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Il Mistero della Città delle Stelle
 

Immagine del racconto

Temperley

CAPITOLO 1

Arrivai in città e fui subito frastornato dal sapore di festa che si respirava nell'aria.
Tutta la gente presente, la musica, l'atmosfera, la gioia che si respiravano mi avevano inebriato.

Ma nel momento in cui un giullare mi si rivolse porgendomi un fiore, notai lo strano bagliore della notte prima che si andava formando quasi impalpabile in cielo, e non presi il dono.
Mi avviai maleducatamente verso ciò che sembrava una direzione da seguire: lo strano bagliore andava a nascondersi dietro una locanda, la stessa che mi pareva di aver visto in sogno, quel turbolento sogno della notte precedente, e dalla quale mi era sembrato di dover stare alla larga.
Entrai.
La locandiera mi disse che forse c'era una stanza. Ma dovevo aspettare per saperlo.
Indi mi feci portare una birra e sedetti ad un tavolo vuoto. Ne scelsi uno in cui la mia posizione facesse in modo di poter vedere fuori dalla finestra lo svolgimento della festa e tenere d'occhio il salone odorante e poco illuminato della locanda coi suoi pochi avventori.
Il giullare, continuava a fermare gente e regalare fiori, la sua cantilena e le sue movenze ormai erano scolpite nei miei occhi...


CAPITOLO 2

Era già parecchio tardi quando la locandiera, bussandomi sulla spalla con una mano mentre con l'altra raccoglieva i boccali di birra vuoti sparsi sul tavolo, mi diede le indicazioni per raggiungere la mia stanza.
Mi chiese forse qualche scaglia più del normale ma, pensai, nella sua situazione forse avrei fatto lo stesso... l'indole non si discute.
Stranamente mi svegliai molto presto, non lo avrei certo immaginato. Ma erano giorni che tra sogni e realtà il confine si era offuscato e quindi decisi di assecondare il momento.
Mi alzai.
La fresca aria mattutina servì a darmi uno scossone di vita.
La strada era già colma di gente che camminava in un unica direzione, intuii dove la parata di apertura dei festeggiamenti dovesse verosimilmente avere luogo.
Mi amalgamai tra la folla: bimbi che correvano mani nelle mani vestiti a festa, intere gioiose famiglie, viandanti, amazzoni...
C'era chi camminava allegramente agghindato con fiori della stessa specie, forma, colore e profumo di quelli donati alla folla dallo strano giullare la sera prima, chi invece, come me, ne era sprovvisto.
La mia giornata era iniziata nel migliore dei modi. Le voci festanti, l'odore del pane appena sfornato, il canto di qualche artista solitario... mi accompagnarono e mi condussero attraverso i vicoli fino a giungere da sud nei pressi di una piazza attraversata da una strada, ai margini della quale vi era una lunga ed ordinata fila di alabardieri in tenuta da gran cerimonia.
La piazza fungeva da punto di raccolta, molte anguste straduzze vi sfociavano, ed era già gremita di gente.
Ad un certo punto uno squillo di tromba in lontananza fa fremere gli animi di tutti i presenti che si accalcano sempre più dietro alle guardie con l'alabarda.
Feci un veloce punto della situazione, la festa stava iniziando e dal luogo in cui ero avrei goduto dello spettacolo solo in parte.
Fu così che scorsi dietro di me il banco dei mercanti di dolciumi, sopraelevato di poco rispetto alla folla che vi si accingeva. Mmmmmmh, non era abbastanza alto. Affianco al banco, spuntava una grossa statua in rame raffigurante un donna, forse la regina o chissà quale eroina, con il piede sul corpo di quello che poteva sembrare uno sciaves, la cui base era posta a circa un paio di metri da terra.
Idea, salgo sul bancone, mi approprio indebitamente di un paio di mele caramellate e mi arrampico sulla base della statua sedendomi sul fianco dello sciaves, appoggiando il fianco alla gamba della statua.
La visuale era perfetta, la piazza si trova in una posizione tale che la strada l'attraversava giungendo da palazzo reale che si ergeva imponente a nordest proseguendo poi con un ampia ed elegante curva verso l'arena che si stagliava sullo sfondo a nordovest.
I miei occhi non potevano desiderare di meglio per deliziarsi.
Un delirio di suoni, trombe, urla di gioia, fiori che venivano gettati sulla strada che sarebbe stata percorsa dal re e dalla sua carovana.
Un tripudio di colori, ballerine che danzavano, saltimbanchi che piroettavano, musicisti che suonavano erano un tutt'uno in armonia con l'esercito in parata composto che avanzava ordinato creando una simbiosi perfetta. I colori degli stendardi e delle bandiere rendevano l'insieme un arcobaleno di gioia.
Estrassi la mia pipa, ci caricai le mie erbette e cominciai a fumare godendomi appieno lo spettacolo.


