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Il Mistero della Città delle Stelle
 

Immagine del racconto

Nara

CAPITOLO 1

Era il crepuscolo quando varcai le porte della città.
Scesi da cavallo e mi avviai lungo le vie illuminate a festa ed ingombre di gente.

Una sensazione di gioia e spensieratezza pervadeva l'aria... chiusi gli occhi e mi sentii trascinare via in un caotico vortice di musica, luci e voci festanti.
Poi il cavallo mi riportò alla realtà con un brusco strattone alle redini.
Riaprii gli occhi e mi trovai dinanzi un giullare che, porgendomi un fiore disse:
"Salute mio caro viandante, che sia benvenuto il tuo arrivo fra noi, ti offro l'augurio di un futuro radioso, orsù accettalo ed assapora le vita, danza con essa fino all'ultimo dì, che nessun mai ti privi di gioia e fortuna!".
Presi il fiore e ringraziai con un lieve inchino... il giullare si voltò alla ricerca di altri viandanti.
Osservai il dono... il profumo era dolce ed inebriante, quindi accarezzai i candidi e morbidi petali.
Un nuovo strattone di redini mi riportò alla realtà... era ora di trovare un posto per la notte e qualcosa da mangiare.
La confusione regnava sovrana ovunque, e io volevo solo un pò di calma, decisi quindi di non fermarmi in una taverna. Dopo aver girato un pò trovai un vecchio fienile abbandonato e mi preparai per passarvi la notte.


CAPITOLO 2

La nottata trascorse serena.
Un debole raggio di sole filtrava dalle tegole semi divelte del tetto.
Aprii gli occhi e mi strinsi più strettamente alle calde pelli del mio giaciglio, l'aria fredda certo non mi invogliava ad alzarmi.
Fu Tord a svegliarmi del tutto: mi si avvicinò ed iniziò a mordicchiare giocosamente le coperte, poi, dopo averne afferrato un bel lembo sollevò di scatto la testa sfilandomele di dosso... e facendomi ruzzolare a terra. "Va bene, va bene, mi alzo" dissi con un tono tra il seccato e il divertito "ma ti sembrano scherzi da fare?".
Mi alzai, raccolsi le mie poche cose ed uscii dal fienile seguita dal cavallo.
Il cielo era limpido, il sole nascente tingeva tutto di una surreale luce rosata.
Andai verso un limpido torrente che scorreva lì vicino, mi lavai il viso con l'acqua gelida e mi pettinai, fermando tra i capelli il candido fiore che mi era stato donato il giorno prima: il suo profumo era ancora intenso, pareva appena colto.
Strigliai in fine il biondo manto di Tord e, dopo una colazione leggera ci incamminammo verso la città.
Pur essendo presto nelle vie cittadine stavano riversandosi fiumi di gente abbigliata nei modi più strani e sgargianti. Ad ogni finestra e balcone erano stesi gonfaloni variopinti, ovunque sbucavano draghi con le fauci aperte, cavalli impennati, spade incrociate e stemmi di ogni rione.
Lungo le vie i mercanti stavano finendo di sistemare la loro merce sulle bancarelle.
Arrivai infine sulla via principale, già ingombra di gente.
Cercai un posto dal quale avere una migliore visuale: davanti alle case sorgevano, a una distanza di circa venti metri uno dall'altro, superbi alberi dal fogliame argentato, non ne avevo mai visti di simili. Optai per arrampicarmi su quelle maestose creature, dopo aver legato il cavallo a uno dei rami più bassi.
La scena che si mostrò ai miei occhi era tale da mozzare il fiato: la guardia reale si snodava per tutto il percorso, due lunghe file di armature tanto splendenti da riflettere la luce del sole fino quasi ad abbagliare i presenti.
Uno squillo di tromba... tutto improvvisamente tace. La sfilata sta per iniziare.
Un'orchestra di trombe e tamburi apre la sfilata.
Poi il rimbombo degli zoccoli sul terreno... ed ecco arrivare i cavalieri: in file da quattro, tutti su stupendi destrieri bianchi dalle criniere fluenti intrecciate di perle grigie, in un complesso disegno. Quelli della prima fila portano gli stendardi con lo stemma reale, una stella bianca a dieci punte, di un candore che sembra brillare di luce propria, posta su uno sfondo dorato, colore della casa regnante.
Altro squillo di trombe ed ecco apparire il re e la regina: siedono su enormi destrieri dal manto color oro, la criniera bianca, entrambi sono vestiti di bianco ed oro, entrambi con una stupenda maschera sul viso, lei ha dei fiori di Bella Vita intrecciati tra i capelli corvini.
Resto estasiata guardando la parata, pervasa da una sensazione di gioia e di serenità...


