Visione di una notte (parte 2)
 |
DOLCELUNA
Rimanemmo immobili fra la boscaglia indecisi sul da farsi. Potevamo
cercare di aggirare la battaglia, ma questo non era il problema
principale. Se c'era una battaglia significava che c'erano almeno
due fazioni in lotta fra loro e noi ci ritrovavamo nel mezzo di
questa diaspora senza avere cognizione delle cause e delle forze in
campo. |
Aggirando
quella situazione potevamo cadere in un problema maggiore... era il
momento di valutare con calma la nostra avventura.
"Che ne dici?" mormorai a Kloda.
L'amazzone mi guardò "Non ci voleva questo imprevisto.. togliamoci di
qua, allontaniamoci e poi li controlliamo da lontano... a questo punto
la situazione si complica!".
Paido annuì d'accordo con il rapido ragionamento dell'amica e ci
spostammo verso i cavalli. Ma non facemmo in tempo a sparire!
Tre uomini ci scorsero e si avventarono su di noi con una furia mai
vista.
Articolavano un linguaggio incomprensibile, mentre sferravano il loro
attacco, ma non avevano previsto di incrociare le spade con una delle
migliori amazzoni dell'imperatrice.
Con un movimento fluido Kloda smontò da Darkrjo ed estrasse la lunga
spada lucida, parandosi per prima di fronte alla loro avanzata. Con
colpi mirati e micidiali mise in seria difficoltà i tre, facendoli
perfino arretrare di qualche passo.
L'intervento di Paido non si fece attendere ed in pochissimi attimi le
fu al fianco ingaggiando anche lui la sua partita mortale.
Mi ritrovai su Ombroso ferma a fissare i miei amici... era la prima vera
battaglia cui assistevo e mi aveva colta impreparata. Fu in quel breve
momento di stupore che due braccia mi afferrarono e mi tapparono la
bocca.
Fui trascinata a forza nella boscaglia senza riuscire a dare l'allarme
ai miei due amici. Il panico mi attanagliava la mente. Cercavo di
divincolarmi da quella stretta ma non riuscivo che a rallentare la sua
marcia che mi portava lontano da loro.
Avvertii una seconda e poi una terza presenza al mio fianco, ma non
riuscivo ancora a focalizzarli. Finalmente vidi un volto di sfuggita.
Era una delle persone che avevo visto nella battaglia durante la mia
proiezione astrale vicino Ombrasolitaria.
Non volevo far del male a degli innocenti, ma fu quando vidi balenare un
lungo pugnale che il panico si dileguò dalla mia testa e svicolai dalle
sue spire. Raccolsi l'energia magica che mi serviva e la feci esplodere
improvvisa.
Colsi completamente impreparati quei barbari arboriani. Ora li avevo di
fronte a me decisi evidentemente a pareggiare il conto, ma nei loro
sguardi c'era un qualcosa di strano che non decifravo. Mi attaccarono
senza indugiare e dovetti far ricorso alle armi per difendermi, visto
che l'esplosione magica mi aveva debilitata oltre il necessario.
Non avevo calibrato la forza necessaria e questo gesto impulsivo mi
aveva stancata più di quanto volessi. Non avrei resistito per molto
senza Kloda e Paido al mio fianco.
La situazione si stava complicando maledettamente e mi ritrovai a
correre fra i cespugli cercando di seminarli, ma non avendo la più
pallida idea di dove stessi andando. Li sentivo vicinissimi con il loro
vociare concitato.
Era poco onorevole scappare, ma in quella situazione sinceramente non
vedevo altra soluzione. Fu con un sussulto e con il sangue ghiacciato
che oltre l'ultimo cespuglio mi ritrovai proprio dove non avrei voluto
essere .. nel pieno della battaglia che avevamo deciso di aggirare.
Dovevo aver fatto una inversione di troppo!
"Non ti farò vergognare... papà" mormorai stringendo i denti e
affidandomi ai suoi insegnamenti mi gettai nella mischia.
Non riuscivo a distinguere le diverse fazioni, per me erano tutti
possibili nemici.
Presa nel turbine della battaglia con la spada in mano, le braccia
dolenti e l'affanno che cominciava ad interrompere i miei respiri con
troppa regolarità, riuscii a vedere distintamente il volto di Paido fra
la macchia.
Ormai il sangue scorreva a fiumi e la radura era ricoperta di corpi
ormai privi di vita o agonizzanti. Strinsi i denti ed affondai di nuovo
la lama nel petto di un arboriano.
Paido era ancora lì, vicino a Kloda, che mi faceva segno di
raggiungerli. La distanza era poca, ma fitta di duellanti.
