.
Raccontai la nostra storia, loro mi raccontarono della loro vita; si instaurò quasi da subito una profonda comprensione tra di noi.
Non ebbi modo di parlare a lungo con le amazzoni Kera e Kethry in quanto, una volta assicuratesi che non c'era nessun pericolo, sembrarono più interessate a Rue che a me.
Ero felice di questo, Rue aveva bisogno di ogni attenzione che le amazzoni fossero disposte a darle.
Mi concentrai dunque sui due guerrieri.
Licht si dimostrò molto amichevole, sembrava sinceramente interessato alle nostre vicende, e scorgevo nei suoi occhi che si fidava di noi.
Ai miei occhi appariva come un uomo sul quale poter contare, un po' come il fratello maggiore che non avevo mai avuto.
Uait Bir era la sicurezza fatta persona, sempre consapevole di ciò che gli accadeva attorno, sempre con i sensi all'erta, pareva quasi ci fosse una connessione speciale tra lui e la natura.
Era come se degli spiriti gli parlassero, e lo avvertissero delle circostanze imminenti, così spesso che ormai non ci faceva più caso: la natura era il suo istinto e il suo istinto era completamente naturale.
Entrambi, Licht e Uait Bir, mi diedero l'impressione che, forse per la prima volta nella mia vita, avrei potuto avere dei veri amici.
Io non avevo fatto niente per loro, anzi Uait era stato ferito a causa mia, anche se mi aveva ripagato abbondantemete riducendomi la mascella in pezzi, cosa per la quale non portavo assolutamente alcun rancore: me l'ero meritata.
Eppure mi accolsero tra di loro senza aspettarsi nulla in cambio, dividemmo il desco e ci scambiammo storie, ridemmo e bevemmo, e alla fine ci ritirammo per dormire, accompagnandoci l'un l'altro come fanno i vecchi amici dopo una serata in taverna.
Licht mi offrì un posto in una delle tende ma declinai, preferendo dormire all'aperto quando il tempo lo permetteva... e quella era una serata bellissima, il cielo era pieno di stelle, nessuna nuvola le copriva, la temperatura era piacevole, l'aria fresca e pulita.
Licht si avviò verso la sua tenda, Uait continuò ad aggirarsi nell'accampamento forse in cerca di qualcuno.
Non pensai affatto a cercare Rue per assicurarmi che tutto fosse a posto: ero sicuro che non ci fosse nessun pericolo, le amazzoni ci avevano offerto la loro ospitalità e ci avrebbero difeso, pur sempre senza limitare la nostra libertà.
Pensai che vagare per l'accampamento non fosse una buona idea, avrei solo reso nervose le amazzoni che ancora non mi conoscevano, così mi allontanai dirigendomi verso la foresta.
Incominciai ad arrampicarmi su di un albero, ma non per nascondermi tra i suoi rami.
Lo scalai in fretta, graffiandomi su alcuni ramoscelli, e arrivai in cima.
Uscii fuori dalle fronde come un delfino che risalga in superficie dopo una lunga nuotata, e mi bagnai alla luce della Luna.
Rimasi lì appollaiato per un po'.
Guardai in alto... guardai il cielo.
Ripensai a mia madre, alle lezioni casalinghe che faceva a me e a Rue per insegnarci la religione della Dea, per insegnarci ad essere devoti.
Ci mostrava la Luna e le stelle e ci diceva: "Chi pensate possa essere così grande da creare un simile spettacolo? Soltanto una Dea."
Quando vedeva i nostri volti meravigliati e stupiti dinanzi allo spettacolo infinito del cielo stellato aggiungeva "E questa emozione che sentite nel cuore? Non potete spiegarla, vero? Ecco, la Dea è entrata dentro di voi"
Mio padre diceva "Guardale, la Luna e le stelle, sono il regalo che la Dea ha fatto alle persone povere, sono i gioielli di chi non può comprarne di veri. Sono le tue, sono di tutti, eppure sono così lontane che non sono di nessuno"
Quando ero un ragazzino credevo alla Dea.
La immaginavo come una vecchia signora dal viso gentile , anche se non l'avevo mai vista, ma mi accontentavo della Luna e delle stelle.
Poi un giorno la Dea si prese la mia famiglia.
Non persi la mia fede, credevo ancora alla Dea, semplicemente capii che a Lei non interessava di noi.
Aveva permesso che due ragazzini rimanessero senza genitori, soli e perduti.
Effettivamente, pensai, ha così tante stelle a cui badare, che non potrebbe mai vegliare su tutti noi.
E da quel giorno non ho osato più disturbarla con le mie preghiere.
Se Lei riteneva che io e mia sorella dovessimo cavarcela da soli, lo avremmo fatto. Realizzai che era sciocco affidarsi alla vigilanza di qualcun altro, fidarsi di qualcun altro se non potevo contare neanche sulla Dea.
E così vissi gli anni a seguire, senza fidarmi di nessuno, io mi prendevo cura di Rue, lei si prendeva cura di me.
Ma quel giorno le cose cambiarono: avevo bisogno di fidarmi di nuovo, avevo bisogno di abbassare la guardia, di condividere la vita con altri individui, di contare su qualcuno, di fare in modo che qualcuno contasse su di me.
E Rue ne aveva ancora più bisogno di me.
Alzai l'ultima volta lo sguardo verso la Luna, il volto della Dea: "Forse è ora di darti un'altra possibilità" - le dissi incominciando a scendere dall'albero.
Dormire in una tenda non sarebbe stato poi così terribile.

     
     

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