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Il Mistero della Città delle Stelle
 

Immagine del racconto

Taal

CAPITOLO 1

Taal affaticato giunge in città. Appena entrato un giullare gli offre un fiore e lui lo accetta di buon grado. Contraccambia l'inchino e appunta il fiore sulla giacca.

"Dovrò affrettarmi nel cercare una locanda, devo lavarmi e riposare dopo questo viaggio... voglio dormire fino a domattina, quando sarò ben riposato mi godrò la festa.
Ecco laggiù la prima delle locande segnalatemi dai miei colleghi esploratori, vediamo se c'è ancora posto".


CAPITOLO 2

Mi alzai di buon'ora completamente riposato. La taverna che avevo scelto si era rivelata particolarmente accogliente. Avevo fretta di raggiungere la zona della parata ma il profumo del caffè e dei panini dolci appena sfornati mi convinse a cambiare i miei piani.
Mi attardai al tavolo discorrendo con i commensali. Il grasso oste mi consigliò di prendere posto sulle balconate private che danno sulla via principale:
"Con molto tatto e portando un dono ai padroni di casa potrai assicurarti un posto comodo in una posizione rialzata. Gli abitanti del corso sono abituati ad ospitare gli stranieri nei giorni della festa.
Abbi l'accortezza di non offrire Miara, ma di portare dei dolci e una bottiglia di vino di qualità. Puoi acquistare i doni qui in taverna. Ti assicuro che, in città, la mia cucina è molto apprezzata.
Arrivato nei pressi della via principale individuai subito dei giovani che offrivano le loro private tribune.
Mi avvicinai ad una ragazza dai capelli rossi porgendole il fiore che il giullare mi regalò il giorno prima. Era ancora fresco e profumato, come se fosse stato appena colto... una varietà veramente notevole.
"Buondì, graziosa fanciulla, potresti aiutare uno straniero venuto in città per vedere la vostra famosa parata? Desidererei poterla osservare dall'alto, da uno di questi eleganti balconi" dissi indicando verso l'alto.
"Arrivi tardi, straniero, i posti migliori sono già stati occupati, però da casa mia si accede al tetto, se vuoi puoi usufruirne".
"Grazie mille, puoi farmi strada?"
La ragazza mi accompagnò attraverso un dedalo di scale finché non arrivai ad un abbaino.
"Cammina sul tetto fino all'angolo della casa, ma abbi l'accortezza di assicurarti con una fune... sarebbe un peccato funestare la festa con una disgrazia" mi disse porgendomi risolutamente una corda.
Presi la matassa e le diedi il cesto con le vivande acquistato in taverna.
"Permettimi di offrire a te e ai tuoi familiari questo modesto presente, che possiate bere alla salute del re!
La ragazza accettò subito il dono e si congedò con un accenno di inchino.
Appena presi posto sul tetto vidi una distesa di folla che si accalcava nelle strade, al centro di questa moltitudine una strada vuota sulla quale si snodava un serpente multicolore. Da quell'altezza non potevo distinguere i simboli araldici esposti ma potei apprezzare il gioco di colori degli abiti da parata.
Il maestro cerimoniere aveva voluto dare un senso estetico a tutta la manifestazione... e vi era riuscito.
Il blu, l'arancione e l'ocra dei gonfaloni delle borgate, le divise verdi degli alabardieri e gli abiti rossi dei notabili si fondevano in un arazzo vivente apprezzabile solo da quell'altezza.
"Che spettacolo!" mormorai tra me e me. Un mandala fatto di persone, un'effimera gioia degli occhi costruita e cancellata nello spazio di pochi dan...


CAPITOLO 3

Gli abiti dei convenuti, visti dal tetto del palazzo su cui mi trovavo si fondevano in un arazzo vivente, un mandala fatto di persone.
Ma la geometria dei colori è improvvisamente turbata da un movimento, un'onda impercettibile. La folla si ritrae, si volta, si accascia in corrispondenza di un punto nero che si muove al centro della strada.
La macchia attraversa la piazza, fende la folla che prontamente si ritrae a ridosso del carro reale.
Mi sento attratto dalla scena, percepisco la tensione generata, ho la netta sensazione di vedere la scena da vicino... impossibile... sono lontano, appollaiato sul tetto eppure...
Incomprensibili parole cariche d'odio, un fiore gettato sul selciato, il dissolversi della nera figura.
Senza sapere come possa essere successo mi ritrovo a camminare nel parco botanico nei pressi del palazzo reale, l'aroma dolce del fiore del giullare è ben impresso nella mia mente ma curiosamente non ne ricordo le forme.
Sto cercando il fiore, il Fiore della Bella Vita. Un giardiniere trapianta teneri germogli in un'aiuola ellittica, mi avvicino. Il mio sguardo è allucinato, l'uomo mi fissa con sospetto.
"Buona giornata, giardiniere. Sto cercando il Fior di Bella Vita, vorrei sapere quale pianta prodigiosa lo produce".
"Una pianta bandita dalle nostre terre" risponde con noncuranza "una pianta molto ricercata da maghi ed alchimisti ma che non può fiorire nei nostri giardini. Si dice che il nostro re, quando era poco più che adolescente, estirpò tutti gli arbusti che lo producevano e sparse sale sulla terra che li accoglieva. Di più non so, dovresti chiedere a maghi specializzati nelle arti oscure, non ad un'umile giardiniere!".
Ciò detto si allontanò inoltrandosi in un labirinto di siepi di bosso, tentai di seguirlo ma l'uomo sembrava che fosse stato inghiottito dalla terra stessa.
Vagai per i giardini tentando di scacciare la sensazione di disorientamento che mi pervadeva, finché non decisi di ritornare alla locanda per cenare.
"Non mi rimane che andare allo spettacolo di questa sera, con un po' di fortuna potrei avvicinare qualche mago e chiedergli informazioni" pensai tra me e me "Ma prima passerò dalla biblioteca del tempio, voglio capire qualcosa di più sulla storia di questo paese.