Ero finalmente a pochi passi da loro, quando sentii sibilare una lama a
poca distanza da me e feci giusto in tempo a voltarmi. Un cavaliere mi
aveva mancata, con la sua ascia, di pochissimi centimetri per un mio
scatto improvviso dovuto ad un corpo steso a terra.
Questo mi aveva salvato la vita, al primo colpo, ma voltandomi gli avevo
dato il tempo di far rientrare la lama e con il secondo passaggio mi
aprì una ferita diagonale sul ventre.
Mi portai le mani alla ferita, che iniziava a sanguinare, mentre il
cavaliere stava preparandosi a darmi il colpo finale.
Tra la confusione della battaglia distinsi le grida di Kloda e Paido che
temevo avessero lasciato il loro sicuro nascondiglio nel tentativo di
aiutarmi.
Che stupida ero stata!! La grande strega... avrei riso se ne avessi
avuto la possibilità.. ma il dolore era forte.
"Ti arrendi così?" una vocina da dentro echeggiò nella mia mente "..è
tutto qui!".
"Nurah ." la riconobbi. "No, non ero solo questo .".
Alzai lo sguardo ed il braccio di fronte all'ascia che stava calando su
di me e raccolsi i miei ultimi orgogliosi frammenti di magia. La terra
rispose, come faceva sempre e la lama dell'ascia si sgretolò su di una
parete invisibile di protezione.
La magia della natura ora la sentivo scorrere rigenerante e rassicurante
dentro di me. La bolla si espanse mandando a gambe all'aria ogni persona
nel raggio di tre metri.
Quando Paido e Kloda mi raggiunsero la bolla era svanita, ma anche la
battaglia si era interrotta.
Tutti gli occhi erano su di noi.
"Per qualcuno che voleva aggirare la battaglia... complimenti Dolce .."
mi mormorò Kloda senza cambiare l'espressione risoluta.
"Ragazzi... non so come dirvelo ma temo che non amino molto la magia da
queste parti.." le dissi di rimando.
PAIDO
Kloda ed io raggiungemmo Dolceluna, che era ancora in ginocchio e
fissava gli uomini intorno a lei. Una folata di vento fece danzare i
nostri capelli, mentre un silenzio schiacciante regnava sul campo di
battaglia. Centinaia di occhi studiavano ogni nostra mossa. Dolceluna si
rimise in piedi lentamente e si portò dietro Kloda e me, con le armi
sguainate e bloccati in posizione difensiva.
“Qualche idea, Paido?”, sussurrò Kloda guardandosi nervosamente intorno.
“Beh… tentare un accerchiamento lo escluderei”, risposi con un filo di
voce.
Ricevetti dall’amazzone una leggera gomitata sulle costole: “Ma ti
sembra questo il momento di scherzare? Scemo…”.
Un uomo si avvicinò a noi cautamente, senza abbassare le armi e
incominciò ad osservarci più attentamente. Eravamo pronti al peggio.
Passarono pochi secondi, prima che lo straniero ci puntasse contro il
dito e pronunciasse ad alta voce una frase in un dialetto
incomprensibile. Subito si levò un brusio preoccupato dai guerrieri, che
ormai ci avevano circondato.
Non capivamo, ma sicuramente partì qualche insulto, chiaramente
distinguibile dal tono di voce. L’uomo tornò a fissarci duramente e gli
sguardi peggiori erano diretti alla strega. Altri sei uomini raggiunsero
l’uomo e, puntandoci contro le spade, ci diedero un ordine a noi
sconosciuto.
“Eh?”, risposi istintivamente.
Quando ripeterono la consegna e si fecero più aggressivi, Kloda
sussurrò: “Ho come l’impressione che ci stiano ordinando di gettare le
armi”.
Con estrema riluttanza, l’amazzone obbedì al comando, subito seguita da
Dolceluna e me.
“Io suggerirei di iniziare un dialogo con questi uomini, o qui va a
finire male”, suggerì la strega con fare preoccupato.
“E come? Non capisco niente di ciò che dicono… loro saranno nella nostra
stessa condizione”, risposi.
“Non tutti non capire ciò che dite”, puntualizzò una voce tra i
guerrieri.
Un uomo sui 32 anni, con i capelli azzurri lunghi fino a metà schiena,
armato di spada e corazzato con un corpetto di cuoio borchiato, si fece
largo e ci raggiunse.
Rinfoderò la lama, sicuro della copertura offerta dai suoi compagni, e
continuò a parlarci con un Arcanese un po’ abbozzato: ”Noi non sapere
chi voi siete o cosa volete, ma donna qui è maga e ciò è male”.
“Strega, prego”, aggiunse Dolce.
“Come fai a conoscere la nostra lingua? E perché la magia non è
contemplata nelle vostre terre?”, chiese Kloda sostenendo lo sguardo
duro dell’uomo.