CAPITOLO 3

I dubbi mi colsero alla sprovvista.
Sarà stata l'erbetta. Forse.
Sarà stata l'incertezza che ciò che stavo vivendo fosse ancora una volta un sogno. Forse.
Sarà stato quel senso di inquietudine che deriva dalla più o meno celata paura che accada qualcosa che annulli per compensazione una realtà... TROPPO bella. Forse.
Il confine tra sogno ed incubo non esiste.
Almeno non per me.
E soprattutto non in quel caso.
Mi chiedevo perchè solo io in tutto quel bailamme mi ero accorto di una cupa ombra che si muoveva in mezzo alla strada in direzione contraria al corteo.
Lo capii solo quando, ciò che sembrava un uomo, si fermò e volse il suo agghiacciante sguardo su di me, trafiggendomi di paura.
Doveva essere un stregone o qualcosa di simile... Probabilmente questo suo gesto spezzò il suo incantesimo e lo rese visibile a tutti.
Fatto sta che apparve nello scalpore totale dei presenti, proprio davanti alla carrozza del re, portando scompiglio tra le guardie che pronte lo accerchiarono ma non si avvicinarono.
Poche parole, casato di Torre Oscura fra tutte, il lancio disprezzante di un fiore di Bella Vita, il tono provocatorio del vecchio, la nobile compostezza del re, un mucchio di schifosi vermi e topi nel quale quell'essere si dissolse, il panico generale, il corteo che frettolosamente prende a muoversi verso l'arena...
Rimasi seduto sulla base della statua osservando attonito tutto ciò che stava accadendo finchè nella piazza non rimase nessuno. Poi decisi di incamminarmi verso la biblioteca del regno, volevo saperne di più su quello strano individuo o sul suo casato, chiesi ad un passante e mi avviai.
Lungo il cammino comprai tre mele, ero turbato e non avevo voglia di far pranzo in una chiassosa taverna.
Possente e maestosa come me l'aspettavo. Sulla porta vi era la pergamena regia col calendario dei festeggiamenti. Anzi, no, erano due, la seconda, forse per la fretta, era stata fissata con un pugnale sulla prima.
Incuriosito alzai quella superiore cercando qualche differenza: l'elenco delle manifestazioni era stato decurtato in varie parti, tranne che per lo spettacolo di magia della sera. Interessante...
Entrai. Uno scorbutico vecchietto profondamente segnato dall'età e con la barba lunga mi accolse diffidente.
Restai sul vago chiedendo di avere informazioni sulla storia del paese e della casa regnante, un paio di pacche amichevoli sulle spalle del vecchio e l'ultima mela rimastami fecero il resto. Mi portò in uno stanzino polveroso e male illuminato porgendomi una candela.
Ore di lettura alla cieca finchè m'imbattei in un tomo che si dimostrò subito utile.
Appena aperto, a piena pagina vi era raffigurato un albero genealogico della famiglia reale.
Con grande stupore, notai che Torre Oscura in qualche modo ne faceva parte.
Tardive correzioni sulle pagine ingiallite dal tempo non me ne diedero la certezza, ma ora avevo una idea più precisa della faccenda e pensare ad una potente famiglia decaduta di stregoni assopiva la mia pressante curiosità. Strappai la pagina e la misi con cura nella tasca con il proposito di tornare a studiarla più tardi. Uscendo, salutai il vecchio all'ingresso e mi diressi verso la locanda dove avevo trascorso la notte precedente.
Per le strade tutto sembrava essere tornato alla normalità, la sera scendeva ad acquietare gli animi.
La locandiera mi portò un mezzo tacchino con fagioli e una pinta di birra.
Mangiai di gusto. Un poeta recitava dei versi di uno sconosciuto poema.
Niente torneo di magia, avevo altro per la testa.
Pagai e mi accinsi a salire nella mia stanza.