CAPITOLO 4

Passai la serata vagando nell'arena. Tentai più volte di avvicinare qualche mago per reperire informazioni riguardo alla spada delle Ere, l'arma che re Elderion II porta sempre al suo fianco.
Alla biblioteca del tempio avevo rinvenuto alcune cronache che parlavano del magico Fior di Bella Vita e del Casato di Torre Oscura.
Gli scritti descrivevano la faida che si accese tra il casato di re Elderion I, padre dell'attuale reggente, e la confraternita degli stregoni di Torre Smeraldo.
Lo scontro fu vinto dai primi e gli sconfitti furono ribattezzati "Casato di Torre Oscura".
La spada del re ebbe un ruolo importante in questa lotta ma le cronache risultavano molto vaghe sull'argomento.
L'unica cosa certa era che il Casato di Torre Oscura stipulò un accordo con le potenze demoniache ed in cambio ottenne il potere di dare la morte mediante potenti incantesimi.
Gli stregoni di Torre Smeraldo utilizzarono il Fior di Bella Vita per veicolare i loro sortilegi. Furono loro a scoprire che questo fiore artificiale può assorbire e rilasciare un incantesimo senza che il mago sia presente.
Decine di fidi collaboratori del re morirono, impazzirono o furono soggiogati col profumo del Fiore. Solo il Re sembrava esserne immune ... "poiché la sua genie è protetta dal potere della spada"... niente di più di questo mi era dato di sapere.
I miei tentativi di avvicinare dei maghi si rivelarono vani, nessuno voleva o sapeva darmi informazioni riguardo alla magica spada di Re Elderion II sicché, quando la festa volgeva ormai al termine, decisi di tornare alla locanda.
Camminavo rasente al muro lungo una viuzza mal illuminata quando un grido di donna mi fece sobbalzare, tentai di raggiungere il luogo dal quale proveniva ma mi persi nel dedalo di vicoli che stavo percorrendo.
Alla fine di una mulattiera coperta di immondizia svoltai in una strada dove alcune guardie stavano rimuovendo un corpo. Rimasi un po' in disparte, ero stufo di correre a destra e a manca senza capire cosa stesse succedendo.
Ostentando indifferenza cercai di carpire brandelli di conversazione, mi accorsi che la gente accorsa sul luogo della disgrazia sapeva molto di più di quanto volesse far credere.
Già in biblioteca ebbi questa sensazione: qualcuno si era adoperato per cancellare le tracce della vera causa che scatenò la guerra di Elderion I.
Ora, origliando, ne ebbi la certezza.
Nulla di quello che avevo rinvenuto nelle cronache si accordava con i commenti degli indigeni.
Una donna e alcuni uomini discutevano riguardo al fiore trovato nella giacca del morto. Era il Fior di Bella Vita.
"Sono tornati vi dico!" sussurrava concitata la donna "sono tornati e sono più potenti di prima. Quel poveraccio è stato colpito da uno dei loro malefici, gli hanno donato un fiore stregato... e ora si vendicheranno di chi li ha calunniati! Vedrete, neanche il Re riuscirà ad opporsi".
Stavo per dileguarmi senza essere notato quando vidi un viso familiare.
Lo seguii per una trentina di antie e, appena fummo soli, lo avvicinai:
"Aikydo, Hammers. Anche tu sei attratto da questo mistero?"