“Io avere esplorato vostre terre più volte. Durante i miei lunghi viaggi
in vostre terre, avere sentito dialogare vostra gente mentre si
rilassavano sulle sponde di fiume Urth”, rispose indicando in direzione
del Kruill.
“Urth?”, ripetei il nome a me straniero.
“Deve essere il nome del Kruill nel loro dialetto”, mi spiegò
velocemente Kloda.
“E per quanto riguarda la magia? Perché tanta ostilità verso di essa e i
suoi praticanti?”, chiese la strega, speranzosa di non fare una brutta
fine.
Lo sguardo dell’uomo si fece ancora più duro e alzò il tono della voce:
“Magia è male! Oscure creature praticare magie! Se donna usare magia,
lei essere creatura di male!”.
“Non scherziamo! Vi sembro forse una creatura del male?” rispose offesa
Dolceluna.
“Calmiamoci un attimo e ragioniamo”, intervenne Kloda. “Noi non siamo
qui con intenzioni bellicose o altro. Siamo venuti nelle vostre terre
per un’esplorazione. Abbiamo sentito parlare di questo regno, Arborania,
ed eravamo curiosi”.
“Poco importa di ciò”, la interruppe l’uomo. “Voi utilizzato arti
maligne e noi ora portare voi al cospetto di Vetiros”.
“E chi sarebbero questi Vetiros?” chiese Dolceluna.
“Probabilmente sono coloro che ricoprono il ruolo delle nostre Madras”,
supposi.
L’uomo si allontanò e si portò al fianco di dieci guerrieri, dandogli
delle rapide indicazioni. Questi obbedirono e, puntandoci le armi al
collo, iniziarono a scortarci verso nord. Non ci era permesso il minimo
movimento. Camminammo per interminabili ore e le gambe iniziarono a
farsi pesanti.
“Per quanto ancora dobbiamo camminare?” chiesi infastidito ad un
guerriero al mio fianco, sapendo benissimo che non avrei ricevuto
risposta. L’uomo mi lanciò un’occhiataccia e mi rispose qualcosa.
“Pensi che ci uccideranno?”, chiese Dolceluna a Kloda.
“Spero di no, ma se decideranno di farlo non gli darò vita facile”,
rispose l’amazzone con voce fiera.
Sorrisi.
Dopo parecchie ore, si scorsero delle abitazioni verso nord-ovest. Il
gruppetto di marcia cambiò quindi direzione verso le costruzioni. Nel
giro di mezz’ora, arrivammo al villaggio.
Le case erano fatte interamente di legno molto robusto e si estendevano
in lunghezza. Accanto alle porte, erano intagliati nel legno dei
simboli, simili a rune, che probabilmente stavano ad indicare la
famiglia di appartenenza. Spesso, sui casolari più ampi, ve ne erano
incisi più di uno.
La città era costruita a forma pentagonale ma rimasi molto sorpreso dal
fatto che non vi erano né fossati, né palizzate, né mura di protezione.
Il sole ormai stava iniziando a scomparire dietro le montagne e dai
camini delle abitazioni, posti al centro del tetto anch’esso in legno,
si levava un morbido fumo, portandosi insieme uno stuzzicante profumino
di carne alla brace. Questo ci ricordò che non avevamo mangiato e lo
stomaco iniziò a farsi sentire.
Poca gente era ancora per strada e si spostava al nostro passaggio,
lanciandoci fredde occhiate. Venimmo condotti, per la polverosa strada
principale, verso una costruzione che superava le altre in altezza ma
non in lunghezza, eretta con un legno più pregiato delle altre
abitazioni e con un intaglio migliore. Sopra il pesante portone
d’ingresso troneggiava un’imponente scritta, illeggibile ai nostri
occhi.
Accanto all’edificio vi era un gigantesco albero simile a quelli che si
trovavano abbondantemente nella foresta, con una gabbia di legno legata
al ramo più robusto. Ci fu dato l’ordine di fermarci ai piedi della
pianta, mentre due guerrieri tiravano giù la prigione di legno con la
corda. Una volta a terra, ci spinsero dentro con la punta delle spade e
venimmo issati a circa 15 metri di altezza. I guerrieri legarono
saldamente la corda ad una radice sporgente ai piedi dell’albero e si
diressero verso l’imponente costruzione, entrandovi.
“Perfetto….” polemizzò Kloda. “Ci mancava solo questa. Certo che se quel
capellone era il più diplomatico di tutti, non oso immaginare come
possano essere gli altri”.
L’amazzone incominciò a camminare nervosamente su e giù per la gabbia,
mentre Dolceluna si era seduta al centro a gambe incrociate, affaticata
dal lungo camminare. Io mi appoggiai con la schiena alle sbarre.
“Per quanto tempo pensi che ci tengano qui appesi?” chiese la strega a
Kloda. “Inizio ad avere fame…. speriamo che ci diano da mangiare”.
