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Aurora Ferale

 

Introduzione

Pardon lo squallore e l'individualismo... me la cavo meglio a buttar giù un pugno di versi eh!eh!... forse

Riesco ad alzarmi, la convalescenza è stata lunga ma mi sento in forma.
E' già notte e decido di fare due passi per le vie di Klivia.
Incontro un giovane guerriero di Caliur che mi saluta; ricambio con un cenno della testa, e ora che ci penso ho un certo languorino e un salto alla Taverna del Drago Verde mi sembra una buona idea; la notte è stellata, quindi nonostante la distanza ho motivo e maniera di non sentirmi solo.
Le terre di Arcano hanno un certo fascino sotto la luna e tra amazzoni che amoreggiano per le vie con i loro uomini arrivo all'uscio della taverna, entro e mi siedo.
Non riesco a far meno di notare un gruppetto dalla parte opposta al mio tavolo, nei pressi del bancone.
Una di quelle persone è certamente un ufficiale, amazzone suppongo, il suo viso mi è sconosciuto ma scommetterei perfino sul mio pugnale d'osso che non è una semplice combattente, questione di istinto.
Li lascio alle loro conversazioni e bevo qualcosa.
L'alcool ha un effetto reminescente e sto per perdermi in periodo lontano quando mi ritrovo di nuovo alla taverna.
Hanno fatto il mio nome.
Non so come ma di sfuggita ho udito Atro, e ne sono sicuro, anche se può apparire fuori da ogni logica essendo agli estremi del locale.
Alzo la testa verso il gruppo e vedo la donna, l'unica donna, che si avvicina.
Puzza di guai.
Se è tanto indomita e capace in battaglia quanto è bella... allora tremate nemici di costei, mi viene da pensare, in effetti mi pare di vedere l'eroina della canzone di un bardo.
La vita è strana e lo è ancor di più se hai la pretesa di ritenerla normale.
- Atro? - Mi dardeggia e ripete - Dragone Atro?-
- Comandi!- Tanto per rompere il ghiaccio con lieve sorriso di coda.
Penso di aver avuto un approccio sbagliato.
- Scusa?-
- Scusami tu - Cerco di parare davanti alla sua serietà.
Non penso ammetta ironie e similia - Sì sono io -
- Bene, così va meglio - Mi tranquillizzo preparandomi al peggio.
- Dunque non perdiamo altro tempo - Prosegue - Ormai è da diverso tempo che sei qui, e la posizione che hai raggiunto hai avuto modo di guadagnartela nel tuo piccolo, ma ora è il momento di dimostrare veramente il tuo valore, se meriti veramente il tuo grado -
- Cioè? è in atto una campagna?- Chiedo.
Non ho idea di cosa sia successo nel periodo in cui stavo ancora cercando di riprendermi dopo quella notte, anche se qualcosa non mi quadra, perchè è lei a informarmi di ciò quando il comandante dei dragoni è Draven?
Non che abbia mai avuto molta simpatia per gli altolocati a prescindeere dai loro meriti, a volte il potere dà alla testa, ma appare più logico sia il proprio comandante a informare uno dei suoi uomini di eventuali movimenti, ma questa è un'altra storia.
- Partirai solo - Precipito e sento comunque una sonora risata provenire dagli abissi più reconditi e remoti della mia essenza.
Resto zitto. La guardo.
Lei continua - Voci, e dico voci che sono raggiunte ad Arcano per vie che non ti debbono interessare, dicono che oltre le montagne ci sia un insediamento di predoni, già conosciuti per aver saccheggiato diversi villaggi. Non abbiamo idea se sia vero o siano solo voci, quindi si è deciso che debba essere tu ad andare in avanscoperta. Se sembra strana la decisione di averti affidato un compito che da un falso allarme poterebbe tramutarsi in una seria minaccia, ebbene non lo è. Bisognerà attraversare i picchi innevati, tu nei ghiacci ci sei cresciuto, hai sicuramente più esperienza nel battere le piste. Da solo avrai più liberta d'azione ed è più facile individuare un gruppo di uomini che un uomo solo, non trovi?-
Caspita! Temevo non finisse più, comunque non c'è più da scherzare, in parte condivido quello che mi ha detto, in parte no.
Mi è stato dato un tempo di missione, dovrei essere di ritorno almeno in sei o sette giorni, e calcolando che anche a cavallo solo di viaggio almeno un paio di giorni ci vorranno, come minimo impiegherò mezza giornata a raggiungere le vette.
Avendo fatto una stima di una spiegazione molto approssimativa della montagna, non è che abbia tutto questo tempo d'azione.
Si vedrà per il meglio.
Poco prima di andarsene l'ufficiale amazzone mi chiede di cosa posso aver bisogno per la missione, mi dice che avrò bisogno di una spada o di un'arma più decente del mio pugnale.
Il mio pugnale d'osso è più che sufficiente, le dico.
Fortuna che sei comandante amazzone, una spada lunga potrebbe rivelarsi una condanna a morte se combatti nella neve alta, lassù avrò bisogno del meno peso possibile e di tutta l'agilità a disposizione; una spada sarebbe solo d'ingombro, e poi non sono uno spadaccino.
Questo lo penso solo, forse è meglio.
Alla fine le dico che alcune torce e una corda mi possono bastare e decido di abbondare sul cibo a discapito dell'acqua, con tutta la neve che c'è lassù.