CAPITOLO 5

Seguii Dolceluna per una trentina di antie e, appena fummo soli, la avvicinai:
"Aikydo. Anche tu sei attratta da questo mistero?"
La strega si voltò e mi fissò a lungo, quasi non mi riconoscesse.
Tese la mano destra in avanti come ad intimarmi di mantenermi a distanza, la sinistra serrata sul ciondolo che portava al collo.
"Dolceluna! Sono io, Taal... dimmi qualcosa. Che ti succede?"
La strega piegò il capo lateralmente, scosse lentamente la testa poi i suoi occhi vitrei riacquistarono espressione.
"...B... Buona strada... esploratore, sono felice di vedere un viso amico, presto... andiamo via di qua".
Correndo raggiungemmo la sua locanda, parlammo a lungo dei prodigiosi eventi della giornata. Le esternai le mie preoccupazioni riguardo al Fior di Bella Vita. Avevo donato il mio alla giovane dai capelli rossi la mattina stessa:
"Non posso sapere se quel fiore contenga un pericoloso maleficio, solo il giullare potrebbe saperlo. Domattina devo verificare, devo assicurarmi che nulla sia successo a quella poveretta... so dove abita, sarà facile trovarla.
"Non andrai quindi al Grande Torneo? Il mio sesto senso mi dice che là ci sarà bisogno di noi..."
"Arriverò al più presto possibile, ci vedremo presso l'ingresso dell'arena".
"Allora siamo d'accordo" concluse Dolceluna aprendo la porta della sua camera "A domani. All'Arena".
Correvo verso l'arena e maledicevo mentalmente le mie idee balzane. Il tentativo di contattare la giovane era fallito, anzi ero stato scambiato per un malintenzionato.
Nessuno conosceva la ragazza, nessuno ricordava degli eventi durante la parata, nessuno sapeva delle pericolose proprietà del Fior di Bella Vita.
Inoltre ero in tremendo ritardo per l'appuntamento con Dolceluna.
Il cielo minacciava un brutto temporale ma ecco, in lontananza la bianca costruzione.
Mi ero fermato per riposare quando un fulmine squarciò l'aria colpendo l'arena. Mi rimisi in marcia ed entrai di furia nell'androne deserto, alla mia destra una rastrelliera incustodita ricolma di armi, poco più avanti le cancellate che delimitavano la cerchia interna dell'anfiteatro erano state chiuse con pesanti catenacci.
Una folla urlante tentava di divelgerle.
Sentii urlare il mio nome, mi voltai. Era Dolceluna che mi chiamava gesticolando:
"Le armi Taal, passami le armi!"
Senza esitare le passai due lance e due pesanti spade. Dolceluna scomparve col suo prezioso carico senza darmi spiegazioni.
La folla pressava sull'uscita bloccata, due donne erano a terra calpestate dalla moltitudine terrorizzata.
Armato dell'ascia più grande a disposizione mi gettai sulla cancellata, sferrai colpi con tutta la forza di cui disponevo finché la chiusura non cedette. Il cancello si aprì di schianto ed io mi gettai di lato, in una rientranza, per non essere caricato dalla folla.
Aspettavo che la ressa si diradasse per entrare nell'arena a cercare Dolceluna quando notai un uomo che placidamente osservava il fiume umano senza curarsi di mettersi al sicuro.
Aguzzai lo sguardo, era un vecchio vestito con una logora tunica.
Osservava divertito la folla e di quando in quando volgeva lo sguardo al cielo, ogni volta che ripeteva il gesto una saetta rischiarava il buio della tormenta.
Dopo l'ennesimo bagliore lo riconobbi, era lo stregone della parata!
Tentai di avvicinarmi, gli ero quasi addosso, potevo sentire il suo fetore di carne putrescente, reso ancora più nauseante dall'odore dolce dei Fiori di Bella Vita.
Ma si voltò, mi trafisse col suo sguardo maligno e, senza esitare fuggì con una rapidità inaspettata.
Lo inseguii per un dedalo di vicoli nella città vecchia, non riuscivo a raggiungerlo ma lui non riusciva a seminarmi. Dopo circa cinque minuti di inseguimento lo vidi ansimante presso il portone di un'antica torre, stava armeggiando con la serratura. Mi gettai verso di lui ma egli fu più rapido e richiuse il portone dietro di sè.
Rabbiosamente tempestai di colpi la porta usando l'ascia raccolta presso l'arena. Il legno marcio non oppose resistenza e in breve fui dentro. Una scala di pietra portava verso i sotterranei mentre il soffitto dei piani superiori era crollato, ingombrando di macerie il vestibolo.
Cautamente scesi, l'odore di carne putrefatta e fiori si faceva sempre più intenso. Un lampo illuminò di luce spettrale la stanza. Ciò che vidi mi fece contorcere le budella e gelare il sangue. Ovunque erano resti di cadaveri umani, in mezzo a loro la ragazza dai capelli rossi, solo il viso sembrava intatto, il resto del corpo era in avanzato stato di decomposizione e al centro del suo petto squarciato spuntava l'orrendo fiore. Le radici avvolgevano ciò che rimaneva del suo giovane cuore.
Corsi attraverso la stanza verso un vano ricolmo di alambicchi e vasi di vetro. Alcuni paioli sobbollivano su un fornello a lato della stanza ed al centro lui, il vecchio stregone.
"Siano maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà questa città perversa!" sibilò.
Poi, con un urlo straziante, si decompose.
La carne si disfaceva come cera sul fuoco colando sul pavimento in rivoli bruni. Solo le ossa rimasero al loro posto mentre le orbite vuote si illuminavano di una fluorescenza cremisi. Tra le mani scheletriche si materializzò una falce da guerra e con un balzo, il mostro, mi attaccò.
Era forte e rapido, ma molto più leggero di me. Con balzi sorprendenti e affondi volanti tentò di penetrare la mia difesa.
Riuscii a colpirlo mandandolo in frantumi ma ogni volta le ossa si ricomponevano. Sembrava potesse muovere anche oggetti a distanza, alcuni libri volarono dagli scaffali colpendomi alla schiena.
Durante uno di questi attacchi il mostro riuscì a disarmarmi ma prima che potesse colpirmi artigliai il manico della sua falce impegnandolo in un corpo a corpo.
Come avevo supposto era molto leggero, scossi l'arma alla quale eravamo aggrappati e lo mandai a sbattere contro la pesante stufa di ghisa.
Nuovamente le sue ossa si staccarono per ricomporsi al teschio dopo alcuni secondi.
Mi fu nuovamente addosso, tentava di spingermi contro uno spuntone metallico conficcato nella parete ma io, più pesante, opponevo un'efficace resistenza.
Improvvisamente l'intera stanza si inclinò, lo scheletro fluttuava in aria e io persi l'equilibrio. Cozzai contro la parete degli alambicchi e le sue mani scheletriche mi strinsero al collo.
Non riuscivo a liberarmi dalla sua stretta, stavo per perdere conoscenza quando afferrai una bottiglia dalla parete e la fracassai sul cranio scarnificato.
Un intenso odore di ammoniaca pervase la stanza e il mostro lasciò la presa. Si allontanò biascicando parole arcane, più simili ad un verso animale che non a linguaggio umano. Un denso fumo avvolgeva le membra bagnate dalla pozione e le corrodeva.
Scagliai contro di lui tutte le ampolle che avevo sotto mano mentre il mostro indietreggiava agonizzante. Per ultima lanciai una bottiglia di un liquido color argento che a contatto con l'aria si incendiò spontaneamente. Il mostro, avvolto dalle fiamme lanciò un ultimo grido ed esplose in mille pezzi.
Contemporaneamente un'aura scarlatta pervase la stanza. Per quanto coprissi gli occhi serrati la luce riusciva a trafiggermi quasi il mio corpo fosse diventato trasparente.
La luce mi provocava un dolore sordo in tutto il corpo e martellava i miei occhi, non resistetti a lungo: persi conoscenza.