CAPITOLO 4

"E CHE MODI!" borbottai all'indirizzo di una coppia di giovani che felici scendevano le scale della locanda, sbattendomi addosso noncuranti.
Ma guardandoli, notai che erano talmente ubriachi di sentimento reciproco, che la rabbia in un attimo sparì e proseguii verso la mia stanza con un sorriso compiaciuto.
Mi distesi supino sul non troppo comodo giaciglio: da subito pensai all'arena e allo spettacolo di magia, quasi mi dispiaceva perdermelo. Ma poi presi in mano la pagina ingiallita dal tempo, strappata al libro della biblioteca, i miei pensieri furono subito a lei condotti indi ebbi modo e tempo di studiarla attentamente.
Le mie deduzioni si rafforzarono quando voltando il foglio vi era l'elenco delle famiglie nobili del regno, i loro stemmi, una piccola didascalia con la storia di ogni casato.
Pensai subito che il libro da cui avevo estratto quella pagina era vecchio una manciata di lustri, in quanto vi era a capo della famiglia reale Elderion I, sicuramente predecessore dell'attuale re.
Tra gli stemmi delle casate mi colpirono quello della dinastia regnante, con disegnato sul centro una spada, aguzzai la vista... "Spada delle Ere, eterna compagna, insormontabile difesa" lessi adagio ad alta voce.
Feci mente locale, uno spadone simile lo avevo già visto... ma sì, la statua dove avevo trovato posto per gustarmi la parata!
Poi la mia attenzione si spostò su di uno stemma a sfondo rosso sangue, con al centro... il fiore del giullare... "Fiore di Bella Vita, veicolo di emozioni... Casato di Torre Smeraldo, estinto, ribattezzato Casato di Torre Oscura..."
La situazione che si stava delineando era ancora ricca di zone d'ombra, ma una cosa era certa, quella famiglia di stregoni non era affatto estinta. Anzi, stava tramando, architettando...
"AAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHH".
Un urlo agghiacciante di donna proveniente dall'esterno mi riporta alla realtà. Mi affaccio alla finestra ma non riesco a vedere nulla. Allora esco dalla stanza, scendo le scale e mi avvio verso il luogo da dove mi era sembrato venisse l'urlo. Nella fretta avevo dimenticato il mio falcetto sul tavolo, ma gli altri curiosi che andavano nella mia stessa direzione scacciarono i primi sintomi di paura che si andavano annidando in me.
La scena che mi si parò davanti mi mise addosso ansia mista ad un principio di panico: la donna che piangeva disperata era la stessa che qualche ora prima scendeva allegra le scale della locanda insieme al suo uomo. Un senso di disgusto mi prese allorchè vidi che dei neri vermoni lo avevano reso quasi irriconoscibile, continuando imperterriti nella loro opera.
Mi avvicinai a quel tetro spettacolo provocando il vociare sommesso dei presenti.
Con il piede destro cercai di spostare il lembo del mantello, per quanto fosse possibile.
Quei pochi centimetri bastarono a mostrarmi parte di un fiore di bella vita appassito.
Indietreggiai. Il panico mi colse totalmente. Confuso, mi guardai attorno, gli sguardi diffidenti, le guardie che giungevano...
Corsi via. "BUTTATELI VIA! QUEI MALEDETTI FIORI! VIAAA!" Urlavo come un pazzo.