Una lancia, sì una lancia potrà tornarmi utile ripensandoci, un bastone lungo i sentieri impervi della montagna mi tornerà utile, poi ero un pescatore a mio tempo e con l'arpione non me la cavavo di certo male, quindi decido sia la cosa giusta.
Terminato il tutto mi dice che mi farà recapitare il tutto nel mio alloggio a Klivia.
Sinceramente continuo a chiedermi ancora perchè io, con tutti gli esploratori esperti che militano ad Arcano, e perchè solo.
E' già mattina, stanotte non ho dormito molto ma ricordo di aver sognato di camminare in un vasta vallata circondato da vette ghiacciate, sotto una luna che illuminava quasi a giorno.
Stranezze.
Vedo arrivare una giovane amazzone, devo ricordami di iniziare a chiedere dei nomi.
- Ecco quello che hai chiesto - Abbassa gli occhi e arrossisce, è molto timida oltre che carina.
- Scusa, il tuo nome?- Ma è già scomparsa in fondo alla strada.
Gambe veloci queste amazzoni.
Adesso che ci penso io sono a piedi, poi sento rumori di zoccoli e dall'angolo dove era scomparsa la giovane amazzone appare l'ufficiale di ieri, la preferivo nella penombra della taverna.
Un fascino più arcano.
Ora però devo pensare al mio viaggio, sulle grazie del suo corpo mediterò al ritorno, se ci sarà un ritorno.
Arriva a cavallo tenendo per le briglie il destriero che mi condurrà ai piedi del monte.
- Ecco il tuo cavallo, per questa missione ovviamente; non è un cavallo comune, quando smonterai sussurrargli questa parola nell'orecchio, ti aspetterà - E mi dice la parolina magica.
La rassicuro che in ogni caso il cavallo l'avrei restituito: non vado molto d'accordo con loro, muoversi per le kioskas a cavallo può essere pericoloso per chi passeggia e poi si sta troppo alti da terra.
Avevo pensato ad un asinello, è più pacato, più forte e più tranquillo, ma questi sono particolari del tutto superflui.
L'amazzone mi guarda. La guardo.
- Buona fortuna - Si gira e se ne va.
Carico quello che devo sul cavallo.
Un ultimo bacio alla croce di mio padre. Un'ultima lacrima per mia madre.
Si parte.


Parte 1.

Sono in groppa, ho cavalcato poche volte in vita mia.
Nella mia terra d'origine i destrieri sono una specie di sfarzo.
Non ne abbiamo bisogno; in qualche rara occasione prima di giungere in queste terre ho avuto la necessità - necessità obbligata - di un cavallo, e per fortuna, altrimenti sarei a piedi doppiamente, ma l'ironia non è di casa in questo momento e seppur sia indole, grava serietà sulla missione, e a malincuore devo sopprimere qualche istinto.
Niente è gratis... per fortuna.
Mi accorgo, perso nelle riflessioni, che se mi volto indietro le mura cittadine si sono notevolmente rimpicciolite, e noto che se continuo di questo passo nemmeno entro domani sera avrò raggiunto i piedi delle montagne, quindi decido di partire al galoppo e godermi lo sferzante fresco della mattina.
Per un momento chiudo gli occhi e ascolto il vento, lo sento smuovermi i capelli e lo sento sul viso, è molto piacevole e rilassante.
Riapro gli occhi.
Il paesaggio è un po'angoscioso, una vasta e interminabile distesa con qualche cespuglio, sporadici
arbusti e altre piante simili che non saprei descrivere.
Conosco meglio le steppe di casa.
Scorgo solo a est dell'orizzonte un gruppetto di alberi fare capolino, se sarò fortunato sarà un boschetto, so che allungherò il viaggio ma è necessario che mi fermi un attimo a far riposare un minimo il cavallo e contando sulla provvidenza farlo abbeverare in una fonte che spero ci sia.
Il sole è alto nel cielo e senza accorgermene siamo già a metà giornata, è sorprendente quanto possa essere producente una zona così relativamente insipida, stimola il pensiero... e se devo essere sincero ho ricordi annebbiati dei meandri dove ho perso i pensieri questa mattina, chissà, magari mi sono addormentato a cavallo senza nemmeno accorgermene... strano non mi sia svegliato con dell'erba in bocca e male dappertutto.
Strano.
Sono dentro.
Il boschetto è un bosco.
Seguo un sentiero sorridendo nel sentire un lontano scrosciare d'acqua.
Sicuramente è più vicino di quanto immagini e sarà un piccolo torrente.
Non sbaglio.
Scendo da cavallo, finalmente, lo lascio andare a bere mentre mi siedo un momento ai piedi di un albero.
Sfrego la schiena sulla corteccia grattandomi.
Non è piacevole, è paradisiaco.
Poco distante la vegetazione rumoreggia.
Mi accorgo di avere già il coltello in mano. Strano... anzi no, normale.
Nessun pericolo, solo un paio di cani che sembra si avvicinino lentamente.
Ringhiano. La bava cola da sotto i denti.
Non vedo odio nei loro occhi, solo ferocia incondizionata, come dire - amico sono fatto così - li capisco. Questa non ci voleva... ho sempre detestato uccidere gli animali, che siano povere bestie selvatiche o meno.
Balzano. Due guaiti.
Il silenzio e la calma rumorosa del torrente ritornano durante gli ultimi rantoli dei cani.
Anche il cavallo si sta calmando, non mi sono nemmeno reso conto che si era agitato.
Guardo i due poveri cani, mi inginocchio e li accarezzo evitando di guardare la loro gola aperta.