CAPITOLO 6

Buio.
L'unica sensazione è un forte bruciore nella gola e nel naso.
Muovo le mani; le gambe.
Bene.
Rispondono.
Ho gli occhi aperti ma non vedo nulla. Laggiù una luce, forse è una fiamma.
Ora riesco a vedere i paioli sul fuoco, i liquido giallo che sobbolliva è evaporato, un fumo acre appesta la stanza. Ma quanto tempo è trascorso?
Per questa volta mi è andata bene. Sono ancora vivo.
La stanza è ingombra di macerie, una trave è crollata vicino a dove giacevo svenuto. Lo scaffale dei libri è ancora al suo posto, intatto, lindo.
Due quaderni attirano la mia attenzione: "La Maledizione di Ezimeth" e "Il diario di Osmond di Torre Smeraldo". Meccanicamente li arrotolo e li ripongo nella tasca interna della giacca.
Attraversando la stanza adiacente guardo i fiori che crescono su poveri corpi decomposti ma non mi risolvo a tagliarli, il puzzo della stanza mi fa girare la testa, ho bisogno d'aria pulita. Esco richiamato dal rumore della pioggia scrosciante.
L'aria all'esterno è fresca e umida, un vero balsamo per i miei polmoni. Chiudo gli occhi e respiro felice il profumo della pioggia ma una mano si posa pesante sulla mia spalla. Mi guardo attorno, sono accerchiato.
E' un soldato, non riconosco i gradi sulla divisa ma penso sia il comandante, mi intima di seguirlo. L'uomo è robusto, marziale ma ha un bel modo di proporsi, non lo temo, anzi. Mi rassicura la sua presenza.
Ciò che mi inquieta è il viso dei rari passanti. Corrono spaventati verso la loro segreta meta, se incrociano un soldato distolgono prontamente lo sguardo.
Le guardie mi scortano attraverso la città. Passando nei pressi della piazza del mercato sento un araldo che, con voce monotona, legge l'ennesimo editto:
"...per cui sono sospesi i festeggiamenti previsti per la giornata odierna. E' fatto rigoroso divieto di attardarsi lungo le vie dopo il calar del sole..."
Un altro rullo di tamburi e la litania sarà ripetuta per tutta la città.
Per quale arcano motivo il re si ostina a voler celebrare la festa? Dovrebbe preoccuparsi di blindare la città e catturare i colpevoli.
Anche Elderion II è vittima del sortilegio che ottenebra i suoi sudditi?
Sporadicamente gli abitanti sembrano rendersi conto della gravità della situazione ma, dopo poco tempo, sembrano voler negare a se stessi ciò che succede.
Assorto in questi pensieri arrivo al palazzo.
I leziosi giardini all'italiana non possono mascherare l'aspetto cupo del castello. Le alte mura merlate e la torre sovrastano un fossato prosciugato.
Attraversiamo un ponte di ferro che sostituisce il vecchio ponte levatoio.
Le guardie mi accompagnano lungo sontuosi saloni coperti di specchi.
Non stiamo scendendo nelle prigioni, stiamo andando al piano nobile, sono quindi atteso da un alto funzionario?
Appena entrato scorgo visi familiari: Temp, Shad, Malekit, Kikka. I nostri sguardi si incrociano, un movimento impercettibile delle sopracciglia e mi accorgo che mi hanno riconosciuto.
Sono tutti assorti nella lettura di quaderni simili ai miei, immagini di una vita mai vissuta mi si affollano nella mente. Sembriamo giovani allievi in attesa di un esame. Sorrido malgrado la gravità della situazione.
Il nervosismo si trasforma in malcelata aggressività, la guardia se ne avvede e agita il tozzo gladio:
"Stai calmo straniero e attendi il tuo turno, ho ordine di mettere i ceppi a chiunque tenti di ribellarsi. Vuoi mettermi alla prova?"
Grugnisco e mi sfilo la giacca. Dalla tasca interna estraggo i quaderni, più per spirito d'emulazione che per sincera curiosità.
Presto la lettura mi avvince, tento di analizzare gli scritti. Non sono interessato alla storia quanto, piuttosto alle emozioni che traspaiono dalla grafia disordinata.
Chi ha scritto tutto questo è una mente disturbata. Rancore e paura trasudano dalle carte consunte.
Infine penso di aver capito la situazione, qualunque forza demoniaca sia stata liberata non può essere fronteggiata da noi stranieri.
Freddamente progetto una fuga di massa, forse noi Hammers possiamo ancora salvarci.
"Nulla dobbiamo a re Elderion II" penso tra me "Ma molto dobbiamo al popolo inerme" mi risponde la voce di Kikka.
Mi volto di scatto, non c'è nessuno. Kikka è seduta lontana ma sogghigna divertita.
"Potenti energie convergono in queste sale, mai mi fu così facile usare la telepatia. Sono certa che vi sia qualcuno in "ascolto". Stai all'erta Esploratore, qualcuno vuole carpire i nostri pensieri!
Da quanto ho percepito Berserk e Aegon risultano dispersi. Sono preoccupata per loro. Dobbiamo rimanere uniti e correre in loro soccorso"
Una guardia rompe l'incanto battendo sul pavimento la lancia da guerra. "In piedi stranieri. Siete al cospetto della regina Firith".
Una donna entra con passo lieve avvolta in veli leggeri. Il suo incedere leggiadro mi cattura. E' come se danzasse tra i petali di un fiore.
Un velo opaco le copre il viso ma gli occhi di smeraldo mi trapassano.
Il suo sguardo non è altero, anzi, si guarda attorno con entusiasmo e grato stupore.
Solo i capelli stonano in tanto giovanile vigore. Fini capelli, sottili: delicati come tele di ragno.
"Benvenuti miei signori, le mie guardie mi avevano informata della presunta cattura di alcuni malvagi, ma ora che vi vedo, comprendo perfettamente quanto fosse errato il loro giudizio.
Non vedo traccia nei vostri animi del male che ci circonda e vi porgo le mie scuse per le brusche maniere che avete dovuto patire. Ora vi chiedo, per il bene di questa città, di riferirmi ciò che sapete" esordì la regina con voce melodica.
Con passo misurato mi avvicino alla regina mantenendo una rispettosa distanza.
Mi inchino e con voce ferma recito la mia parte:
"Salute a voi, nobile cuore. La vostra bellezza e i modi gentili predispongono il mio animo all'ubbidienza ma, perdonate il mio ardire, le informazioni hanno un costo.
Il mio animo e il mio corpo provato da dura battaglia anelano più a conoscere che non a fornir chiarimenti. Vi prego, illustratemi quale blasfema malia ha tentato di uccidermi. Quale forza maligna ho affrontato poc'anzi nella torre maledetta?"
Il cuore mi batte impazzito nel petto. Mi sento a disagio ma devo ragionare in fretta, voglio obbligare la regina a scoprire il suo gioco.
Mi sento a disagio perché non mi piace muovermi alla cieca, fiuto nell'aria la puzza di un agguato.
Non so da che parte arriverà il prossimo attacco, forse non tutti potremo salvarci ma, qualunque cosa accada... per Moghul! Nessuno potrà mai dire che Taal non fece la sua parte.


