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La prima caccia di Primavera

 

Sono passati molti anni da allora ma ancora me la ricordo.
Ero una giovane predatrice che nell'inverno aveva abbandonato gli abiti dei cuccioli per correre con il Branco.
La lancia che mi donò la Capocaccia aveva una lama che splendeva al sole e il mio orgoglio pareva dovesse spaccami cuore.

Mia madre intrecciò perline colorate e amuleti nella mia folta criniera cantilenando strofe propiziatorie mentre la vecchia sciamana mi dipinse sul corpo disegni di guerra dai colori accesi.
Il Warkan, mio padre, l'unico maschio adulto con il diritto di stare con il Branco mi mise al collo una semplice collana fatta di corda.
L'ultima prova che dovevo affrontare per divenire una cacciatrice degna di questo titolo era di sopravvivere per tre lune da sola, lontana almeno tre giorni dalle nostre tane, portando con me solamente la lancia rituale e tornando con la collana adornata di ossa, una per ogni animale ucciso.
Se fossero state troppe mi avrebbero marchiata come ingorda e irrispettosa della Madre Terra, se fossero state poche sarei stata denigrata come inetta.
Era la legge del Popolo Leone, una legge antica come la Savana che regolava la vita di noi cacciatori, né uomini né bestie.
Sotto gli occhi delle cacciatrici e dei bambini volsi il mio sguardo ad oriente dove nasce il sole e cominciai a correre lontano.
Il sole illuminò la terra e tramontò per quattro volte prima che io mi decidessi a fermarmi.
L'erba verde e dorata formava un mare sempre in movimento battuto da una leggera brezza che rendeva il caldo più sopportabile anche nelle ore più afose.
Mi sarei fermata lì per un po' e avrei cominciato la caccia finalmente. Nascosi le mie poche cose sotto ad alcune rocce e scrutai l'orizzonte.
Un piccola folata di vento mi portò un odore selvatico e muschioso.
La gazzella balzò dal cespuglio e prese a correre saltando ogni volta in una direzione diversa, tentando vanamente di disorientarmi.
Non faceva che accrescere l'eccitazione della caccia e mi lasciai andare ad un ruggito.
Non avevo con me la lancia, volevo affondare gli artigli nelle carni della mia preda e raggiungerla senza bisogno di armi.
La bestia saettava tra cespugli e rocce con gli occhi sbarrati dal terrore.
Non poteva sfuggirmi, sentivo il suo odore e il sapore acre della sua paura.
Lasciai che credesse di avermi distanziata, mentre invece la seguivo da lontano e all'improvviso le tagliai la strada affondando le mie zanne nel suo lungo collo.
La bestia si abbatté al suolo, dopo aver scalciato con le ultime forze, emise un lungo mugolio strozzato di agonia e infine morì.
A cavalcioni della gazzella morta gridai di vittoria innalzando il mio urlo fino al sole.
Presa dalla frenesia della caccia non mi ero accorta della presenza sconosciuta alle mie spalle.
Una voce profonda e roca mi accusò.
"Era la mia preda, l'ho rincorsa tutta la mattina, mi spetta!"
Chi ne aveva il coraggio??!!
Era un giovane maschio, la sua criniera arrivava appena alle spalle e i suoi occhi rilucevano come rubini. Se ne stava sopra un'alta roccia sovrastandomi con la sua ombra.
Il vento mi portava il suo odore, selvaggio, penetrante e inebriante come una lunga caccia.
"La preda è mia! Se la vuoi... VIENI A PRENDERLA!" ringhiai rabbiosa mentre sentivo il mio folto manto che si rizzava sulla schiena.
La rivalità atavica tra i due sessi della mia specie infiammò i nostri cuori che reclamarono soddisfazione.
Solo uno di noi due avrebbe visto la prossima alba.
Il maschio stava per spiccare un balzo poderoso e trovandosi in posizione sopraelevata era in vantaggio.
Le unghie ricurve dei miei artigli lo aspettavano.
Il sangue della gazzella impregnava il terreno polveroso insinuandosi attraverso le crepe della terra riarsa... il suo odore ferroso attirò un altro predatore... ben più temibile di noi due, Gente-Leone.
All'improvviso il suolo tremò come per un terremoto e davanti ai nostri occhi la terra esplose in un ribollire di sabbia e sassi rivelando la forma di un Verme del deserto.
Il mostro, un anellide di proporzioni spaventose si ergeva su di noi spalancando un bocca irta di tenaglie e file di denti retrattili che artigliavano l'aria colma dell'aroma del sangue.