CAPITOLO 5

Superata la porta, mi trovai in una stanza dove alambicchi in ebollizione e...
Eccolo lì, in mezzo a quello che aveva tutta l'aria di essere un laboratorio.
Finalmente faccia a faccia, lo avevo inseguito per tutta la città.
Avevo male al braccio sinistro e i tagli alla gamba destra, per quanto superficiali, pulsavano di dolore.
Il vecchio, che mi guardava con odio, mi urlò addosso: "Siano maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà questa città perversa! Ora è troppo tardi per fermare la mia vendettaaaaaaaaaah!"
"Sei un folle, vecchio stregone da strapazzo!" gli dissi.
Il mio falcetto sulla destra, le gambe leggermente piegate, se avessi dovuto combattere, ero pronto con la mente e con l'animo, ma non con il fisico, affaticato, malconcio, ansimante e molto, molto impaurito.
Poi continuai: "Sei tu vero? La causa di tutto... Sei tu il giullare che dispensava fiori all'ingresso della città, il vecchio dal mantello logoro alla parata! E scommetto che c'è il tuo zampino anche nella morte di quel giovane ieri sera... Fa tutto parte del tuo piano di distr..."
Non ebbi il tempo di finire le mie parole, ad un suo cenno delle dita la biblioteca che si trovava alla mia destra barcollò pericolosamente.
Mi buttai con tutta la forza che mi rimaneva verso sinistra, scampandola per un pelo.
Una nube di polvere si alzò, facendomi tossire e rendendomi cieco per un istante interminabile.
Quando a stento mi rialzai, quello schifoso verme puzzolente ero scomparso...
Poi un braccio intorno al collo mi fece rendere conto di essere seriamente nei guai...
Aveva una forza sovrumana e stringeva forte, fortissimo, rischiavo di perdere i sensi ma non era quello il suo intento.
Avvicinò la sua orrenda faccia alla mia da dietro le spalle tenendo sempre ben salda la presa.
"Devo ancora capire perchè su di te e pochi altri il mio incantesimo stenti a funzionare". Ora parlava piano... con un sottile velo d'ironia... tipico di chi si sente sicuro, con la situazione in pugno.
Il suo alito putrido aggiunto alla carenza di ossigeno mi fecero quasi svenire.
"Ah, si? E tu come fai a saperlo?" rispose sprezzante, per quanto sofferente. Mi dimenavo ma senza alcun risultato.
Cercavo di prendere tempo, pensando ad una possibile via di fuga.
"Eh... ti ho visto, giovane, io vedo tutto, ti si distingueva facilmente nella folla..."
La mia mente tornò alla mattina, agli araldi reali che annunciavano l'inizio del torneo, ai miei dubbi ed alle mie preoccupazioni sul perchè la folla fosse così tranquilla sulla strada verso l'arena, come se nulla di strano fosse accaduto in città. Ancora.
"Muahhahhah, ti affannavi a calpestare tutti i fiorellini con cui con tanta cura negli ultimi giorni ho adornato la città... farcendola per il grande evento"
Le forze mi stavano venendo meno, la mia vista si stava annebbiando.
Dovevo reagire... si, ma come?
Il falcetto mi cadde di mano.
"Ma guardati... perchè tanta sofferenza? Unisciti a me... o vuoi fare la fine di Cremmiand? Oggi sei stato fortunato a procurarti solo quel taglietto sulla gamba"
Forse era un altro dei suoi incantesimi, ma nel momento in cui pronunciò quelle parole, la mia ferita riprese a sanguinare copiosamente.
"Ma te... ma te... come fai a sapere..." dissi.
"Ti ho visto consegnare la tua arma all'ingresso dell'arena, sederti e goderti quel magnifico spettacolo per tutto quel tempo come tutti gli altri, finchè non hai reagito e ti sei messo ad urlare come un pazzo quando hai notato un piccolo dettaglio che stonava. Perchè? Spiegami perchè?"
Ero proprio un idiota, rivivendo i momenti della mia giornata, non avevo pensato alla cosa più semplice, i pugnali sul petto. Ne sfilai uno e glielo piantai sul braccio putrefatto. Tanto bastò per alleggerire la presa e prendere qualche metro.
"Perchè sono un Hammer!" risposi con rabbia. "Non sarò un nuovo vasetto per i tuoi fiorellini, vecchio, sappilo!" Dissimulai la nausea che mi prese al solo pensiero della cantina adiacente.
"E tu, lurido stregone, un cielo come quello lo chiameresti 'piccolo dettaglio'?"
L'uomo iniziò a decomporsi, diventando uno schifo ancora peggiore, uno scheletro. Gli lanciai il pugnale che avevo in mano, ma gli passò attraverso le costole, tranciando solo qualche brandello di carne, andando a conficcarsi nella porta. Me ne rimaneva solo più uno.
Ciò che rimaneva dello stregone prese il mio falcetto da terra.
Io avevo già rischiato di morire per la mia arma quel giorno. Quando andai a riprenderla nell'armeria dell'arena e quel mostro nato dal corpo del cavaliere vincitore del torneo mi aveva quasi preso, procurandomi la ferita alla gamba.
Gli lanciai l'ultimo pugnale che andò a conficcarsi questa volta nella cavità dove prima c'era il suo occhio destro. Nulla di fatto, ero sfinito: la rocambolesca fuga, la folla impazzita come un torrente in piena, la vista del vecchio che solo ora, capivo, si era fatto inseguire appositamente.
Disilluso. Inerme. Disarmato. Lo vidi avanzare verso di me con il falcetto preso a due mani pronto a tagliarmi a metà con un poderoso montante sgualembrato.
Ciò che feci, l'unica soluzione possibile che mi venne in quel momento, fu di prendere un paio di alambicchi fumanti e lanciarglieli.
Poi vidi scarlatto.