CAPITOLO 7

Mi allontano dalla terrazza dove si è consumato il dramma.
Ezimeth alfine ha ceduto, ha lasciato aperto uno spiraglio di speranza: un enigma, una sfida a strappare dalle sue braccia la prossima vittima designata. Il signore della vendetta vuole stravincere, la boria del demone ci ha regalato una debole traccia:
"Dovrete salvare un'anima che sta per cadere vittima della maledizione e con il suo rancore l'alimenterà ulteriormente. Essa appartiene ad una donna che lotta per difendere il suo tesoro più prezioso dall'orrore che avanza. Ella vaga senza rifugio per i vicoli della città; lì dove giungono le merci più preziose, e presto perderà tutto per mano di ciò che un tempo fu la sua vita... divenendo per sempre mia!"
Nessun aiuto posso aspettarmi dal re che, inebetito, stringe tra le braccia la sua sposa morente. Nessuno dei soldati muoverà un muscolo, in attesa di un ordine che mai verrà dato.
Sono solo, ma desidero combattere questa battaglia, per il bene della città, non certo per i due nobili innamorati.
Li avrei uccisi con le mie mani se questo fosse stato possibile, forse la loro morte avrebbe salvato la città dalla furia di Ezimeth, mentre la loro lenta agonia trascinerà nel baratro anche i suoi sudditi.
E questo il demone lo sa. E' questo il tributo che vuole riscuotere: un'intera città annientata per soddisfare il desiderio di vendetta di un solo uomo contro un altro uomo.
So che la città è fornita di un porticciolo fluviale, poche banchine dove attraccano chiatte cariche di merci.
Senza troppe cerimonie fermo un notabile che corre impazzito per i saloni del castello.
"Dove vengono conservate le merci preziose che arrivano in città?" gli chiedo con rude freddezza.
Il nobile mi osserva sconvolto, non capisce la mia domanda. Lo scuoto con vigore.
"Presto, parla!" gli urlo schiaffeggiandolo "dov'è che i mercanti immagazzinano le spezie e la seta?"
Una luce di biasimo si accende nei suoi occhi.
"Briganti! In un momento come questo non pensate ad altro che a razziare e fuggire con il bottino...
Un "montante" alla base dello sterno e il sermone termina in un rantolo "Parla, non farmi perdere tempo!"
"Cohf, cohf... ma sì, prendete ciò che volete, per noi ormai... nella fortezza ai limiti della zona franca. Nel porto; tutte le spezie e la seta sono custodite lì".
Allontano con uno spintone il malcapitato e avvolto nel mantello esco nella tempesta.
Le nuvole nere coprono il sole, la pioggia ha trasformato le vie della città in fiumi fangosi. Lingue di fuoco sciamano nel cielo contorcendosi in forme bizzarre, talvolta prendono le sembianze di donne ossute con ali da pipistrello e artigli di rapace.
Correndo a rotta di collo scendo al fiume, il varco del porto non è presidiato. Mi fermo affannato in una garitta deserta, mentre il respiro torna regolare e la milza cessa di dolermi osservo uno strano fenomeno.
Il fango di una pozzanghera battuta dalla pioggia si solidifica formando una superficie concava che lentamente si espande.
Il pantano, fattosi gommoso, sale verso un muretto di mattoni occupandone tutti gli interstizi. Come un magico rampicante avvolge i mattoni uno ad uno stritolandoli e inglobando la rossa poltiglia di argilla.
Come se si fosse accorto della mia presenza si sposta nella mia direzione lambendo il basamento di granito della garitta. Un tentacolo scatta verso di me avvinghiandomi ad una gamba.
Mi aspettavo un attacco.
Prontamente afferro un anello fissato al muro per non essere trascinato verso l'orrenda creatura, con la destra armata della spada d'ordinanza vibro un fendente tranciando di netto il tentacolo.
Non un suono si sente, la creatura o non soffre o non ha bocca per urlare.
L'appendice monca vomita una quantità enorme di liquido nero oleoso ma, lentamente, il mostro si ritrae nella pozza dalla quale era venuto.
Disorientato rigiro la mia spada tra le mani. Quand'è che l'ho recuperata? E cos'era quell'essere informe che mi ha attaccato?
Alzo gli occhi al cielo, con la muta domanda dipinta in volto e vedo uno sciame di lingue di fuoco abbattersi su una chiatta poco distante.
La avvolgono, le fiamme incendiano un tendone teso al centro dell'imbarcazione.
Tre marinai, urlando, si lanciarono in acqua. Attendo che riemergano ma il fiume si è chiuso su di loro immobile... immobile come la pozza di fango dalla quale è emerso il tentacolo. Non desidero rivedere il mostro di fango e fuggo verso una costruzione fortificata, l'unica in tutto il porticciuolo.
Busso tempestando di pugni l'entrata sprangata, urlo e chiamo aiuto finché sento armeggiare nella serratura. Appena il portone si scosta mi scaravento dentro i preda al panico.
Al riparo delle robuste mura della fortezza lo scrosciare della pioggia arriva attutito, mi siedo a terra grondante senza curarmi di chi possa aver azionato i meccanismi di apertura... chiunque usi chiavi e porte deve essere umano.
O almeno così desidero che sia!
Una manina mi sfiora la spalla scuotendomi timidamente
"Tu sei il mio papà?" chiede con voce flebile
"Mmmh, dalla padella alla brace" penso con sarcasmo.
Invece, con quanta più dolcezza mi è possibile, mi volto e guardo quel visino tirato:
"No, non credo. Ma bisognerebbe chiedere conferma alla tua mamma... dov'è?"
"E' uscita a cercare mio padre" mi dice il bambino stropicciandosi gli occhioni neri colmi di lacrime "ora, quando torna, mi sgrida, si era raccomandata tanto di rimanere nascosto e di non aprire a nessuno"
"Dove sono le guardie piccolo?"
"Sono andate al castello, prima che arrivassimo"
"Come fai a sapere dove sono andate se non le hai viste andar via?"
"Me lo ha detto una voce" mi dice indicando una grata nel pavimento "vuole che scendo nelle segrete a liberarlo ma ho paura, i sotterranei mi fanno paura e anche la sua voce è... cattiva".
"Va bene piccolo, lasciami il tempo di riprendere fiato e riordinare le idee. Poi andremo a vedere nella prigione. Vedremo chi è e se possiamo fidarci di lui"
Prima di scendere nei sotterranei do qualche istruzione al bambino:
"Qualunque cosa succeda fai sempre in modo di stare dietro di me discosto di qualche metro, devi sempre stare in una posizione che ti permetta di scappare e non starmi troppo vicino, se dovessi combattere non posso permettere che tu venga usato come ostaggio. Hai capito?
Ripeti quello che ti ho detto"
"Devo nascondermi dietro di te e stare pronto a scappare" ripete serio.
Il bambino mi segue con una fiaccola in mano mentre io scendo la scala impugnando la spada e una lanterna ad olio.
Arriviamo di fronte all'unica cella. La mia ombra si proietta lunga oltre le sbarre sfiorando un pagliericcio su cui giace un uomo riverso bocconi.