Non evito la gola. Evito gli occhi.
So che la vita non li ha ancora abbandonati, ma non riesco.
Li guardo.
Chiedo perdono, è assurdo vero?, uno uccide poi chiede scusa.
Mi capiranno, lo so.
Nei loro ultimi sguardi c'è una placidità insostenibile, surreale a raccontarlo.
Muoiono.
Bagno le dita nel sangue prima di uno poi dell'altro e le porta alla bocca.
Le bacio chiudendo gli occhi. Le porto alla fronte a pugno chiuso.
Le bacio di nuovo, apro gli occhi e riappoggio la mano prima sul corpo di uno poi dell'altro cane.
Mi alzo, torno al cavallo e me vado in silenzio.
Korya è inspiegabilmente piena di animali selvaggi, ma è diverso: viviamo ancora come dei mezzi barbari, o almeno quando io vi abitavo era così.
Suppongo che lo sia tuttora.
I cani per quel poco che so non sono proprio animali selvatici.
Capitava di frequente che il mio paese avesse qualche visita poco gradita.
Gli animali hanno fame come noi, e sembrerà assurdo, ma nell'estremo nordovest non esiste la vera preda nè il vero cacciatore.
Esiste la sopravvivenza.
Ho imparato a difendermi da molte bestie, che avvicinandosi troppo a Korya dagli odori del cibo durante le loro cacce, decidevano di seguire una nuova pista e si addentravano dentro una città che non era una città vera e propria, ma un considerevole villaggio dal porto grande quanto mezzo paese, ma questa è un'altra storia.
Il pomeriggio è arrivato e già le montagne sembrano enormi all'orizzonte, se parto al galoppo di gran carriera arriverò per sera, stancherò il cavallo, ma avrà modo di riposarsi.
Così è.
Il freddo di una prematura notte già mette in chiaro chi comanda.
Lo sta facendo con la persona sbagliata.
C'è una piccola grotta che decido come riparo per la notte.
Voglio partire domattina presto.
Spero che questo rifugio non sia la tana di un burbero e misantropo orso.
Sono fortunato e riesco a riposare.
Mi sveglio, esco dalla mia tana di fortuna e vedo la luna alta nel cielo in tutta la sua luminosità, e intuisco che c'è ancora tempo prima che inizi ad albeggiare; quindi raccolgo le mie cose, mi faccio forza e parto.
Un momento!, la parolina segreta al cavallo.
Gliela sussurro e lo guardo.
Ricambia con occhi interrogativi.
M'interrogo io stesso se funzionerà davvero e mi incammino sperando di avere occasione di scoprirlo.
Davanti a me c'è una sorta di sentiero naturale, non vedendo altro intorno se non pareti rocciose e macigni, opto per il sentiero; magari alla luce del giorno avrei potuto vedere altre vie percorribili che, nonostante il favore della luna, ora mi sono eventualmente negate.
Il sentiero procede ripido e brullo fra le ombre suggestive del paesaggio notturno di pietra.
Un luogo perfetto per un agguato.
Sono ancora lontano dalla neve, e prima di raggiungere i picchi dovrò fermarmi a riprendere fiato e a rinvigorirmi; non sono sicuro che avrò bisogno delle mie forze solo per una perlustrazione.
Il pericolo che non sia solo lassù è prossimo alla certezza.
Cerco di farmi forza e ricorro alle immagini che non vorrei mai incontrare in questi momenti, ma ne ho bisogno.
E' doloroso è vero, ma trovo una forza in queste visioni che probabilmente non è comparabile.
Ti vedo durante la salita, verso questa meta che potrebbe essere l'ultima, ma questa è un'altra storia, è meglio restare senza appoggio ma vigili.
Non ho bisogno di ricordi ora.
La cima è lì, sembra che da quella posizione si possa toccare la notte solo alzando la mano, ma non è così... per fortuna.
Il sentiero termina innanzi ad una scarpata.
Capisco che devo tornare indietro e cercare un'altra possibile via.
Non ne trovo. Devo arrampicarmi.
Naturalmente era preventivato, era ovvio che la mia missione non sarebbe stata rose e fiori; non mi è stato detto, ma intuisco che terminerà col sangue di qualcuno.
La fortuna è dalla mia parte la parete non è così ostica; i grossi massi che rendono meno angosciosa la parete, se così si può chiamare, vengono in mio aiuto, ed è buona cosa quando vedi e senti che la natura ti aiuta.
Maggior fortuna è portata da un'insenatura che mi appare nella salita, sfruttabile come tappa per cercare di ripristinare corpo e spirito.
Mi siedo.
Ho la luna di fronte, sembra quasi sia stata tutta una sua mossa, e che io non sia lì per caso, ma è notte e la ragione ha comodità di lasciar piede alla suggestione, e la fantasia non è solita ai rifiuti.
Ripenso a lei.
Sì ripenso a te.
Succede inevitabilmente quando mi sento debole, come è inevitabile il rischio di perdermi in questi angusti labirinti in cui decido di imprigionarmi.
Si combatte di continuo. Senza tregua. Nessuna pietà.
Lo spirito non è risanato, è solo sazio.
Io ho bisogno soprattutto di vigore ora, l'indole avrà il suo turno molto prima di quanto si aspetti.
Riparto.
Sono già sulle vette, non pensavo di fare così presto, ma che ne so se son stato rapido o meno... noi uomini siamo in grado di ingannare il tempo quando vogliamo, e ci riusciamo così bene da riuscire a imbrogliare perfino noi stessi, è paradossale vero?