CAPITOLO 6

Quando aprii gli occhi, mi ci volle un pò a capire chi ero, dov'ero e soprattutto perchè.
Poi il puzzo di marcio cadaverico presente mi aiutò a fare mente locale, coadiuvato da delle maledette gocce che cadevano da una fessura sul soffitto dritte dritte sulla mia fronte.
Un mucchietto di cenere che stava un metro davanti al mio naso sul sudicio pavimento, prova tangibile del mio scontro precedente, lasciava intravedere a tratti il mio falcetto.
Quello scheletro non me l'ero sognato.
Alzarsi fu facile solo al pensiero.
Le membra mi dolevano e la mente era annebbiata.
Riuscii a mettermi seduto con le spalle al muro. Una parte del laboratorio doveva essere andata a fuoco, vista la scena spettrale che mi si parava davanti agli occhi.
Un barlume di soddisfazione mi si accese al pensiero di essere stato l'artefice dell'incendio.
Ma ora volevo solo uscire di lì.
Quando raccolsi la mia arma tra la cenere, scorsi uno dei miei pugnali e due libri vecchi e bruciacchiati che attirarono la mia attenzione, li raccolsi posandoli nella mia sacca e zoppicando mi avviai verso l'esterno.
Nella cantina dei vasi umani, qualche Bella Vita stava marcendo.
"Stai a vedere che ogni volta che quel pazzo criminale svanisce o si disintegra, rinasce da uno di questi corpi grazie al potere magico di quei fiori..." così pensavo, e trascinandomi nella buia stanza mi apprestavo ad architettare un modo per dare fuoco a tutto quanto quando una mano sulla spalla mi fece trasalire "Alt! Straniero, venite con me" disse quell'omone con sguardo inquisitore, quasi a cercare tracce di cattiveria e crudeltà nella mia malandata persona, doti che presumibilmente non trovò, visto che dopo un attimo di incertezza mise la sua spalla destra sotto la mia ascella sinistra, passandosi poi il mio braccio attorno al collo, aiutandomi ad avanzare verso l'esterno.
Intuii che era una guardia del regno dalla divisa e che fuori pioveva dal fatto che la sua armatura era fradicia.
Ad aspettarci sotto la pioggia un capannello di guardie con le alabarde puntate.
"Guardie, accompagnate il nostro ospite verso la sua destinazione" solo ora capivo che era il comandante.
Feci un gran respiro, l'ossigeno umido rubato a pieni polmoni all'atmosfera mi diede l'energia sufficiente a tenere lontane le guardie, ora quasi amichevoli.
"Faccio da solo, grazie" temendo che scorgessero la mia arma da sotto il mantello: troppe volte me ne ero separato.
Il possente brontolio del mio stomaco unito all'oscurità diffusa mi fece credere che stesse sopraggiungendo la sera.
Camminavo affianco al comandante, al nostro passaggio le tende dietro le finestre delle case si chiudevano ed i frettolosi viandanti cercavano la prima strada o il primo edificio ove sparire.
Insomma, la situazione in quella città stava peggiorando, per non dire precipitando.
Favellai timidamente col comandante: appresi che nonostante il buio, non eravamo ancora giunti all'ora di pranzo e che la nostra destinazione era la reggia; riuscii persino, dopo ripetuti ma cordiali solleciti, a convincerlo a fare una breve sosta per rifocillarmi.
Giusto il tempo di inghiottire un pasto caldo di pessima qualità e di apprendere della sospensione dei festeggiamenti in una squallida taverna da un altrettanto squallido oste.
Avevo ben impressa nella memoria l'immagine idilliaca del castello della famiglia reale nel giorno della grande parata: sarà stato lo sfondo truce, oscuro e saettante ante il quale si ergeva ora, ma non vi era più alcuna traccia di cotanta magnificenza. Avevo persino il timore che non fosse neanche lo stesso castello, almeno da lontano.
Notavo un contrasto abbastanza nitido tra il motivo chiaramente bellico per cui il castello era stato costruito e il motivo puramente ornamentale per cui in tempi successivi era stato addobbato.
All'interno, la mia inquietudine cessò momentaneamente di tormentarmi, l'ambiente molto leggero mi tranquillizzò.
Fui portato in uno stanzone enorme dove intravidi altri Hammers che salutai con sollievo, ero tra persone amiche.
Tra tutti notai Malekit il grammago in disparte e Ace che teneva banco.
Mi sdraiai su di una comoda e raffinata poltrona, estrassi i libricini che avevo recuperato alla torre ed iniziai a sfogliarli e nello stesso tempo ad ascoltare i discorsi degli altri, Ezimeth, Elderion, Osmond... confrontavo le informazioni che sentivo con quelle che leggevo, se c'era un senso in tutto questo, non lo avevo ancora trovato.
Mi addormentai. Vidi una donna, era tanto dolce e bella all'apparenza quanto crudeli le sue parole.
La stessa donna che mi svegliò, era la regina. Solo che questa volta era gentile e cortese e mi chiedeva se sapevo qualcosa di tutta la faccenda.
"Mi dispiace, non so nulla" dissi senza guardarla negli occhi.