“Boh….”, risposi al posto dell’amazzone. “Dipende da quanto ci mettono a
decidere su cosa fare di noi. In poche parole, siamo in mano ai loro
Vetiros”.
In quel momento, dalle case circostanti sbucò la figura dell’uomo dai
capelli azzurri che ci aveva parlato, dirigendosi anche lui verso la
grande costruzione, probabilmente il luogo dove risiedevano i loro capi.
Ignorò i nostri richiami ed entrò.
“Quello mi sta già antipatico”, sbuffò Dolceluna. “Ma non hanno il
minimo rispetto verso gli stranieri? Non ci hanno dato il tempo di
spiegarci, che subito ci sbattono in una cella a 15 metri di altezza e
senza cibo!”.
“Almeno la vista è bella”, cercai di sdrammatizzare abbozzando un
sorriso.
“Paido… sto iniziando a pentirmi di averti portato con noi”, mi
rimproverò secca Kloda.
Subito le lanciai un’occhiataccia: “Sono per caso io quello che si è
messo a praticar magie in mezzo ad un campo di battaglia?”.
La risposta di Dolceluna non si fece attendere: “E cosa dovevo fare
secondo te? Starmene lì e farmi ammazzare da quel guerriero?”, urlò la
strega balzando in piedi. “Ah certo, ti avrei fatto un grosso favore
visto che se fosse stato così non ti avrebbero scoperto. Ma io?”.
“Beh, tu potevi anche fare più attenzione invece di farti sorprendere
come una novellina”, replicai con lo stesso tono di voce.
“Oh…. scusami tanto se non sono una guerriera come lei”, disse offesa
indicando Kloda.
“Non avete di meglio da fare che urlarvi contro?”, intervenne
infastidita l’amazzone. “Sono già abbastanza nervosa senza che vi ci
mettiate anche voi”.
“Ci scusi tanto, Vicecomandante”, ironizzai innervosito. “Non recheremo
più alcun danno ai vostri nervi che sono logori almeno quanti i
nostri!”.
“Piantala o ti spacco la testa contro le sbarre”, rispose l’amazzone.
La tensione era alle stelle. Per tutto il tempo passato insieme, non
avevano mai litigato così, ma ora la situazione aveva rotto l’armonia
del gruppo. Fortunatamente, la lite venne interrotta quando il portone
principale si aprì e venne fuori ancora l’uomo dai capelli azzurri,
dirigendosi verso la gabbia. Tutti e tre ci appoggiammo con le mani alle
sbarre, ormai calmi dopo l’essersi sfogati. Il nostro sguardo venne
ricambiato dall’esploratore, che si fermò ad una distanza tale da
vederci in volto. Eravamo impazienti di ascoltare quali notizie
portava…….
KLODA
L'esploratore dai capelli azzurri ci fissò per qualche attimo senza dire
niente. Notai in lui delle differenza fisiche rispetto agl'altri
arboriani; le sue iridi rosse, le labbra pallide, i capelli azzurri,
l'altissima statura, le spalle molto larghe e il naso insolitamente
piccolo mi fecero pensare che poteva essere diverso dagli altri, magari
possedeva qualcosa di speciale...
Dopo averci esaminati con lo sguardo, senza voltarsi nemmeno, richiamò a
se un gruppetto di uomini poco dietro alle sue spalle e ordinò loro nel
dialetto a noi sconosciuto qualcosa di preciso.
Tredici guerrieri armati da testa a piedi raggiunsero l'albero su cui ci
trovavamo e si occuparono di liberarci dalla gabbia, ma a rimprigionarci
legandoci braccia e mani, tralasciando solo gambe e piedi per
permetterci di camminare. Ci condussero al portone d'entrata
dell'edificio, in cui avevamo visto entrare l'uomo dai capelli azzurri,
il quale ci raggiunse scortato da altri cinque dei suoi.
Ci stavano trattando come dei criminali e questo non riuscivo proprio ad
accettarlo... Pensavo che la nostra era stata soltanto difesa e
certamente non avevamo mai avuto l'intenzione di ferire qualcuno, tanto
meno nel bel mezzo di una battaglia...
Quel che mi assillava di più, però, era come saremo stati in grado di
spiegare che il nostro era solo un viaggio d'esplorazione a quei pazzi
degli arborani che parlavano in chissà quale lingua....
Il portone d'entrata si spalancò aperto dall'interno da due guardie, che
non mormorarono parola alcuna. I guerrieri ci spinsero a forza
nell'edificio, che dall'interno sembrava appartenere ad una famiglia
molto ricca.