No, è la vita.
E' un attimo, e tutto passa.
Sono a casa anche se è un'illusione, troppo piacevole da scacciarla così presto.
Una vallata azzurra è il piccolo orizzonte che dona al mio cospetto la tenebra.
Non vedevo paesaggi simili da anni.
Un liscio mare di neve.
Un liscio tappeto di diamanti sotto la luna, e non sarà tutto oro quello che luccica ma ciò che luccica può valere più dell'oro, e il brillare azzurrino della neve notturna è uno spettacolo che uccide il tempo. Sono solo. Ora il tempo non esiste.
I miei stivali ora potrebbero affondare nelle nevi delle amate terre invece che in questa sconosciuta montagna, se riuscissi ad illudermi abbastanza... e potrei essere ancora un bambino se non ci fosse lei.
Se non ci fosse lei non saprei cosa significhi sentirsi uomo.
I sentimentalismi è ora di bandirli definitivamente, non ho intenzione di trovarmi malinconico mentre esalo i miei ultimi respiri con la faccia nella neve, sopra una vistosa e scenica macchia di sangue che si allarga inerte.
Ora i giochi sono finiti, potrebbe rivelarsi fatale non solo una mossa sbagliata, ma un passo solo.
I ghiacci non perdonano, così come le nevi.
Solo uno stupido non prenderebbe in considerazione che dei predoni non abbiano nè segugi nè battitori, ammesso che di predoni ve ne siano.
Decido che la vallata sia meglio evitarla, lascerei delle tracce che non mi darebbero scampo.
Costeggio un crostone roccioso relativamente pericoloso, ma più sicuro per le mie mosse.
Aggiro la montagna, e i miei piedi ora che osservo meglio non sono così distanti dall'inizio di una bella e spietata parete.
Chiudo gli occhi - Vieni vieni - Li riapro subito.
Ho impiegato un sacco di tempo in più, ma almeno non ho tracce riconoscibili.
Sicuramente ci sarebbero state vie più veloci e altrettanto sicure.
Io faccio come posso, se sapessi fare i miracoli avrei scoperto questa fantomatica minaccia comodo comodo nel mio alloggio.
Questa sottospecie di circonvallazione di fortuna è stata più provvidenziale del previsto.
Davanti a me un burrone non indifferente. Sotto un accampamento.
Il sapore è provvisorio, e ora non sento più emozioni.
Voci.


Parte 2 - mmmh.....

Qualcuno è qui. Qui con me.
Torno dietro al crostone sperando che chiunque sia in zona non veda le mie orme.
Non ho voglia di dare nessuna spiegazione, sia ad amici che a nemici.
Sono solo e voglio rimanere solo.
Mi sento solo da tanto tempo, inizio a pensare sia una scelta del destino. Che sia allora.
Spalle alla parete rocciosa controllo il respiro, sono un po' affannato.
Riesco a tornare ad un ritmo regolare in poco tempo.
Le voci spariscono. Esco in ispezione.
Sono fortunato.
Vedo che sono scesi per la vallata, ad oriente rispetto alla mia posizione nel versante ovest, vedo le orme perdersi a vista d'occhio; probabilmente dalla parte opposta alla mia, chissà dove, c'è un sentiero che porta alla piana sottostante.
Per sicurezza ripercorro il tragitto d'andata e ritorno al punto di partenza.
Ora mi ritrovo dove la mia scalata è terminata e inizia a scendere qualche fiocco di neve.
Mi guardo intorno in cerca di un riparo per una possibile bufera.
Poco distante verso est scorgo una rientranza scavata nella parete della montagna che invece di fermarsi si erge verso il cielo.
Mi avvicino. Con un po' di fortuna magari trovo una via verso la valle sottostante.
Così è. Così è l'errore.
Ho dato per scontato l'essere rimasto già solo, e come ho sempre detto nulla è regalato.
Arrivo alla nicchia rocciosa e noto in fondo al sentiero sottostante due figure.
So di essere arrivato silenziosamente, ma uno dei due si volta comunque.
Capita di voltarsi inspiegabilmente da qualche parte, capita anche a me. Sesto senso?.
Mi guarda un istante.
Non apre bocca, fa per alzare la balestra al fianco sicuramente armata.
Il gesto viene notato dal compagno che ad alta voce dice qualcosa di incomprensibile verso una parte di sentiero che io non vedo.
Alzo la lancia e la scaglio con tutta la forza che ho. Poi una fitta lancinante.
Sento perdere ogni senso a sinistra del torace fino lungo il braccio, quando vedo chi mi ha ferito crollare a terra trafitto dalla mia lancia, e il suo compagno con a seguito presumibilmente una donna correre verso la mia posizione.
Mi rannicchio all'interno trascinandomi, cercando di rimanere il più nascosto possibile.
Mi è rimasto solo il fidato coltello.
Spero siano stati tanto stupidi da essere un gruppo di tre.
Se sono solo in tre e me li trovo tutti addosso, vuol dire che se sarò abbastanza fortunato nell'eliminare questi due, ci vorrà un po' prima che venga rispedito qualcuno dall'accampamento.
Sono davanti a me armati di daga. Un uomo e una ragazza. Lui è il primo.
Con uno sforzo doloroso scaglio il coltello verso il suo petto.
Il cuore è trafitto, non pensavo potesse trapassare anche grosse pellicce.
Il dardo sotto la mia spalla ha allargato la ferita.
La ragazza mi attacca con avvento. Sono disarmato e ferito, non sono stupido.