CAPITOLO 7

Sinceramente non sapevo che pensare, tutti i miei amici presenti in quella sala tendevano a dar credito alle parole ed alle commoventi gesta della regina.
Io no.
Sarà stata la mia innata tendenza a diffidare del prossimo, solita nei mercanti, oppure il dubbio che si era innestato nel mio animo dopo il brutto sogno appena fatto... insomma mentre ascoltavo distrattamente i discorsi della donna, cercavo soluzioni, altre soluzioni, diverse soluzioni...
Ad esempio, non era possibile, con tutte le facce losche che si aggiravano per la Città, che avessero arrestato noi, proprio noi, solo noi: era forse una manovra per ottenere il nostro aiuto?
In fondo eravamo dei forestieri, e l'esperienza vissuta fino a quel momento mi aveva fatto notare che, seppur parzialmente, eravamo immuni alla loro magia. E questo la regina doveva saperlo...
Mah, forse la regina era solo una pedina.
Un fulmine scarlatto proveniente dalla parte più alta del castello colorò per un attimo la stanza di un rosso sangue che mi fece sussultare, subito la regina corse via ed io ,inseguendola, non potevo fare altro che pensare ad una sola tra le frasi da lei dette poc'anzi: "Io sento in cuor mio che solo nel giudizio dei vostri animi si cela la nostra salvezza".
Date le fitte che spesso provenivano dalle mie ferite, sebbene ormai ben fasciate, avanzavo adagio, seguendo gli altri Hammers attraverso altri splendidi saloni. Giunsi per ultimo, sulla sommità del palazzo, ove pioggia e vento si univano in una danza di morte.
Sporadici mormorii dei miei compagni mi raggiungevano come flebili lamenti di lontani spettri.
La regina stava a terra con un bocciolo di Bella Vita sul petto; Elderion II era inginocchiato al suo fianco e la sua leggendaria arma, la famosissima Spada delle Ere, giaceva a terra poco distante.
Ezimeth era orripilante. Ed il suo animale di fuoco non gli era da meno.
La Vendetta incarnata in quell'essere era venuta a mettere a ferro e fuoco la Città.
"Non è giusto" fu tutto quello che riuscii a dire in un primo momento.
Per un eterno attimo il silenzio trionfò; persino il vento smise di strimpellare la sua lugubre lagna.
Avanzai tra gli Hammers che increduli, spaventati e attoniti mi guardavano preoccupati con i loro grandi occhi.
Mi inginocchiai al cospetto di Ezimeth, a testa bassa, senza la minima ombra di insolenza.
Il silenzio del demone mi diede il coraggio di continuare, con una mano fece cenno al suo lupo, già terribilmente puntato contro di me, di non attaccarmi.
"Per quanto inutile, insignificante e tardivo giunga alle vostre orecchie il mio pensiero, lasciatemi dire che non è giusto" timidamente alzai il capo il minimo indispensabile per riuscire a posare le mie iridi sulle sue "che un'intera città debba pagare per una colpa commessa da pochi" respirai profondamente "per quanto grande essa sia, per quanto rancore possa aver generato"
"Dateci una misera possibilità di salvare questa città, una minima, insulsa speranza di preservare quel poco di buono che vive tra queste mura"
Sempre seduto, il demone distese il lungo braccio e caricò un tremendo schiaffo con la sua gigantesca mano destra all'indirizzo del mio lato sinistro, scaraventandomi lontano.
"E sia! Vi darò una speranza per poter gustare la vostra disperazione quando essa si infrangerà. Il fiore sboccerà all'alba del secondo giorno da oggi strappando alla regina la vita ed il senno al re. Voi prima di quel limite dovrete salvare un'anima che sta per cadere vittima della maledizione e con il suo rancore l'alimenterà ulteriormente. Essa appartiene ad una donna che in questo momento lotta per difendere il suo tesoro più prezioso dall'orrore che avanza, vaga senza rifugio per i vicoli della città; lì dove le merci più preziose giungono in questa città da terre lontane, e presto perderà tutto per mano di ciò che un tempo fu la sua vita... divenendo per sempre mia!"
Disteso supino e dolorante vidi Ezimeth scomparire in una colonna di fuoco che si innalzò nel nero del cielo, fino a perdersi in esso.
Mi maledissi per la mia natura da ficcanaso e a stento mi rialzai: non aveva voluto uccidermi, questo era certo.
Andando verso l'interno dell'edificio diedi un ultimo sguardo a Elderion piegato sul corpo della sua sposa: vederli lì, sofferenti, impotenti.. per la prima volta mi sorse il dubbio che stessero pagando per le colpe che non li appartenevano.
Non senza fatica, riuscii ad uscire dal castello: nei giardini un paio di statue di marmo sembravano aver preso vita, ma fortunatamente erano lente e con un po' l'astuzia riuscii a farle sfracellare al suolo, dopo essermi fatto inseguire.
Ora avevo le idee confuse, non sapevo dove andare né dove cercare, la città era troppo grande.
Mi tirai su il cappuccio del mantello per ripararmi dalla pioggia, controllai che il falcetto e i pugnali fossero al loro posto dunque mi avviai. Durante il cammino avrei sicuro trovato qualche spunto, qualche indizio, qualche risposta.
Camminavo rasente i muri delle abitazioni, aiutato dalla pioggia ero poco più di un ombra; orribili esseri si aggiravano per le vie fangose, schivai di un soffio un branco di sciacalli ululanti assetati di sangue.
Stavo raggiungendo il limite oltre il quale quella realtà sarebbe diventata "troppo" per un mercante malconcio come me. O forse, senza accorgermene, lo avevo già superato.