CAPITOLO 3

Il corteo si avvicina ed io resto senza fiato dinanzi allo splendore che si mostra ai miei occhi.
Dapprima vedo giungere gli araldi, seguiti da cavalieri della guardia reale che montano destrieri tra i più belli che io abbia mai visto. Seguono poi tutti i reparti dell'esercito, in un impressionante spiegamento di forze.
Vengono lanciati petali dei fiori più belli e profumati, è un tripudio di colori.
Ed ecco infine giungere la famiglia reale. Mentre li osservo qualcosa attira la mia attenzione: una figura ammantata di nero sta attraversando i ranghi armati dirigendosi verso il re, indisturbata, nessuno tenta di fermarla.
La figura, un uomo vecchissimo probabilmente di nobili origini, accorgendosi che la osservo, mi rivolge uno sguardo tale da raggelare il sangue e un respiro mi muore in gola trasformandosi in un rantolo. Perdo la presa dal ramo sul quale ero appollaiata e capitombolo giù dall'albero.
Fortunatamente non ero troppo in alto e riesco a non farmi troppo male.
Mi faccio largo tra la folla, in direzione del re. La scena che mi si mostra è raccapricciante, l'uomo porge in omaggio al re un fiore identico a quello che mi era stato donato il giorno prima e poi si trasforma in una miriade di vermi. Il corteo prosegue la sua strada velocemente.
Io resto come imbambolata, le parole della figura riecheggiano nella mia testa: "Io sono l'ultimo dei miei, io e solo io posso porgervi il giusto dono! Ecco Maestà! Ora anche il Casato di Torre Oscura vi ha porto i suoi omaggi!"
Dato che tutte le manifestazioni della giornata sono state annullate decido di chiedere informazioni sul Fiore di Bella Vita e sul casato di Torre Oscura.
Giro per un po' tra la gente del posto, ma appena sentono il nome del casato fuggono con un'espressione di terrore. Opto quindi per istruirmi da sola e mi reco alla biblioteca dove passo tutta la giornata.
Era ormai tardi quando chiusi i vari tomi che stavo studiando: era stata una faticaccia, ma avevo trovato qualcosa di interessante.
Gli spettacoli della sera stavano incominciando, così mi recai all'arena.


CAPITOLO 4

Chiusi i tomi su cui ero stata china tutto il giorno ed uscii dalla biblioteca dirigendomi verso l'arena.
Nonostante quello che era successo al mattino notai che moltissima gente avrebbe partecipato alla serata.
Entrai nell'arena e fui avvolta in un'atmosfera di allegria. Il posto era pieno di gente e dovetti farmi largo a spallate per trovare un posto dal quale godermi lo spettacolo.
Maghi, giocolieri, saltimbanchi, cantanti... passarono parecchie ore prima che lo spettacolo giungesse al termine.
Uscii dall'arena, decisa a riposare per quelle poche ore che mi separavano dall'alba. Nonostante l'ora tarda le strade erano ingombre di bancarelle che riempivano di colori le vie della città.
La mia attenzione fu attirata da una bancarella di tessuti. Mi ci avvicinai. Stavo scegliendo un taglio di tessuto quando mi sentii afferrare per le braccia. Mi girai come una furia decisa far assaggiare la mia spada al malcapitato aggressore e voltandomi riconobbi quella faccia di bronzo di Galath. "Che maniere di salutare!..." ma ero contenta che ci fosse anche lui; percorremmo le viuzze della città con al fianco il mio fedele cavallo Tord, e il destriero di Galath tenuti per la cavezza, quando udii in lontananza un urlo di terrore, una voce di donna.
Saltammo in groppa ai cavalli e ci dirigemmo al galoppo in direzione dell'urlo; non eravamo vicini, svoltammo in parecchi vicoletti secondari e... Tord si fermò con una brusca impennata. Davanti a noi due figure: una appiattita contro il muro e una stesa a terra. Il cavallo non voleva proseguire, si stava imbizzarrendo... cosa strana per un animale abituato a condurmi fedelmente in battaglia. Scesi e mi avvicinai cautamente alle due figure: quella contro il muro era una donna, probabilmente quella che aveva urlato.
"Cosa è successo?" chiesi avvicinandomi. La donna non rispose e il mio sguardo si spostò sulla figura stesa a terra. Il respiro mi morì in gola: un uomo morto scarnificato da neri vermi che ancora lo stavano divorando.
Dopo essermi coperta il naso con un lembo del mantello mi chinai sul cadavere e lo esaminai toccandolo solo con la punta del pugnale: nelle sue tasche c'erano poche cose e... sussultai, nella mano scarnificata un fiore di Bella Vita appassito.
Una mano mi si posò sulla spalla, mi voltai di scatto spaventata e mi trovai davanti un soldato "Ci pensiamo noi" disse.
Annuii e mi diressi verso il cavallo, che mi attendeva, trattenuto dall'Esploratore, all'inizio del vicolo. Montammo in sella e mi defilammo nella notte.
Ci fermammo qualche edificio più in là: il fiore di Bella Vita... io lo avevo ancora intrecciato tra i capelli... lo tolsi e lo osservai... il mio era ancora candido e profumato, come appena colto.
Chiesi a Galath di aspettarmi un attimo. Tenendo il fiore in mano mi diressi verso le porte della città e, appena fuori, lo deposi gentilmente ai piedi di un boschetto che sorgeva lì vicino.
Mi voltai e tornai da Galath, che mi stava aspettando pazientemente.