Dalla mia posizione accovacciata sferro un calcio verso le caviglie della mia nemica.
Perde l'equilibrio e mi cade addosso.
La lama mi graffia la coscia sinistra.
Per fortuna non è crollata sul dardo. Mi è addosso.
Libero il braccio destro che riesco ancora sentire.
Chiudo il pungo e la colpisco di rovescio in viso.
Un gemito. Afferro la daga. Il petto è squarciato.
Peccato, un così bello e giovane seno.
Il combattimento è finito.
Mi accorgo che ho perso una considerevole dose di sangue e il dardo nelle mie carni è insopportabile. Non lo estraggo. Non sono un guaritore ma so che potrei complicare le cose.
Il sangue avrebbe via libera, e potrei ritrovarmi un fiume di sangue che, scorrendo per la mia pelliccia, si porterebbe con sé pure la mia vita.
Non voglio morire, non ora.
Ho ancora tante cose da dirti, anche se non te ne dirò nessuna.
E' così facile e bello immaginare tanti discorsi e soluzioni, ed è altrettanto sorprendente e affascinante il rimanere muti all'occorrenza.
Ora non scende solo qualche fiocco. Nevica, e senza paura.
Sto male, sto malissimo, ma è tutto così bello, e se devo essere ferito per provare sensazioni così belle e pulite, e se devo essere ferito per tanta magnificenza... allora dieci dardi sono pronto ad ospitare.
Non è vero niente... forse, la prospettiva di essere al calduccio nel mio alloggio non la scarto.
Non riesco quasi a ragionare, il dolore celermente è un fastidioso ed insopportabile indolenzimento... devo estrarre il dardo.
Sangue.
Sangue.
Dolore, e con il dolore i pensieri, la mia vita.
La grossa pelle che indosso assume un nuovo aspetto.
Una lunga striscia scura sulla sinistra, colore del sangue.
Appena mi riprendo dallo sforzo prendo una manciata di neve più pulita e cerco di farle assorbire la ferita.
Serve a poco ed io ho bisogno soprattutto del poco. Nelle mie condizioni non sono in grado di fare molto.
Non riesco neanche ad avere più coscienza dei giorni che sono passati da quando sono partito.
Posso aspettare.
Se sarò fortunato riceverò aiuto da una qualche buona anima che magari abita nelle zone circostanti e
sconosciute; l'ipotesi di essere soccorso da una spedizione di Arcano è remota, mentre è prossima l'eventualità di altri predoni in cerca dei loro compagni.
Troverebbero me. Simpatica situazione vero?
Non troppo.
Il dolore sta passando. Brutto segno.
Non guardo la ferita, almeno non sulla carne nuda.
Sto perdendo la sensibilità al braccio. Spero sia un effetto collaterale del trauma.
Continua a nevicare... alcune tracce si stanno coprendo, anche il corpo lontano di chi mi ha ferito ha il torso coperto da un sottile telo bianco.
Non serve.
La lancia è eretta e spunterebbe anche se ci fosse neve alta.
Un rantolo. Un rantolo che non è il mio.
Giro la testa lentamente cercando di non torcere troppo il corpo.
Vedo i capelli biondi della mia vittima che si spostano leggermente.
Non riesco a vederla in volto ora che vorrei.
E' supino ma i lunghi capelli le donano una meravigliosa maschera artistica giacendo sul viso, e ora si stanno svegliando.
Lo so che peggiorerò la mia situazione.
Cerco di allungarmi un poco verso di lei. Un artiglio invisibile mi sta dilaniando.
Stringo i denti e respiro profondamente per quello che riesco ancora a fare.
Le scosto i capelli. Sono soffici.
Il torace rigonfia timidamente con lentezza irregolare.
Sta per morire, lo sento. Mi chiedo come abbia potuto sopravvivere.
Non ho certo preso la mira affondandole la lama in petto.
Solitamente il torace è una zona piuttosto vitale e lascia ben poche speranze se trafitta.
Solitamente.
Apre gli occhi mentre le labbra aride si schiudono in un piccolo respiro affannato e violento nel suo piccolo.
Mi guarda.
Muore.
Vorrei farmi tante domande ma non riesco.
Faccio solo ciò che mi è più naturale. Le chiudo gli occhi.
Ha un'espressione che mi infastidisce, e anche se ora ha gli occhi chiusi la si legge comunque in volto, come se volesse dirmi qualcosa.
Ultime parole, sì, ma che parole? infilo una mano sotto la chioma e con un movimento secco che quasi mi paralizza rifaccio cadere i capelli biondi sul suo viso.
Un viso non bellissimo ora che ho guardato. Non bellissimo, espressivo.
La notte inizia a fare capolino ed io sono stanco.
Stanco.
Ha smesso di nevicare, non conto le volte che ho preso pugni di neve per la mia ferita.
Il freddo della neve allevia un po' il caldo tormento della carne. Sembra che anche se poco la ferita stia iniziando a cicatrizzarsi.
Il sangue trasuda da sotto la pelliccia anche in zone distanti dal foro del dardo.
Devo restare il più fermo possibile.
Non ho avuto nessuna emorragia e a quanto pare la neve tiene l'infezione lontana per il momento.
Ho bisogno di cure.
Confido molto sulle proprietà di rigenerazione del corpo, ma ho bisogno di essere curato.
Sto male... inizio a sentire che le forze mi abbandonano.