L'enorme atrio accoglieva gl'ospiti tra numerosi quadri con massicce
cornici d'oro, varie statue ai lati delle pareti, uno straordinario
soffitto affrescato, che rappresentava una battaglia, e nel bel mezzo
della sala una fontana con continua acqua corrente.
Da questo atrio si accedeva a varie stanze che si dipartivano
lateralmente, mentre opposta all'entrata vi era una scalinata che
portava ai piani superiori.
L'uomo dai capelli azzurri e le sue scorte ci precedettero sulla scala,
indicando ai guerrieri la strada da compiere.
Anche i corridoi erano ornati con quadri e statue, quindi immaginai che
la proprietaria di quella abitazione fosse senza dubbio la famiglia più
ricca in quella cittadina.
Mentre camminavamo, cominciai ad esaminare uno dei guerrieri a caso...
L'elmo che indossava era argentato e riportava un simbolo, lo stesso
raffigurato anche sulla lama della sua spada e
sull'armatura a livello del petto. Rappresentava uno scudo avvolto da un
serpente rosso fuoco...
Mi misi ad osservare anche gl'altri dodici e notai che il simbolo si
ripresentava per ognuno di loro ed immaginai che fosse quello del loro
esercito.
"Avete visto...?" mormorai a Paido e a Dolceluna "Il loro simbolo... Gli
scudi del serpente infuocato..."
Da quel giorno in poi sarebbe stato proprio così che avremmo chiamato
quei guerrieri...
Ci condussero fino ad una stanza, dove ci stavano aspettando nove
uomini: uno di loro, non armato ma ricoperto di gioielli, stava seduto
in mezzo alla stanza su un comodo trono rivestito d'oro, mentre gli
altri, che erano le sue guardie, lo accerchiavano lasciando libero solo
il lato davanti, in modo che ci potesse vedere.
Ci fecero inginocchiare al suo cospetto mollandoci uno spintone, mentre
l'uomo dai capelli azzurri rivolgeva a quel ricco uomo la parola.... Lo
sentimmo diverse volte nominare le parole "Vetiros Tandher Gjblos"
quando iniziava ogni frase...
Mi sembrava una vocazione e, ricordando che ci avrebbero condotto da un
"Vetiros", immaginavo che si trattasse proprio dell'uomo sul trono.
Quando il Vetiros si girò verso di noi per esaminarci, l'uomo dai
capelli azzurri si avvicinò a noi...
"Vetiros Tandher Gjblos vuole sapere perchè voi essere venuti in nostra
terra..?"
Mentre Dolceluna si stava dedicando a suo modo di scoprire qualcosa di
più del Vetiros e io mi guardavo attorno cercando un modo per fuggire se
la situazione lo avrebbe richiesto, Paido prese la parola e stressato
gli rispose: "Siamo venuti per curiosità ad esplorare questa terra, ma
siamo venuti in pace!"
L'uomo dai capelli azzurri lo fissò inarcando un sopracciglio e gli
domandò: "Cosa significare "pace"? Razza di cavallo?"
Paido scosse il capo e avvilito: "No, significa che noi siamo venuti qui
senza intenzioni ostili, non vogliamo far del male a nessuno..."
Il Vetiros chiamò l'uomo dalle iridi rosse Desjka e si fece tradurre ciò
che aveva detto mio fratello. Mormorai a Dolceluna: "Desjka... Allora è
così che si chiama quell'idiota..."
Cominciarono a domandare a Paido di tutto e di più: cosa cercavamo, chi
ci aveva mandato, cosa volevamo portar via loro, chi volevamo uccidere e
così via. E la risposta fu sempre la stessa, ossia
che eravamo arrivati ad Arborania solo per curiosità e nient'altro ci
aveva spinti ad intraprendere quel lungo viaggio, ma io mi chiedevo se
questo Desjka sapesse veramente cosa volesse dire curiosità, ignorantone
di un traduttore che mi sembrava...
Ad un certo punto il Vetiros s'innervosì, quindi si sgolò rivolto ai
tredici guerrieri che nel frattempo avevano iniziato a chiacchierare tra
di loro, li mandò fuori dalla stanza, fece chiamare altre quattro sue
guardie, obbligò Desjka a tacere e ci squadrò un'ultima volta, per poi
ordinare ad alcuni dei suoi di condurci fuori dalla stanza in chissà
quale altro luogo.
Nuovamente stavamo percorrendo uno dei lunghi e tappezzati corridoi...
Fissai Paido, che mi sembrava più stanco che arrabbiato, e dispiaciuta
per la situazione in cui c'eravamo cacciati gli dissi: "Ehi
fratellino... Vedrai che risolveremo tutto..." gli sorrisi esprimendogli
il mio affetto.
"Si certo... Ma non fin quando il traduttore del Vetiros sarà quell'incapace...
Il Vetiros... Sarà sicuramente il governatore di questa cittadina, visto
che nei sotterranei della sua casa ci sono pure le prigioni!"