CAPITOLO 8

Ho vagato senza via per ore. Un'ombra fra le ombre.
Voragini senza fondo spesso si aprivano sul mio cammino quasi la città agisse al comando di una mente molto potente.. che mi voleva morto. Si, senza dubbio era così.
Spaventose figure alate seminascoste dall'oscurità sovrastante lanciavano stridule urla volteggiando sopra la città.
Poi in lontananza il pianto di un bambino, nulla più di questo ha il potere di stringermi il cuore.
Trovarlo nel bel mezzo di una casa diroccata, seduto di schiena coperto da un mantello fu relativamente semplice; prenderlo in braccio e scoprire che si trattava di un tanto orrendo quanto minuscolo demone fu decisamente traumatico; sfuggire, infine, alle sue otto mani che in un baleno mi avvilupparono e alle sue spropositate fauci che tendevano ad inghiottire il mio cranio fu poco meno che impossibile.
Anzi, sarebbe stato impossibile se un altro essere simile al primo non fosse spuntato dalle macerie a contendergli la gustosa preda. Approfittando del momento propizio, lentamente gattonai in strada e corsi.
Correvo a più non posso, finchè fiato ce ne fosse stato, vicoli, palazzi, fango, labirinti... buio....
Don Rodrigo, il mio fido shire, trottava tranquillo, con passo lento e cadenzato. Nitrì lievemente quando si accorse che avevo ripreso conoscenza. Ero adagiato carponi sulla sua schiena, con braccia e gambe penzoloni, come uno straccio messo ad asciugare sulla corda in balia del vento.
Gli spruzzi delle onde che si sfracellavano sui frangiflutti ci raggiungevano. Eravamo al porto.
Già la mia mente percorreva le strade delle ipotesi che Don si fermò, nei pressi di un'intersezione tra due vicoli.
Pensieri a fiumi riempivano la mia testa. Ma non feci in tempo a chiedermi come avesse fatto a raggiungermi, nè perchè mi avesse portato fin lì: nuovamente alle mie orecchie giunse il lamento di un neonato.
"Oh, no..."
Sceso da cavallo e donatagli una pacca di ringraziamento nonostante i miei interrogativi insoluti, mi affacciai con cura oltre l'angolo. La sua improvvisa nasata sulla mia schiena, invece, mi fece rotolare nel bel mezzo dell'incrocio.
Notai il bambino sorgente del pianto spaventato, notai una donna che lo teneva in braccio terrorizzata, notai un'oscura figura sanguinolenta in procinto di rubare loro la vita.
Notai, infine, lo sguardo di quella bestia posarsi su di me... e corrermi incontro con intenti tutt'altro che benevoli. Dovevo difendermi.
Nonostante avessi messo tutta la mia forza nel parare il suo primo assalto, il falcetto preso a due mani quasi mi vola via: il trovar spada lungo ed estenuante mi diede l'occasione di guardarlo bene in volto... Per Arawen! Nessuna traccia di senno alcuno, occhi spalancati che mi passavano attraverso; la sua arma era imbevuta di occulti poteri... più io imprimevo forza nel contatto tra le due lame, più le sue strane scritte violacee pulsavano, quasi si cibassero della mia linfa vitale... del poco coraggio rimastomi.
Era finita. Il fato questa volta non mi aveva aiutato, quella bestia stava prendendo il sopravvento...
"Papà..." Flebile e insicura la voce del figlio, forse la prima parola che pronunciava nella sua vita.
Il marmocchio era aggrappato alla gamba destra dell'essere, lo guardava dal basso con quel volto ingenuo che solo un bambino può avere..
Sarà stata quella l'arma vincente, quel gran sentimento che quel piccolo umano portava dentro di sè, puro e smisurato, a rompere l'incantesimo, ad insinuare un raggio di luce nella nera corazza... fatto sta che l'uomo iniziò a barcollare, i suoi occhi riacquistarono vita e mi fissavano ora intensamente:
"Ti... ti ringrazio, mi hai impedito di dannare la mia anima per l'eternità... grazie".
Al che cade svenuto, le membra sembrano riprendere piano piano una consistenza consona ad una persona normale, la donna corre piangente a sincerarsi delle sue condizioni e solo dopo, giustamente, mi sussurrò: "La salvezza è giunta, le mie preghiere sono state ascoltate, grazie, grazie!".
Che cosa stavo facendo? Stavo sorridendo... dopo chissà quanto tempo...
Ora sono qui, sento le dolci note che probabilmente intona Colei che è venuta a prendermi... e ripenso a quell'ultimo momento felice.
Tutto è calmo e lontano... Ezimeth mi ha scaraventato contro le pareti del tempio sotterraneo, la schiena mi duole e in un'immagine rallentata vedo avanzare il lupo infuocato verso di me...
Eppure quel sorriso di donna mi aveva dato nuovo coraggio... nuova forza...
Come una scheggia mi sono precipitato al castello, in groppa a Don, attraverso ciò che rimaneva dei sontuosi saloni, eppoi come una furia giù nelle prigioni, attraverso le stanze zeppe di macchine da tortura, carico di velleità...
Perchè? Perchè ho abbandonato quella donna per tornare qui? Gli è bastato un solo colpo...
In lontananza la risata demoniaca di Ezimeth.
Stroncata.
Parapiglia. Vedo ormai appannato, uno strano bagliore, forse il re, chissà.