Strappo un pezzo di stoffa da una camicia che ho sotto la grossa pelle e cerco di creare un rudimentale tampone, ci ho avvolto dentro un pezzo di ghiaccio che incrosta la nicchia.
Lo appoggio alla ferita. E' freddo. Sorrido.
Riesco ancora a sorridere.
Mi addormento.
Riapro gli occhi nella notte fonda, nella notte silenziosa.
Ho ancora la vista annebbiata quindi sbatto le palpebre mentre sfrego gli occhi con la mano.
Non sento più male, neanche se muovo il braccio sinistro, eppure la ferita c'è ancora.
Decido di alzarmi ed esco.
E' la fine.
Il cielo è la fine. La fine del mondo.
Non mi trovo più in una notte d'inverno.
Un'aurora polare mi abbraccia in queste nevi. Senza ne pensieri ne ragioni.
Istinto.
Di scatto giro sul fianco destro ed eccola lì su una collinetta poco distante da me.
La vedo bene e vedo che mi osserva severa.
Ora vivo nelle leggende del mio popolo.
La lince nera.
La massima divinità animale dell'estremo nordovest. La protettrice del freddo, portatrice di tenacia. Così la chiamano gli anziani.
Sicuramente c'è molto da leggere dietro a tale definizione.
La musa della sopravvivenza, così invece la chiamava un bardo che si era imbarcato sul mio stesso peschereccio nel mio ultimo viaggio. Cercava un passaggio ed il capitano Krantz non aveva rifiutato.
Mi chiedo solo cosa ci faceva un Bardo a Korya.
Una grande persona. Spero si sia salvato.
Non parlerò di tutto questo col popolo di Arcano se mai lo rivedrò... non so chi mi possa capire... e non so chi vorrà capirmi.
La lince mi guarda immobile.
Sento freddo... riapro gli occhi con fatica ed è mattina. Una mattina tremendamente fredda e ventosa.
La lince nera.
L'aurora.
Non mi capacito se ho sognato o meno.
Era tutto reale, forse.
Forse troppo.
Se non riesco ad avere piena consapevolezza di quella realtà, ne ho di questa... e questa è un realtà prossima a diventare storia se non trovo il modo di tirarmi fuori da questa situazione.
Almeno ho la consolazione di morire nel mio habitat. Avere le nevi per cimitero, una prospettiva che paradossalmente lascia un retrogusto epico.
La mattina si sta facendo più calda, mangio qualcosa e controllo la ferita che non migliora.
Il vento è cessato ed è tornato l'inesorabile silenzio proprio di questa terra.
Il silenzio si spezza.
Anche se ridotto male distinguo ancora il rumore della neve calpestata e deve essere vicino, molto vicino.
Non ho lucidità a sufficienza da essere percettivo con la dovuta efficacia. Sono passi lenti e pesanti, e devo aspettare poco per dar luce al mistero.
Un grosso orso mi passa davanti, per la precisione mi passa sotto, nel sentiero che procede sottostante all'altura del mio piccolo rifugio.
Avverte la mia presenza ma non si ferma mentre mi dona uno sguardo distratto, come per soddisfare una curiosità.
Lo saluto.
Cerco di riposarmi. Il tempo di chiudere gli occhi che sono già aperti.
Questo non è un orso... o almeno, non ne ho mai sentito parlare nessuno.
Arrivano da poco lontano le voci che senza dubbio porteranno la mia fine.
Sono più vicine e sono molte e ora qualcuno grida, ci sono esclamazioni e imprecazioni.
Anche se non capisco niente di quello che si dicono riconosco i toni. Devono aver trovato il corpo trafitto dalla mia lancia.
Si sono divisi.
Le loro voci mi arrivano da più direzioni anche se non saprei indicarne la provenienza. Se sono fortunato della distrazione di chi passerà qua sotto, posso rischiare di non essere visto.
Non riesco nemmeno ad avere paura della morte, non riesco a pensare quasi a niente.
Ho una fitta.
Sento come un coltello penetrare nella ferita e rigirarsi dentro.
Chiudo gli occhi con forza, stringo i denti ma non è abbastanza.
Nell'agonia sento un urlo.
Un urlo vicinissimo.
Istintivamente apro gli occhi e vedo una figura annebbiata e distorta davanti a me che agita un braccio. Tutto è distorto.
Che faccia come vuole, non m'importa di nulla ora. Mi piego torcendomi verso la ferita un attimo.
Alzo lo sguardo, l'uomo sembra abbia imbracciato un arco.
Cade.
Sotto di me scorgo una caotica carola distorta di immagini, e grida.
Non riesco quasi più a muovermi, il dolore lancinante di poco fa mi ha praticamente paralizzato. Solo ora mi accorgo che sto sudando e inizio a sentire freddo, tanto freddo, e nel freddo una figura si posa davanti a me.
Un predone... la sua lama alzata brilla al sole.
Mi vuole uccidere penso, e scopro di riuscire ancora essere sarcastico, come se avessi scritto la mia ultima opera.
La più grande.
L'uomo scatta e si blocca. Senza un grido. Barcolla e mi crolla addosso a peso morto.
Non sento nemmeno il dolore del suo corpo che schiaccia la mia ferita, non sento nemmeno il dolore del suo coltello che affonda nel mio torace.
Ucciso da un morto.
Questo è il mio ultimo spettacolo, la grande fantasia che aspetta ognuno di noi.
Questione di tempo... la sento che arriva, con dolcezza, nella sua inerzia inesorabile.
Avverto sollevarsi il cadavere del predone.
Davanti a me vedo un'ombra.