CAPITOLO 5

Avevo passato la notte in taverna con Galath. Quando al mattino aprii gli occhi lui era già uscito.
Mi vestii e scesi al piano inferiore a fare colazione. Avevo quasi finito di rimpinzarmi di cose buone quando lo vidi entrare in Taverna.
"Sbrigati a fare colazione o quando arriveremo si saranno già presi i posti migliori... ho già fatto preparare alla locandiera un cesto per il pranzo" gli dissi porgendogli una tazza di latte fumante.
Presto fummo in strada, dove già ci stavano aspettando degli amici maniscalchi di Galath: Karlos, Petros e Vanni. Mentre eravamo in coda per entrare all'arena scoprimmo che non si sarebbe potuto accedere agli spalti con le armi e non mi sorrideva affatto l'idea di lasciare incustodita la mia spada, per cui Petros si offri di riportare indietro le armi.
Mentre aspettavamo il ritorno del giovane per entrare, mi accorsi che stava succedendo qualcosa di strano: sembrava che nessuno si ricordasse più dei terribili avvenimenti del giorno passato.
Appena Petros fu di ritorno entrammo nell'arena. Fortunatamente le guardie non mi perquisirono, altrimenti avrebbero trovato un pugnale nascosto prudentemente in un mio stivale.
Ci sedemmo ed alcuni minuti dopo iniziò il torneo.
I giostranti si susseguirono in un turbine di colori e di grida festanti.
Un cavaliere fu disarcionato, mi alzai per vedere meglio la scena... ed impallidii: il cielo, fino a poco prima sereno era ora coperto di minacciosi nuvoloni scuri e solcato da lampi verdastri. Nessun altro sembrava essersene accorto. Chiamai Galath e gli indicai il cielo "Tutto questo non mi piace, dobbiamo scoprire cosa sta succedendo... andiamocene da qui, non è sicuro".
Eravamo intenti a convincere i maniscalchi a seguirci fuori dall'arena quando uno dei lampi verdi colpì uno dei cavalieri in campo in quel momento. Il cavaliere cadde in ginocchio con un urlo di agonia, mentre un nero fumo scaturiva dalla sua armatura. Poi l'armature esplose e al posto del lord che la occupava apparve un mostro coperto di placche ossee, con lunghi artigli e zanne.
Il panico calò sulla folla che iniziò a fuggire calpestando chiunque si trovasse davanti. Noi evitammo di venire calpestati raggomitolandoci sotto le nostre panche.
L'arena era quasi deserta e il mostro pareva non essersi accorto di noi... stavamo attendendo il momento migliore per uscire senza farci sbranare da quella sorta di demone... quando, senza alcuna ragione apparente, Petros si gettò su di lui, impugnando la spada appartenuta a uno dei cavalieri.
Il mostro si gettò sul ragazzo, ma il padre, Karlos, si frappose armato solo di una trave.
Dovevo fare qualcosa... poi vidi i cavalli scossi dei giostranti e mi venne un'idea.
Corsi verso uno dei cavalli e montai in sella. Poi mi diressi al galoppo verso la rastrelliera, dove erano ancora appese in bella mostra le lance da torneo; ne afferrai una, voltai il cavallo verso il mostro e caricai puntando l'arma verso il suo cuore. La lancia in legno si spezzò... ma non prima di essersi conficcata profondamente nella spalla della creatura.
Vanni aveva avuto la mia stessa idea ed ora stava fronteggiando a cavallo il mostro con una mazza ferrata.
Buttai a terra ciò che rimaneva della lancia e voltai il cavallo per prendere un'altra arma nella rastrelliera. Ero quasi arrivata quando un urlo dell'esploratore mi costrinse a voltarmi: il mostro aveva disarcionato Vanni e Galath era andato in suo soccorso facendo cadere ed immobilizzando la creatura con una rete strappata dalle protezioni laterali.