CAPITOLO 9

Caricaturisticamente sbatto le palpebre più volte: sogno o son desto? o piuttosto... vivo o son morto?
Però se fossi morto non sentirei tutti sti dolorini sparsi...
Contemplo quella luminosa, raffinata, pacifica stanza... Mi alzo, mi vesto, riempio i miei polmoni di limpido ossigeno, allieto le narici di gongolanti profumi... sporgo titubante un orecchio oltre la porta semichiusa, attratto da vociare allegro e melodie di festa...
Tutto questo senza ancora capire nulla.
Mi muovo imbambolato tra gli ampi corridoi con la testa per aria, la festa è vicina, lo sento, ecco, dietro l'angolo, forse sono giunto: oh-oh centinaia e centinaia di occhi di una folla entusiasta e ora silente si posano su di me.
Che fare? Scatta il tripudio del popolo, bene approfittiamone... Vince la parte fanfarona di me, camminata splendida, sorriso da arcanlover navigato, saluti e lancio di baci...
Raggiungo il Re e le regina, m'inchino, mi affianco ai miei compagni già presenti in sala: abbiamo vinto, è l'unica certezza. E mi basta.
Zitti, zitti, parla Elderion: "Per voi è giunto il tempo della gloria, il vostro nome sarà scritto fra quelli degli eroi! Gloria! Gloria ai Signori del Destino!"
Euforico, boccale di birra in alto, in dialetto yleano mi scappa un: "Evvai, se magna!"
Ridono tutti, il mio sguardo cade sul mio piatto: cinghiale e fagioli... C'è qualcosa che non quadra...
Rimango sbalordito, alzo lo sguardo, lo scena è cambiata, mi trovo alla taverna all'ingresso della città, nel mio tavolo, l'ultimo in fondo vicino alla finestra, in lontananza un giullare regala fiori ai viandanti...



 

 
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