CAPITOLO 8

Il bambino mi seguiva con una fiaccola in mano. Scesi la scala impugnando la spada e una lanterna ad olio.
Arrivammo di fronte all'unica cella. La mia ombra si proiettava lunga oltre le sbarre sfiorando un pagliericcio su cui giaceva un uomo riverso bocconi.
Il prigioniero indossa una divisa simile a quella delle guardie cittadine.
Trovo un mazzo di chiavi appeso alla parete. Tento di aprire la cella ma le chiavi non corrispondono.
Il bambino attira la mia attenzione verso alcuni attrezzi gettati in un angolo.
"Ottima idea piccolo, mi piace come ragioni!"
Mi do da fare con una mazza di ferro e riesco a divellere una delle mappe. Nonostante il rumore, l'uomo non si sveglia, forse è morto o è soltanto svenuto.
Mi fermo a riposare, sono zuppo di pioggia e di sudore. Mentre io e il bambino ci osserviamo in silenzio giunge dall'alto una voce di donna.
"Terin, dove sei? TERIN!"
"E' la mamma!" Dice il bambino, "vieni".
Corriamo per le scale e il bambino si getta tra le braccia della donna.
E' una donna minuta, giovane ma non bella. E' coperta di fango e abbraccia il bambino. Alza lo sguardo fiero su me.
"Tu chi sei?" Mi chiede spingendo il bambino dietro di sè.
"Io sono Taal, Esploratore di Vulcar, provengo dalle terre dell'imperatrice Nimira. Tu chi sei?"
"Io sono Fianna e questo è mio figlio Terin. Mi sono rifugiata qui, dove pensavo di poter trovare il suo padre naturale.
Lui faceva parte del plotone di guardia... sono tutti morti, una frana lungo la strada che porta al castello, un fiume di fango li ha inghiottiti. Io stavo per raggiungerli ma ero ancora lontana, mi sono salvata per miracolo" dice mostrandomi gli abiti infangati.
"Non sono morti tutti" le rispondo "c'è un soldato nelle prigioni, io e Terin stavamo tentando di liberarlo"
Una luce di speranza si accende negli occhi di Fianna:
"Potrebbe essere lui, sapeva che sarei arrivata, non avrebbe mai abbandonato il posto di guardia di sua spontanea volontà. Andiamo a vedere!"
Mentre ci avviciniamo alla prigione sentiamo un forte rumore, le cancellate percosse con forza risuonano di clangori sinistri.
Proietto il fascio di luce della lanterna verso l'interno della cella.
Una specie di scimmione glabro, ora, occupa il cubicolo dove era rinchiuso l'uomo.
Con forza bestiale scuote il cancello semi divelto.
Mi avvicino con cautela e tento di allontanarlo dalle sbarre con la punta della spada ma il quadrumane sembra non provare dolore.
Ormai è quasi riuscito ad abbattere le sbarre che lo tengono segregato, se si liberasse sarebbe impossibile, per un solo uomo, tenerlo a bada.
Forse con il fuoco... faccio cenno al bambino di passarmi una fiaccola e tento di far allontanare lo scimmione dalle sbarre. Sembra temere il fuoco, si ritrae ma, con gesto fulmineo mi strappa la torcia dalle mani e la getta sul pagliericcio in fondo alla cella.
Rapidamente si sviluppano alte fiamme. L’animale è sempre più inferocito.
"Andiamo via di qua, presto! Le sbarre non reggeranno a lungo".
Fuggiamo lungo le scale e chiudiamo il portone dietro di noi. E’ una pesante porta di legno di quercia sprangata con una trave. I versi dell’animale si sentono sempre più nitidi, è riuscito a sfondare il cancello e si dirige verso noi.
"Scappate, andate a nascondervi, penso io alla bestia" urlo alla donna e al bambino.
Mi guardo attorno, una fila di uncini per scaricare le merci è appesa alla parete.
Ne prendo uno e lo soppeso con mano destra. Nella sinistra ho un pugnale del Sahran a lama ondulata.
Febbrilmente penso ad una strategia.
Il gancio è un'arma potente. L'impugnatura è un semplice troncone di legno da tenere nel pugno chiuso, l'acuminato uncino che lo attraversa viene fatto passare tra il dito medio e l'anulare.
E’ normalmente utilizzato per arpionare e scaricare le casse di legno ma con un colpo ben assestato si può sgozzare un uomo. Per il gorilla non sarà sufficiente, però.
Colpi d’ascia si abbatterono sul portone.
L'animale non è un semplice scimmione, possiede un barlume d’intelligenza umana.
Ha sicuramente trovato gli attrezzi abbandonati nel seminterrato e, ora, li userà per liberarsi dalle prigioni in fiamme.
Con soli quattro colpi è già riuscito a trapassare la porta. Entro poco tempo riuscirà ad aprirsi un varco.
Non ho tempo per preparare una trappola adeguata, devo rischiare.
Mi acquatto di lato. Attenderò che spunti per colpirlo.
Ormai lo squarcio nella porta è sufficientemente largo ma lo scimmione non si decide a venire allo scoperto.
La porta, martoriata dai colpi d’ascia, cede di schianto e la bestia si catapulta oltre la soglia.
Non gli concedo il tempo per orientarsi e lo arpiono col gancio issandomi sulla sua schiena. Con la sinistra lo pugnalo alla base del collo. La bestia tenta di disarcionarmi ma lo tengo stretto avvinghiandolo con le gambe e sorreggendomi al gancio piantato nella sua carne.
Rigiro più volte il pugnale nella ferita.
Un urlo roco esce dalla gola squarciata e mentre un fiotto di sangue schizza dalle arterie perforate il mostro si accascia al suolo. Le mani lasciarono cadere una nera spada con incise rune dai bagliori violacei.
La spada, per l'impatto con il terreno, si rompe in mille pezzi, come se fosse fatta di vetro.
Il mostro è a terra, agonizzante. Il viso si distende riacquistando un'espressione umana. Gli occhi color della brace virano lentamente ad un più umano color castano.
Sta muovendo le labbra dalle quale esce un rivolo di sangue.
Con un filo di voce sussurra:
"Ti... ti ringrazio, mi hai impedito di dannare la mia anima per l'eternità... grazie".
Da una stanza adiacente Fianna e Terin fanno capolino. La donna regge tra le mani un sacchetto di tela cerata, si inchina davanti all'animale e ne sparge il contenuto sulle ferite e sulla bocca. Sono cristalli bianchi di sale.
Il mostro sembra restringersi, riacquista sembianze umane, dalla bocca emerge lentamente un fiore di bella vita che, al contatto con il sale appassisce e scompare in una nuvola di vapore.
Fianna fa cenno a Terin di avvicinarsi. Il bambino timidamente avanza e si inginocchia a fianco della madre:
"Guarda Terin, questo è tuo padre, ricorda il suo viso ma non le sue azioni. Non era lui quando ha tentato di uccidere, tu non sei condannato a seguire le sue gesta. Il sale che ho sparso sul suo corpo lo preserverà da qualunque recrudescenza del maleficio, il suo corpo potrà giacere nella terra, mondato dal demoniaco influsso del Fiore.
Guardo la donna interrogativamente. Le racconto degli avvenimenti al castello:
"Io sono venuto qua per salvare voi e la regale coppia, pensi che finalmente la maledizione sia stata spezzata?"
"Io ti ringrazio esploratore per aver salvato me e mio bene più grande, le mie preghiere sono state esaudite... ma non so nulla di maledizioni. Ciò che mi hai visto fare è quello che avrebbe fatto qualunque donna della Città delle Stelle, questa è la nostra tradizione.
Spargiamo il sale sulle ferite di chi ha avuto una morte violenta così da preservare i loro corpi indifesi dalla magia dei negromanti.
Non so nulla di più.
Ritorno al castello pensando che la maledizione dovrebbe essere stata spezzata, deve essere così.
Voglio verificare che la regina sia salva e il re abbia riacquistato il senno.
Con fatica risalgo verso la rocca dove è il castello. Un'infinita stanchezza mi assale, sarebbe dolce arrendersi e lasciare che la fetida nebbia m’inghiotta.
Mi rannicchio in un porticato e chiudo gli occhi, solo per poco, giusto per riprendere le forze.
Mi addormento e mi ritrovo a Nakir.
A Nakir è primavera e corro tra i mandorli in fiore ma un cane nero mi viene in contro ringhiando. Lo riconosco è la mia cagna. E' Pesh.
La osservo, non sembra contenta di vedermi. M’inginocchio e la chiamo, normalmente mi correre in contro scodinzolando ma questa volta no.
Adesso mi guarda rizzando il pelo della schiena. E mi ringhia.
"Pesh, che fai? Sono Taal. Non mi riconosci?"
Il cane m’incalza, mi spinge in dietro. Io arretro ritornando tra la nebbia e mi risveglio nell'orrida Città delle Stelle.
"Grazie Pesh" penso deluso "mi hai indicato la strada. Devo stare attento, sarebbe facile arrendersi ma, arrivati a questo punto, devo arrivare in fondo. E arrivarci vivo!"
Arrivato al palazzo mi rendo conto che è ormai deserto.
Non una guardia, non un paggio si vede negli ampi saloni. In un angolo, accasciato su una poltrona, il notabile che avevo malmenato.
Lo guardo con sorpresa, lui alza gli occhi acquosi e mi riconosce:
"Buongiorno brigante, sei ancora qui? Non hai trovato nulla di prezioso da razziare ai magazzini del porto?"
"Devo vedere il re, dove è ora?"
"E' al tempio, giù nei sotterranei" mi dice con un gesto vago "vai... Fai che, per una volta, la tua spada possa essere strumento pietoso. Uccidi la reale coppia e poni fine alle loro ingiuste sofferenze. Se farai questo per me ti mostrerò dove è conservato il tesoro della corona".
Non ho voglia di discutere, qualunque cosa io dica non sarei creduto, qualunque prova della mia onestà produca, non sarebbe capita.
Come potrei convincere qualcuno delle mie buone intenzioni? Ho un aspetto orribile, sono coperto di fango e sangue rappreso, puzzo come un caprone e la mia espressione... non penso che sia particolarmente rassicurante.
Decido di assecondarlo.
"Mostrami la strada e farò come tu dici"
L'uomo, Lord Gabriel, questo era il suo nome, mi precede verso il tempio.
Nelle segrete uomini in catene mi implorano di liberarli, faccio più in fretta possibile mentre lacrime di rabbia mi solcano il volto.
"Che regno orribile, un luogo dove colpendo il re si può creare il vuoto decisionale assoluto. Nessuno ha pensato a questi poveretti".
Chi preso dalla propria paura, chi dalla disperazione, nessuno aveva pensato a limitare i danni. Nessuno aveva pensato che la disgrazia che aveva colpito i regnanti non doveva ripercuotersi su tutto il regno.
Lord Gabriel mi guarda impietrito mentre libero i carcerati. Mi sembra di percepire i suoi pensieri:
"Ah! Brigante, liberi i tuoi compari. Illuso, nessuno si salverà da questa mattanza!"
Fortunatamente la maggior parte dei prigionieri mi aiuta a liberare gli altri e in pochi minuti tutti possono fuggire.
Lord Gabriel mi guida attraverso una stanza zeppa di macchine da tortura, non avevo mai visto meccanismi così complessi per produrre dolore. In altre occasioni sarei stato felice di poter studiare la loro tecnologia ma adesso...
Su un'ara di marmo giace la regina Firith. Il re in piedi, appoggiato alla spada veglia su di lei.
Una decina di guardie reali sono disposte in cerchio a difesa dei due.
"Sire! Ho salvato la donna, il demone ora deve mantenere la sua promessa"
Evocato dalle mie parole Ezimeth compare nella cripta.
"Ahahah, la mia promessa! Vi promisi che avrei frustrato le vostre speranze, che mi sarei nutrito della vostra disperazione. Niente di più e niente di meno. Lupo, attacca e spezza le loro miserabili vite!"
Con un balzo fulmineo il mostro raggiunge il plotone. Sono guerrieri ben addestrati e le loro spade colpiscono il corpo fiammeggiante del lupo strappandogli urla di dolore ma esso, con una zampata, squarta una delle guardie. Con un balzo è alle loro spalle e vomitando fuoco incenerisce il loro comandante.
Intanto Ezimeth si avvicina a Lord Gabriel lentamente, come se stesse cogliendo un fiore, afferra il collo del notabile e, usando una sola mano, lo spezza.
Dalle scale sento provenire uno scalpiccio.
I miei compagni Hammers entrano trafelati e pronti al combattimento.
Rinfrancato dalla loro presenza estraggo la spada, pronto a fronteggiare il demone. Gli altri si dispongono immediatamente al mio fianco.
Ezimeth ci guarda con un sorriso beffardo, fa mulinare in aria le braccia smisurate e tra le sue mani si materializza un'alabarda nera, luccicante come se fosse fatta di ossidiana.
Non ci perdiamo d’animo, lo circondiamo.
Io, per primo, tento di attaccarlo ma, appena i suoi occhi di brace si posano su me, la parte sinistra del mio corpo sembrava essere trafitta da mille spade infuocate.
Cado a terra urlando di dolore.
L'ultima cosa che vedo è un suo piede che mi colpisce al viso e perdo i sensi.
Sogno un vortice di fiamme nere che mi inghiotte. La risata del demone mi ferisce le orecchie ma improvvisamente, tutto attorno a me tace, una luce gialla squarcia le tenebre, un vento fresco allontana il fuoco che mi avvolgeva e un senso di pace mi pervade.
Se questa è la morte... beh, non è così male.