Lasciai perdere le armi ad estrassi il pugnale dallo stivale, poi girai il cavallo e lo diressi al galoppo verso il mostro. Senza attendere che l'animale si fermasse scesi di sella e piombai sulla testa del mostro piantandogli il pugnale in mezzo gli occhi, un istante prima che Galath gli tagliasse la gola.
Avevamo vinto, il mostro era morto.
Dopo aver costruito una barella di fortuna per Petros uscimmo dall'arena.
Fuori era un delirio di gente che scappava terrorizzata. Ci infilammo in un vicolo secondario e i maniscalchi portarono via Petros; li stavo guardando allontanarsi quando la mia attenzione fu attratta da un uomo, fermo in un angolo, che guardava sorridendo la folla impazzita... si trattava dello stesso vecchio che aveva reso omaggio all'Imperatore trasformandosi poi in un mucchio di insetti. Anche l'esploratore lo aveva notato, ma quello si accorse di noi e tentò di fuggire.
Lo inseguimmo: era veloce, ma noi riuscimmo a tenergli dietro. Dopo una lunga corsa rallentò e si voltò per vedere se era riuscito a seminarci. Noi restammo nascosti dietro un angolo ad osservarlo.
L'uomo, convinto di averci seminato, entrò in un vecchio edificio semidiroccato e si chiuse alle spalle il portone marcio.
Ci avvicinammo: dovevo scoprire cosa diamine stava succedendo in quella città.
Non fu difficile forzare la serratura arrugginita del portone che cedette quasi immediatamente.
Ci addentrammo nell'edificio diroccato, pugnali alla mano e tutti i sensi all'erta. Un insopportabile odore di putrefazione ammorbava l'aria.
Sentimmo dei rumori provenire dai piani inferiori: le cantine.
Scendemmo una lunga scalinata con precauzione, l'odore di putrefazione si faceva sempre più forte e ci coprimmo il naso con un lembo del mantello.
Arrivati al fondo della scala ci trovammo davanti uno spettacolo raggelante: cantinaia di cadaveri in vari stadi di putrefazione sui quali crescono rigogliosi migliaia di fiori di bella vita.
Scorgemmo una piccola porta all'estremità opposta della stanza e vi ci dirigemmo. Una volta aperta ci trovammo davanti a un fornitissimo laboratorio alchemico, con alla nostra destra una libreria.
Al centro della stanza il vecchio, che ci guardava con odio infinito.
"Siano maledetti tutti coloro che si opporranno alla giustizia che monderà questa città perversa! Ora è troppo tardi per fermare la mia vendettaaaaah" disse e subito dopo iniziò a decomporsi davanti ai nostri occhi. Ci trovavamo davanti a uno zombie: pochi brandelli di carne marcia appesi alle ossa, un teschio illuminato da fiammelle cremisi.
Noi eravamo armati solo di due pugnali senza alcuna proprietà magica, armi assolutamente inutili contro quell'essere.
Poi fissai le ampolle sparse ovunque... capivo qualcosa di alchimia... forse...
"Galath distrailo mentre cerco di combinare qualcosa..." L'esploratore capì al volo cosa intendevo fare e si allontanò da me, verso la biblioteca...
Corsi verso il tavolo e iniziai ad analizzare febbrilmente quello che c'era sparso sopra, poi trovai i tre elementi che cercavo... li mescolai rapidamente stando ben attenta a non toccare l'acido risultante.
In quel momento l'esploratore fu scagliato contro la libreria da un incantesimo dello zombie. Tirai l'ampolla contro il mostro, ma invece di colpirlo al cranio presi la spalla... e le ossa iniziarono a sciogliersi. Lo zombie si voltò verso di me e mi strinse il collo con l'unica mano rimastagli. Era incredibilmente più forte di me, non riuscivo a respirare nè a liberarmi. Poi l'essere mi lasciò andare con un terribile urlo di agonia: cadendo sulla libreria Galath aveva trovato un pugnale d'argento intarsiato di rune magiche e lo aveva piantato nel cuore putrefatto dello zombie. Dal pugnare scaturì una luce accecante, mi sentii incredibilmente stanca, non riuscivo a stare sveglia... e chiusi gli occhi.