Mi girai di scatto seguendo la mano di Paido, che indicava la cella
verso la quale ci stavano
conducendo, e piuttosto alterata gli risposi: "Diavolo! Ma che gli
prende a questi Arborani?? E dove sono finite le mie armi? E soprattutto
se scopro che il mio adorato Darkrjo non sta bene..." mi fermai a metà
frase ringhiando.
Una delle guardie aprì la cella, mentre le altre ci spinsero di forza al
suo interno...
Mentre si allontanavano, li potevamo sentire ridere fragorosamente e
questo mi fece innervosire tanto che li minacciai di ammazzarli tutti,
realizzando poi che comunque non avrebbero capito una parola.
La cella era piccola, lurida ed incredibilmente puzzolente...
Sembrava che lì in precedenza ci avessero fatto morire qualcuno e la
cosa mi preoccupò, e intanto la nostra fame cresceva...
Dolceluna iniziò a fissarci, come se stesse aspettando il momento
opportuno per dirci qualcosa, così inarcando un sopracciglio le chiesi:
"Che c'è? E' da molto che non parli..."
Paido ed io la guardavamo perplessi attendendo una risposta...
"Ricordi quella volta alla cascata, quando ti feci vedere i ricordi di
Ombrasolitaria? Ho fatto la stessa cosa con il Vetiros.. Ho visto alcuni
dei suoi ricordi..."
Spalancai gli occhietti: "Veramente?? Bene, e cos'hai visto??"
Volgendo lo sguardo al soffitto e pensante rispose: "Ho visto proprio
Ombrasolitaria... Stava in una grande sala insieme al Vetiros ed a tanti
altri uomini conciati come quest'ultimo... Penso che fosse una riunione
tra i Vetiros quindi... Ma Ombrasolitaria e un altro uomo più anziano
accanto a lui erano vestiti diversamente rispetto a tutti gli altri
presenti, i quali si rivolgevano a loro con rispetto... Ho visto un
altro ricordo, ma meno importante... Era notte e il Vetiros che abbiamo
incontrato oggi rientrava a casa passando per un'entrata secondaria...
Ho notato che non c'erano guardie.. Potrebbe tornarci utile se vogliamo
fuggire, no?"
Sorrisi a Dolceluna: "Esattamente... Ben fatta! Mi domando soltanto cosa
ci faceva Ombrasolitaria tra i Vetiros e chi sia... Ma soprattutto se lo
rivedremo..." mi zittii riflettendo tra me e me.
Paido mi fissò: "Mi auguro che tu stia pensando a come uscire da questa
cella..."
Mi girai verso di lui e gli feci una smorfia: "Perchè non provi a
sfondare le sbarre con la tua testa? Vabbè... Seriamente ragazzi, voi
avete qualche idea su come uscire da quì?"
DOLCELUNA
Ma guarda tu in che situazione c'eravamo andati a cacciare!
Si certo, il senso di colpa mi tormentava e la puzza nauseante in quella
cella stava davvero diventando insopportabile.
"Adeso basta" sbuffai alzandomi dal pagliericcio imputridito, sotto lo
sguardo incuriosito di Kloda.
"Non è sopportabile questa condizione.. ma che sono barbari senza
cervello??" la mia voce si stava incrinando. L'isteria stava lentamente
affacciandosi.
"E come intenderesti risolvere questa realtà.." mi chiese Paido, con un
tono che non gli era usuale.
Evidentemente questa sorta d'incubo stava mettendo a dura prova anche il
tenace esploratore.
Gli lanciai un'occhiataccia e frugai fra le mie tasche interne "Una
strega non viaggia mai senza... senza..." stavo frugando disperatamente
finchè un lungo sorrso m'illuminò il volto "..senza questa!" conclusi
sollevata.
Nel palmo della mia mano s'intravedeva una polverina grigiastra.
I miei due compagni d'avventura mi guardarono interrogativamente
"..Ragazzi, che ne dite di un pò di fuoco per ravvivare l'ambiente?"
detto questo gettai la polvere sul pagliericcio.
"Mbè che doveva succedere?" insistette Paido fissando il punto in cui
era sparita la polverina.
Non feci in tempo a replicare che un filo di fumo iniziò ad addensarsi e
salire a spirale, finchè una fiamma si sollevò dalla sterpaglia ed
iniziò a divampare sempre più.
"Uomo di poca fede!" gli mormorai sorridendo.
Il piano era semplice.. anche troppo! Le guardie sarebbero scese
accostandosi alla prigione e noi le avremmo disarmate e avremmo rubato
le chiavi per fuggire.. ovviamente questa era la teoria.
La pratica risultò essere più ardua da applicare.