CAPITOLO 9

Mi svegliai in una letto morbido coperto da un baldacchino di damasco verde. Il sole filtrava tra le tende e un allegro vociare si sentiva in lontananza.
Mi sentivo riposato e in splendida forma. Un po' confuso, forse.
Non mi trovavo nella modesta locanda che avevo scelto, gli affreschi sul soffitto e le ricche suppellettili erano più consone ad una residenza nobiliare.
Scivolai fuori dalle coperte e mi lavai il viso. Chi aveva preparato la brocca e il catino aveva, addirittura, gettato nell'acqua una manciata di petali di rosa. A lato della toeletta stava, ben ripiegato, un asciugamano candido e profumato alla lavanda.
Mi vestii, ero di ottimo umore. Pensavo di essere stato ucciso da Ezimeth e invece mi trovavo vivo, in ottima forma coccolato come un principe.
Mi ammirai allo specchio. Che eleganza! Forse troppo per un Hammer rozzo e goffo come me.
"Toc, toc..." qualcuno bussava alla porta con discrezione.
"Avanti!"
Un anziano lacché entrò sorridendo.
"Ben svegliato, Esploratore di Vulcar, sei atteso nella sala del trono"
Il vecchio mi si rivolgeva con il titolo a me piu' caro: "Esploratore"... e usava il "tu" come si usa nelle terre di Nimira.
"Bisogna dire che il mio ospite ci sa fare: accogliente, attento ai particolari..."
Insomma, mi sentivo completamente a mio agio se non fosse stato per...
"Buongiorno a te, ho un certo appetito. Potreste offrirmi del caffè e del pane?"
In realtà avrei voluto chiedere ben altre bevande e prelibatezze ma non sapevo come comportarmi. Non si deve mai fare richieste che l'ospite non possa soddisfare.
"Un ricco buffet sarà presto allestito nella sala rossa ma ora il Re Elderion II e la consorte Firith vi attendono".
Seguii il servo senza discutere. Arrivati nei pressi della porta dalla quale filtrava un allegro vociare. Il lacché mi diede poche semplici istruzioni su come avrei dovuto comportarmi e mi precedette annunciandomi.
Uno squillo di trombe e applausi festanti accompagnarono il mio ingresso nel salone.
Il re, alzandosi dal trono, mi fece cenno di avvicinarmi. Alla sua destra stava la regina, radiosa, splendente di bellezza e forza. Alla sinistra Temperley sedeva fumando un Narghilè.
La folla festante mi offriva fiori e monili colorati mentre un ragazzino gettava petali di rosa ai miei piedi... ma nessuno che mi offrisse una tazza di caffè!
"Per voi è giunto il tempo della gloria, il vostro nome sarà scritto fra quelli degli eroi. Non ci sarà più una lunga notte di morte, ma giorni di luce su ognuno di noi. Avete sfidato il destino ed avete vinto, avete dato coraggio alla disperazione. Gloria! Gloria ai Signori del Destino!" disse il re mentre mi avvicinavo al trono.
Ma ormai non lo sentivo più perché, sbirciando da una porticina laterale, avevo adocchiato il buffet allestito nella sala rossa.
Che spettacolo!


 

 
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