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Eclissi di Luna

 

Aurora era stata una bambina eccessivamente fragile.
Fin dalla più tenera età s'inquietava di niente; qualsiasi evento venisse a turbare i suoi affetti la metteva in uno stato di agitazione dal quale era difficile risollevarla: piangeva, si chiudeva in se stessa.
Se qualcuno le rivolgeva una domanda non rispondeva che in modo indiretto, esprimendosi con frasi che per misteriose risonanze parevano uscirle senza intenzione.
Inoltre non guardava mai nessuno negli occhi, preferendo abbandonare lo sguardo verso entità ormai lontane, come vedesse intorno a sé soltanto oggetti inerti.
Allora la sera io mi avvicinavo a lei, prendendola con entrambe le mani portavo la sua piccola fronte a contatto con la mia fino a guardarla diritto in quegli occhioni di un azzurro splendente come il mare o il cielo non avrebbero mai potuto essere.
Lei allora posava le sue manine sulle mie guance e mi schioccava un bacio sul naso.
Era il suo modo per dirmi "Babbo, va tutto bene".
"E' nata con l'eclisse di luna" diceva talvolta Giulia per spiegare il comportamento bizzarro di quella figlia così diversa dagli altri.
Una volta, ad esempio, fuggì da casa per andare a cercare il cagnolino scomparso da un paio di giorni. La ritrovai vicino al ruscello, sconvolta, singhiozzava accarezzando la bestiolina morta.
Dovetti portarla indietro con la forza e quando fummo a casa Giulia mi spedì immediatamente a cercare delle erbe particolari, perché aveva la febbre alta, vaneggiava e non voleva più aprire gli occhi.
Dopo qualche tempo, avvenne che una sera Giulia non rientrasse per la cena.
Io non ero preoccupato più del necessario, dato che era andata a caccia e sapevo che non sarebbe rientrata fino a tarda notte.
Ma Aurora era più inquieta del solito, perciò quando fu l'ora di andare a letto, s'infilò sotto le coperte senza riuscire a dormire.
Il tempo passava lentamente, e la notte era sempre più fonda, ma la ragazzina aveva ancora gli occhi spalancati: qualcosa di terribile fattosi strada nella sua fantasia le impediva di prendere sonno.
Così per tranquillizzarla le dissi che sarei andato incontro alla mamma e questo sembrò farla sentire meglio.
Infine, verso le quattro, sentì dei passi trascinarsi a fatica lungo il sentiero, un lento ansimare seguito da gemiti ripetuti e sommessi, poi un tonfo sordo non lontano dalla porta di casa, come di un corpo pesante che si fosse lasciato d'un tratto cadere.
Aurora si alzò spaventata e di corsa si portò nell'ingresso, dove esitante chiese: "Sei tu, babbo?"
Ma solo dopo qualche secondo, lungo tuttavia un'eternità, udì pronunciare il proprio nome "Aurora" in un soffio quasi impercettibile che si andava spegnendo sull'ultima sillaba.
La bambina aprì allora la porta e nella penombra vide la madre accasciata sul terreno con i capelli intrisi di sangue.
Le sue grida richiamarono i miei pensieri bruciando la mia mente fino a farmi perdere i sensi.
Ripresomi, cominciai a correre disperatamente, incurante di qualsiasi ostacolo, come se niente intorno a me fosse concreto, ma fossi prigioniero di un terribile incubo che solo al mio arrivo avrebbe potuto dissolversi.
Ma non ci fu niente da fare: con una forza straordinaria Giulia si era trascinata quasi per istinto fino alla soglia di casa. Per difendere la sua famiglia dagli aggressori.
Aurora ricadde in una delle solite crisi, inviandomi quelle immagini potei avvertire che il suo sistema nervoso, già fragile, non resse e qualcosa, dentro di lei, si lacerò per sempre.
Vidi il suo volto aprirsi in un sorriso, un sorriso che finì per perdersi in mondi distanti e inaccessibili.
Lei era già lontano quando la uccisero.
Ed io...

Syon

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