Le due guardie infatti, richiamate dalle nostre grida, si avvicinarono
alle sbarre, tanto da permettere a Paido di immobilizzarne una e far
cader l'altra.
L'agilità di Kloda fu tale da riuscire a prendere le chiavi, prima
ancora che il barbaro si rendesse conto di ciò che stava accadendo.
L'amazzone, avvezza a combattimenti corpo a corpo, aveva immobilizzato,
tra le sbarre, il malcapitato e con un gesto fluido era riuscita a
passarmi le chiavi.
Cercai di aprire alla svelta, anche se mi tremavano le mani, e ci
ritrovammo liberi di fuggire. Ci lasciammo le prigioni alle spalle, ma
non prima di aver immobilizzato e rinchiuso i due carcerieri.
La ferita al ventre mi doleva oltremodo. Kloda si era raccomandata di
non fare movimenti bruschi, il rischio di infettarla era alto nonostante
la fasciatura di emergenza.
Dolce ricordati di contare fino a dieci la prossima volta che ti vengono
queste idee di partire all'avventura! Pensai fra me e me, mentre
salivamo la scalinata davanti a noi.
Kloda si ritrasse velocemente e ci fece segno di fermarci. Era davanti a
noi in cima alla scala.
"Che diamine succede ora?" bisbigliai a Paido, che scosse la testa.
Kloda si appiattì sulla parete e ridiscese lentamente i gradini fatti,
per raggiungerci!
"Abbiamo un problema" ci disse non appena fu a portata di voce.
Il suo sguardo era preoccupato: "Sembra ci siano problemi di sopra...
c'è movimento, e per quello che sono riuscita a vedere la battaglia che
abbiamo interrotto sembra sia ripresa .." ci guardò uno ad uno e
continuò indicando la fine della scalinata "..proprio sulla nostra
strada!".
"Ma porc.. che si fa?".
"Credo che non abbiamo altra soluzione che quella di buttarci nella
mischia e scappare da questo posto prima che ci facciamo male
seriamente!" continuò l'amazzone.
"E le nostre armi? ..che facciamo, li prendiamo a male parole se ci
attaccano?" ironizzai.
Kloda sbuffò e mi sorrise "Improvviseremo ..".
"Che cosa... la vita?".
"Quando voi due signore avete finito... io sono pronto!".
Paido mi tirò per un braccio "..Mi raccomando, stai dietro di me e non
perderci!".
"Ti starò incollata come la cera lacca!".
Coprimmo la distanza velocemente ed irrompemmo nella mischia della
battaglia, senza che ci notassero. O meglio ci notarono perché fummo
subito attaccati dal comitato d'accoglienza che senza mezzi termini ci
si parò davanti.
Sinceramente non erano gli stessi guerrieri "del serpente infuocato" che
ci avevano imprigionato, ma per noi non faceva alcuna differenza visto
che cercavano di ucciderci!
Paido li fermò tirandogli addosso un lungo candelabro di metallo alto
quanto un uomo, ma questo li rallentò un secondo soltanto, giusto il
tempo perché Kloda strappasse dalle mani di un morto una spada.
Incastrata all'angolo di un grandissimo camino, mi guardavo intorno in
cerca della strada giusta, quando intravidi un volto ormai divenuto
familiare.
Il problema è che lo vidi, ma non era davanti a me.. il filo magico
stava veramente creandomi dei guai!
Ombrasolitaria era lì intorno in una di quelle stanze con accanto il
Vetiros che ci aveva carcerato.
"Klo.. Klo.." cercai di attirare la sua attenzione "Klo.. c'è Ombra." ma
l'amazzone non poteva sentirmi, presa dal combattimento.
Fu allora che istintivamente feci la cosa peggiore che si possa fare in
quelle situazioni: andai in cerca di Ombrasolitaria. Paido cercò di
afferrarmi per la giubba ma lasciò la presa.
"Venite con me!" gli gridai.
Non seppi se mi erano alle spalle fin quando non sentii la voce di Kloda
urlarmi tutti gli improperi, piuttosto coloriti, che conosceva. E non
erano pochi!
L'idea, che avevo avuto poteva allontanarci da quel caos. Avevo
riconosciuto la sala dove erano Ombrasolitaria ed il Vetiros, era la
stessa che avevo visto quando avevo sondato la mente dell'uomo. Era la
stanza con il passaggio segreto!
"Il passaggio è qui" li avvertii indicando una porta chiusa. Spalancammo
la stanza giusta. Richiudemmo la porta alle nostre spalle e ci
appoggiammo contro.
Quando alzammo lo sguardo c'erano svariate spade alzate contro di noi e
lo sguardo preoccupato di Ombrasolitaria, che passava su tutti noi.
"Mi sa che non aspettavano visite!".