Non riesco a vedere niente se non ombre.
Uomo, donna?.
- Atro?- Una donna.
Cerco di rispondere, tossisco un momento - Sto morendo - Mormoro.
Il sapore caldo e salato del sangue mi giunge in bocca.
Tossisco di nuovo.
- No... tu non morirai - Mi sembra di udire.
Il resto.. è il buio.


Parte 3 - Le disavventure continuano eh!eh!

Non so... non capisco... sento un tepore, e appena riesco a fare mente locale capisco di essere in un giaciglio. Una coperta mi è addosso.
Apro gli occhi.
Tante facce. Tanti riflessi che danzano sui loro visi.
Riflessi accesi dal fuoco, un fuoco che arde al centro di quella che sembra una capanna di paglia e legno circolare.
Mi guardano, io non sono in grado di farlo. Riesco a vederli, ma la stranezza che mi confonde è un duro ostacolo da superare.
Sono spaesato. Non riconosco nessuno ora che la mia mente accenna un qualche luccichio, ovviamente timido.
Il silenzio presenzia.
Forse aspettano me. Io aspetto loro.
Intanto man mano che torno tra i vivi scopro che le domande sono molte.
So che ho combattuto nella neve. Ma i ricordi sono distorti, sono tanti pezzetti che non riesco a unire, per avere il disegno di ciò che è accaduto.
Solo le ultime parole di quella donna sfocata non si contorcono mentre le odo ancora nella testa.
Non ho voglia di parlare, sto bene così sdraiato, e coperto. Ho voglia di abbandonarmi a questo caldo.
Mi sento al sicuro anche se tra estranei.
Non sento alcun dolore, e questo mi sorprende. Non ci avevo pensato fino ad ora.
Alzo un minimo la coperta e vedo che non ho vestiti. Sono ancora talmente stordito da non essermene accorto.
La coperta è morbida.
Guardo sotto all'altezza del torace ma non riesco a vedere niente. Le ombre non me lo permettono. Ma mi permettono di sentire male.
Grugnisco qualcosa e stringo i denti.
Bel modo di rompere il ghiaccio. Con un ringhio. Chissà se parlano la mia lingua.
Mi ricordo che la donna non ha parlato straniero, e supponendo che conosce chi mi fa compagnia in questo momento, arrivo alla conclusione che queste persone parlino la mia stessa lingua.
Se riesco a contorcermi in questi pensieri vuol dire che mi sono ripreso.
Mi guardo meglio attorno, nessuno ha detto niente o ha mostrato particolare stupore per quanto è appena successo.
Sono abbastanza vicino al fuoco, non troppo.
Cinque o sei figure sono davanti a me. Magari sono di più, magari sono di meno, sono troppo stanco, e soprattutto ho altro per la testa che mettermi a contare delle persone.
Distinguo due donne. Brune. Gli altri sono presumibilmente uomini.
Son vestiti con pellicce e hanno il cappuccio calato.
Sono a sedere. Uno si alza e si avvicina.
- Sembra ti sia ripreso -
- Sembra - Biascico appena. La mia voce mi suona strana, come se dopo aver taciuto un lunghissimo tempo abbia ripreso a parlare.
- Bene, questo è buono, ora torna a riposare - Non capisco bene se abbia sorriso rassicurato o se sia stato il riflesso delle fiamme.
Riflessi che appaiono rossi pure sul volto della donna che ora mi è vicino, ora che tutti sono usciti.
Ha gli occhi di una madre. Non posso sbagliarmi, non ora.
Mi accarezza i capelli. Ha una mano forte. Mi fissa.
Si concede di ridere leggermente, come divertita. Il divertimento di chi la sa lunga e te lo fa capire.
- Cosa ti avevo detto?- E' il suo sorriso a parlarmi.
Da vicino sembra più giovane. Ha una bella pelle.
La danza che il fuoco le dipinge sul volto mi affascina.
Mi sento sereno. Dopo tanto.
Scivolo nella sicura oscurità che questa donna mi dona.
Sono di nuovo sveglio, e solo stavolta. Il fuoco ora è un piatto di braci.
Mi sento pieno di vigore.
Mi scopro e vedo alla mia sinistra i miei vestiti sopra una coperta.
Mi alzo.
Il calore delle braci investe le mie membra tonificandomi. Mi stiro e rimango arcuato un po' per assorbire altro calore.
Ora mi sento pieno di energia e non sento più dolore, ne al torace ne alla spalla. Le cicatrici almeno sono rimaste, questo mi ancora alla realtà.
Non vorrei essere chissà dove, sperduto in un qualche sogno o... non oso nemmeno immaginare.
Sto bene, questo conta.
Mi vesto.
Con estrema felicità noto tra gli indumenti il mio pugnale d'osso, ero convinto fosse ancora nel cuore del predone. Ripongo il pugnale nella cintura mi alzo e esco dalla capanna.
Il sole mi indica che è ancora mattina. Ma è soprattutto l'aria a farmelo capire.
Sono in un villaggio.
Il terreno è tappezzato di neve, e alcune zone sono ghiacciate. Non ho proprio idea di dove mi possa trovare.
- Non ti preoccupare - Un uomo, è un uomo che mi ha parlato da dietro le spalle, quindi mi giro e lo sento ripetere - Non ti preoccupare, sei più vicino alla tua terra di quanto t'immagini - Per fortuna ha aggiunto qualcosa questa volta.