Quante volte avevo trovato i cadaveri degli animali uccisi da uno di questi mostri... gusci vuoti le cui interiora erano state risucchiate completamente... Con gli occhi della mente mi immaginavo che
succedesse quando la preda era ancora viva... immobilizzata da quelle tenaglie... libera solo di gridare il proprio dolore.
Il Verme sentì la mia presenza e, veloce come un cobra, saettò verso di me con l'orribile bocca famelica protesa.
Piroettai agilmente evitandolo per un soffio e sentendo i sassi che si schiantavano sotto l'urto delle tenaglie del mostro.
Il maschio solitario si lanciò verso il Verme brandendo una rozza lancia, atterrò sulla testa priva di occhi del gigante e con un grido di guerra la conficcò in quella pelle coriacea facendo sprizzare un liquido nero e denso dalla ferita.
Il Verme parve impazzire e cominciò a contorcersi cercando di lanciare il suo aggressore il più lontano possibile.
Girò le spire del suo corpo ributtante su se stesso e sbatté a terra il maschio, stordendolo.
Lo sconosciuto uomo-Leone cercò di rialzarsi ma ricadde stringendosi il petto.
Il mostro sentì il mio odore e pazzo dal dolore mi si avventò di nuovo contro spalancando la bocca.
Presi un ramo abbrustolito dal sole e puntai la parte più acuminata nelle fauci del mostro continuando a spingere finché non sentii il ramo spuntare dall'altra parte della testa.
In un turbinio di sangue marcio e polvere il Verme si abbatté al suolo e continuò a sussultare per alcuni minuti... poi finalmente rimase immobile.
Il maschio si rialzò tossendo.
Il suo sguardo brillava di eccitazione che cercava uno sfogo, gonfiò i muscoli e ruggì reclamando il possesso della gazzella e il merito della vittoria sul Verme.
Arrogante!
Sapevo che era costretto a farlo... nessuno maschio ammette i meriti delle femmine e viceversa.
Era la nostra natura prevalere sempre, lottare e continuare una guerra iniziata dalla notte dei tempi. Nessun vinto e nessun vincitore, solo un istinto primordiale che rendeva impossibile la coesistenza di maschi e femmine insieme.
La lotta era appena cominciata e nuovamente ci affrontammo con i cadaveri della gazzella e del Verme del Deserto ai nostri fianchi.
La Savana si riempì dei nostri ruggiti.
Era una situazione di stallo, nessuno cedeva di un millimetro e, se lui era molto più forte, io ero una guerriera e gli assestavo i colpi più dolorosi schivando i suoi.
La fatica avrebbe avuto la meglio su di me? Ci lanciammo l'una contro l'altro in una prova di volontà, le nostre dita si intrecciarono e i nostri occhi si incollarono tra loro.
Ognuno ruggiva per intimorire l'altro e per manifestare la propria superiorità "Cedi! Cedi" ci urlavamo in faccia senza pronunciare parole.
Lo fissavo in quei suoi spavaldi occhi nocciola, volevo piantargli la mia lancia nel torace, scuoiarlo e appenderlo ad un albero.
Sentendo i miei muscoli sopraffatti dalla pressione del maschio, sbilanciai il suo peso e lo scaraventai in terra.
Rotolammo avvinghiati cercando di dilaniarci con i nostri artigli, poi ci immobilizzammo ancora, bloccandoci a vicenda.
Il mio petto premeva contro il suo e potevo sentire il suo morbido manto così setoso, così vicino.
Sentii il suo cuore battere forte e il suo respiro accelerato.
Staccò i suoi occhi dai miei e mi morse leggermente sulla spalla, in un punto che non credevo nemmeno di possedere.
Un lungo brivido mi si diffuse lungo la schiena costringendomi ad emettere un sospiro di piacere. Mi ritrovai con la testa rivolta indietro offrendo al mio avversario il collo e la spalla. "Mordimi ancora" pensai affamata.... di cosa ancora non sapevo.
Una delle sue grosse mani lasciò la mia e percorse il mio corpo lungo i suoi confini, esplorandolo con timore.
Indugiò sulla coscia e poi fin sotto il perizoma in pelle che mi copriva a malapena.
Mi accarezzò come nessuno aveva mai fatto e mi premette contro di sé.
Qualcosa pulsava contro il mio ventre qualcosa di duro e enorme che mi fece fremere.
Un calore e un ansia devastante si impadronirono di me.
Ebbi paura e piantai un ginocchio nel suo stomaco. Il maschio gemette ripiegandosi su se stesso e io riuscii a divincolarmi dalle sue braccia.