CAPITOLO 6

Mi faceva male la testa. Sentivo un acre odore di muffa misti a quello dolciastro di putrefazione. Non ricordavo bene cosa fosse successo. Avevo freddo. Mi girai cercando con la mano la coperta... non trovai nulla, solo fredda pietra intorno a me... pietra?? Poi improvvisamente ricordai cosa era successo... ero ancora viva?
Aprii gli occhi e lentamente mi misi a sedere. mi guardai intorno: nel laboratorio erano evidenti i segni del combattimento, a pochi passi da me c'era Galath, anche lui si stava svegliando, dello stregone e del pugnale nessuna traccia. Mi avvicinai all'esploratore e sussurrai "Buongiorno bell'addormentato... abbiamo fatto un pisolino?" sorrisi "Grazie".
Ci alzammo e frugammo un pò nel laboratorio, nella speranza di trovare qualcosa che ci aiutasse a capire cosa stava accadendo in quella città: trovammo due libri coperti di polvere e muffa. Nella stanza c'era poca luce, sarebbe stato impossibile leggere. Risalimmo le scale che avevamo sceso per seguire lo stregone: dalle crepe del muro si intravedeva il cielo, coperto di nuvole nere e minacciose e stava piovendo.
Eravamo ansiosi di respirare nuovamente aria fresca, ci dirigemmo verso il portone e lo aprimmo. Non avemmo modo di fere neppure un passo all'esterno che un corpulento soldato ci si parò davanti "Alt" disse "dovete seguirci".
Ci guardammo attorno: eravamo circondati da un nutrito gruppo di guardie cittadine che ci fissavano con uno sguardo tra il terrorizzato e l'odio.
Decidemmo di seguirli senza opporre resistenza, in fondo, a parte due pugnali, eravamo disarmati.
Fummo condotti al palazzo reale. Attraversammo maestosi saloni e corridoi senza fine, fino a giungere a quella che sembrava una grande sala d'attesa.
Oltre a noi c'erano altre persone che mi sembrava di conoscere.
Galath ed io ci sedemmo su una delle tante poltrone di velluto che arredavano la grande stanza, poi, dato che nessuno sembrava prestarci attenzione, decidemmo di esaminare i libri trovati nel laboratorio.
Le copertine erano vecchie e consunte: uno dei libri parlava della maledizione di Ezimeth e di come evocarla, mentre l'altro libro era un diario... della casata di Torre Smeraldo. Leggemmo entrambi con interesse, io avevo il solito atteggiamento da "prendo atto, non ho abbastanza elementi per giudicare".
Era ormai mezzogiorno quando una donna entrò nella stanza: era la regina Firith. Il suo incedere era leggero, sembrava quasi che i suoi piedi a malapena sfiorassero il suolo, un velo leggero le copriva il viso, senza nascondere i suoi lineamenti elfici. Restai a bocca aperta, era moltissimo tempo che non vedevo un'elfa.
Poi la regina parlò con voce dolce e melodiosa "Benvenuti miei signori, le mie guardie mi avevano informato della presunta cattura di alcuni artefici di questi nostri tristi giorni, ma ora che vi vedo, comprendo perfettamente quanto fosse errato il loro giudizio. Non vedo traccia nei vostri animi del male che ci circonda e vi porgo le mie scuse per le brusche maniere che avete dovuto patire. Ora vi chiedo, per il bene di questa città, di riferirmi ciò che sapete" disse.
Ascoltò uno ad uno tutti i presenti, poi fu il mio turno. Le raccontai dell'uomo visto alla parata, dello scontro contro il mostro all'arena e di quello con lo stregone, ma non le dissi dei libri che avevo trovato in laboratorio, invece le chiesi con un sorriso "Signora della Città delle Stelle io non capisco cosa stia accadendo qui... vi prego di illuminarmi con la Vostra saggezza, affinchè noi possiamo capire e, se in nostro potere, aiutarvi". Quindi attesi la sua risposta.


 


 

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