Mi riesce strano pensare di essere vicino a Klivia, solo per una questione climatica; a Klivia nelle ore di punta potevi girare con vesti leggere tranquillamente, senza sentire il minimo freddo, si stava bene insomma.
Mi sorride e dice - Presto sarai a casa tua - Si gira e se ne va.
Vedo in lontananza un lago. Non sembra ghiacciato.
Mi avvio verso di esso e scopro che non è poi così distante, e poi le figure sulla riva hanno attirato la mia attenzione: sembrano un paio di donne, e sinceramente voglio correre il rischio di vedere un bel viso.
Così è, ed è meglio di quanto sperassi, anzi è proprio quello che speravo: una di loro è chi penso mi abbia salvato la vita.
- Buongiorno Atro - Ferma tutto!... come?... conosce il mio nome.
Per il momento penso le basti il mio stupore e mi sorride.
L'altra donna accenna un riso sommesso e e trotterella via verso il villaggio, villaggio che ora che lo osservo bene è piuttosto vicino ad una fitta boscaglia.
- Non ti chiedi perchè sei qui?- In effetti è proprio ciò che stavo per chiederle.
- Dimmelo tu, che conosci il mio nome -
- Il tuo pugnale d'osso, ho riconosciuto la zanna. Sei di Korya giusto?-
Questa donna inizia a costringermi a mettermi sulla difensiva. Non solo conosce il mio nome, ma conosce la mia terra natale.
Sinceramente non so se trovo più anomalo che conosca le mia terra d'origine, o che conosca l'estremo nordovest.
- Non hai motivo di agitarti - Sorride divertita - Io ho lasciato Korya tanti anni fa. Non li ho contati e sono sicura che neanche tu ora sapresti dirmi da quanto manchi dai ghiacci -
Smette di sorridere, i suoi occhi ora guardano un orizzonte che io non vedo, guardano il passato.
- Ho lasciato la mia amata terra per amore, è assurdo vero? Quasi patetico ma è così. Il resto non me la sento di raccontartelo ora, ma lo saprai. Non riesci nemmeno ad immaginare cosa voglia dire per me che tu sia qui -
- Oh sì... so cosa vuol dire. Basta poco...-
Uniamo i palmi delle mani e chiudiamo gli occhi. Le dita si intrecciano mentre le mani si chiudono lentamente.
Riapro gli occhi sui suoi, esattamente come lei.
Rivedo Korya. Ed è quello che vede lei.
I ghiacciai, i picchi innevati, il grande lago, i fiumi che penetrano le fitte boscaglie.
Sbatto le palpebre ed ora vedo la costa e il paese, il porto.
Lì c'è la mia casa.
Un peschereccio è pronto a salpare, è una bella giornata.
Poi chiudiamo gli occhi e quando li riapriamo le mani si separano, con la lentezza di come si erano unite. Siamo di nuovo in riva al lago. Ci ringraziamo in silenzio.
- Domani mattina potrai ripartire - Mi dice. Ha gli occhi lucidi. Mi accorgo che non è la sola.
- Per oggi resterai qui è meglio, poi devi ancora riprenderti del tutto anche se ti senti così energico - Gira lo sguardo verso le capanne poi verso di me, sembra tornata serena.
Non le chiedo nemmeno perchè ora sia qui... non mi risponderebbe, in fondo che importa.
Qualcosa glielo devo pure.
- Dai, torniamo al villaggio -
La giornata passa piacevolmente.
Abbiamo pranzato tutti riuniti, e tra un boccone e l'altro si è scherzato.
Il pomeriggio scorre tra le chiacchiere con gli uomini e la sera arriva così velocemente che non sembra neanche possibile, ma lo è.
Per tutto il pomeriggio non ho visto la donna di Korya, ed ora che ci penso, in questo villaggio mancano bambini.
Ma ora questo passa secondario, decido di andare a dormire. Voglio essere riposato domattina quando partirò per tornare a Klivia.
Entro nella capanna dove mi sono svegliato questa mattina. Il fuoco è acceso e non sono solo.
C'è lei.
- Sai, volevo scambiare due ultime parole. Domani mattina dovrai partire subito, e qui non si parla molto, e anche si parlasse siamo sempre noi.-
Mi si avvicina, è molto bella vista alla luce ravvicinata del fuoco.
- Perchè?- Le chiedo - Perchè sai tutte queste cose di me?-
Non riesco a pensare ad altro.
- Semplice - Sorride - Ti ho accompagnato mentre riposavi - Poi continua - Devi sapere, è ora che tu abbia delle risposte -
Mi prende le mani e le stringe forte. Mi ritrovo con gli occhi chiusi.
- Apri gli occhi - E vedo, vedo tutto.
Forse era meglio l'ignoranza.
Quella notte ci amiamo.
La mattina mi viene detto come giungere a Klivia. Un uomo dall'aspetto forte mi dice di attraversare il bosco, aggiungendo che conoscerò le lande dove finirò.
Così faccio.
Attraverso la selva senza fretta. C'è pace tra questi alberi dalle fronde innevate.
Cammino già da un po' e non avverto ancora il benchè minimo segno di stanchezza. Poi vedo una luce che illumina l'uscita della boscaglia in lontananza.
In effetti è una bella giornata.
Raggiungo l'uscita ed è lì... Klivia si distingue bene all'orizzonte.. eppure.. il bosco... la neve.
Mi giro un attimo e la selva è scomparsa, solo le vaste distese verdi appaiono ai miei occhi.
Non mi faccio domande e torno a casa.

 

Sir Atro

     
     

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