Non so cosa mi prese ma qualcosa mi spingeva a correre.
Lasciai parte delle mie vesti nelle sue mani e dentro di me sperai che seguisse il mio odore servendosene.
Correvo veloce e il mio corpo flessuoso scattava tra i rami e i rovi della savana a zig zag, correvo veloce sì... ma non così veloce.
Il calore del suo corpo caldo era ancora su di me e bramavo di nuovo il suo contatto in un modo perverso.
Mi appostai sul tronco si un baobab altissimo e nascosta tra le sua fronde lo attesi.
Arrivò poco dopo... disorientato fece il giro dell'albero forse aveva perso le mie tracce.
I suoi muscoli guizzavano sotto la sua corta pelliccia dorata e la coda elegante e nervosa frustava l'aria .
Sentivo uno strano calore avvamparmi e una sensazione, una smania, possedermi lentamente.
Il maschio era fermo sotto l'albero e fiutava il vento, all'improvviso alzò gli occhi e mi vide.
Come per reazione involontaria mi lasciai cadere con l'intenzione di colpirlo al torace con un calcio. Lui mi schivò e io rotolai sull'erba balzando in piedi ad artigli sguainati ruggendo la mia rabbia.
"Lontano! Stai lontano!"
Mostrò le sue lunghe zanne minaccioso e ci studiammo girando in cerchio.
Tra le sue mani vedevo il mio giustacuore di pelle stretto convulsamente e di nuovo lo guardai in quegli splendidi occhi bordati di bianco.
Sfida, confusione, una passione sconosciuta io vi lessi... le stesse emozioni che si agitavano in me. Non potevo sopportare quella tensione e mi avventai su di lui mirando alla gola.
Lo sbilanciai facendolo cadere in terra e quando stavo per sgozzarlo qualcosa me lo impedì.
Non lo volevo morto.
Il maschio ansimava per l'eccitazione della lotta e fremeva di desiderio.
Mi chinai su di lui e percorsi con la lingua tutto il suo collo, dal petto fino alla guancia...
Farlo mi procurò uno strano piacere, tanto forte che le testa mi girava.
Lo sentii inarcare la schiena e trattenere il respiro.
Sgusciai di nuovo dalle sue braccia e gli voltai le spalle con l'intenzione di fuggire ancora, sebbene sentissi che le forze mi stavano abbandonando e ... che in fondo... non volevo più correre via.
Prima che potessi scappare, Lui approfittò della mia esitazione e mi cinse con quelle braccia enormi impedendomi di alzarmi. Sentivo il suo respiro bollente nelle orecchie e le sue mani che esploravano il mio corpo, come un cacciatore in cerca della preda, lasciando una scia di brividi caldi sulla mia pelliccia.
Il mio corpo si tese come la corda di un arco, in preda a ondate di piacere violento.
Afferrai la sua criniera e guidai la sua bocca verso il mio collo.
Avrebbe potuto uccidermi facilmente... ma non in quel momento... in cui eravamo schiavi di un impulso più forte delle nostre volontà.
Mi strusciavo ritmicamente su di lui come in una danza, in preda ad un frenesia incontenibile, e lo sentivo ansimare, mentre mi stringeva come se volesse levarmi la pelle.
Strappò il mio perizoma e con una mano mi percorse la schiena partendo dal collo fino alla coda. Sentii il suo sesso bruciante che si faceva strada dentro di me e la mia coda che si alzava offrendo la minor resistenza possibile.
Ogni volta che mi penetrava sentivo salire una sensazione travolgente che mi impediva quasi di respirare e l'unica cosa che potevo fare era gemere il mio piacere e spingere me stessa verso di lui finché i nostri ruggiti si unirono gridando al sole la loro furiosa passione.
Ero ancora immersa in uno profondo languore, distesa sull'erba fresca.
Vidi la sua ombra che se ne andava facendo lo stesso rumore di una foglia che cade.
Mi stiracchiai placidamente mentre assaporavo il ricordo del suo odore... così dolce... così selvatico.
Se lo avessi ritrovato lo avrei ucciso, non so il perché... Madre Terra spinge le femmine e i maschi della nostra specie gli uni contro le altre in una lotta senza fine che a volte trova una tregua momentanea.
Il sole stava per tramontare ... il mio quinto giorno di caccia stava per finire.
Su di un sasso liscio era adagiata la gazzella... o meglio una parte di essa.
Mancava una delle zampe posteriori e parte delle interiora.
Se lo avessi ritrovato lo avrei ucciso... avevo dunque trovato un buon motivo.

 

De'Nalia

     
     

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