PAIDO
Eravamo riusciti a passare incolumi attraverso la stanza dove si stava
svolgendo la lotta, ma ora avevamo un altro problema da risolvere. Con
le spalle appoggiate alla porta, ci ritrovammo con cinque spade puntate
verso le nostre gole pronte all’affondo. Erano i guerrieri “del serpente
infuocato”.
Altri tre guerrieri si pararono davanti al Vetiros, che continuava a
lanciarci occhiate di disappunto e di stupore. Un guerriero urlò
qualcosa a Kloda e l’amazzone intuì, lasciando cadere a terra la spada
che teneva stretta nella mano.
“Ancora voi! Come avete fatto a fuggire dalla prigione? E come avete
trovato il passaggio segreto?”, ci chiese Ombrasolitaria preoccupato.
“Ci sono cose che possono essere svelate… altre invece no”, rispose
seccamente Dolceluna.
Sorrisi a quelle parole ma la mia espressione ritornò seria quando
sentii la spalla della strega premere contro la mia e vidi la sua
tunica, all’altezza del ventre, sporca di sangue. Era talmente presa dal
momento che non se ne era accorta.
Le passai subito il suo braccio dietro al mio capo e l’aiutai a reggersi
in piedi: “La corsa di prima ha riaperto la ferita. Ti aiuto io”.
“Grazie Pai”, mi rispose Dolce staccando il suo sguardo da quello di
Ombrasolitaria.
“Non avete ancora risposto alla mia domanda”, si intromise
Ombrasolitaria.
“Le risposte a dopo, ora abbiamo altre cose a cui pensare”, ribattè
Kloda accigliata. “Ad esempio come uscire da qui”.
Nonostante il Vetiros fosse visibilmente irritato dalla nostra arroganza
e dalla nostra invadenza, Ombra diede un ordine ai guerrieri che ci
puntavano e questi abbassarono le spade, rinfoderandole. Le altre tre,
invece, tenevano ancora la guardia alta a protezione del loro capo.
“Bene, vogliamo la stessa cosa e per adesso la discussione è interrotta.
Ma una volta in salvo esigo delle spiegazioni”, disse Ombrasolitaria.
“Anche noi”, ribatté ancora una volta l’amazzone.
“Come si esce da qui?”, chiesi preoccupato. “La mia amica è ferita e ha
bisogno di cure, prima che si prenda un’infezione…. soprattutto nelle
condizioni igieniche in cui ci avevate messo”.
“Questo passaggio attraversa una stretta galleria, costruita apposta per
le situazioni di emergenza. E’ una traversata di pochi metri…. venti al
massimo. Sbucheremo dalla fiancata destra della costruzione e
raggiungeremo i cavalli nella stalla principale. Dovrebbero esserci
abbastanza cavalli per tutti”.
“Hai deciso di abbandonare i tuoi uomini per scappare?”, chiese acida
Dolceluna.
“Scappare? No, porteremo in salvo il Vetiros nella caserma delle guardie
reali. Lì sarà al sicuro. Tornerò qui con dieci uomini e darò man forte
agli altri”.
Detto questo, si avvicinò alla parete di fronte a noi, e dopo aver
battuto più volte con le nocche della mano sinistra, si sentì un
rimbombo sordo provenire da dietro il muro.
“E’ qui”, disse spingendo con tutte le sue forze quella che poi si
rivelò essere una porta segreta.
Il passaggio era stretto e una ventata di umidità ci invase le narici.
Anche le pareti erano umide e ai lati vi erano delle torce che
illuminavano il percorso. Nel tunnel entrarono prima tre guerrieri, poi
Ombrasolitaria, poi il Vetiros, poi altre tre guardie, poi Kloda.
“Dolce, sali sulle mie spalle, non riusciamo a passare in due”, invitai
la strega chinandomi.
“No Paido, ce la faccio anche da sola, non ti preoccupare”, mi rispose
Dolceluna.
“Insisto! Se Nurah viene a sapere che sei tornata a casa da questo
viaggio in brutte condizioni, mi trasforma in un maiale”.
Finalmente rividi il suo bel sorriso rispuntare sulle sue labbra e,
senza obiettare altro, accolse il mio invito. Entrammo nel tunnel e le
altre due guardie rimanenti chiusero la fila, bloccando di nuovo il
passaggio segreto.
I rumori della lotta e le grida di battaglia ci accompagnarono per tutto
il tunnel, rimbombando nelle pareti. Arrivati alla fine dello stretto
corridoio, Ombrasolitaria si mise a capo del gruppo e spinse via,
aiutato da due guerrieri, la statua che aveva il doppio compito di
abbellimento della facciata e di porta del tunnel.
Uscimmo uno ad uno e una volta fuori, le guardie rimisero a posto la
statua.
“Alle scuderie ci si arriva passando per lo spiazzo sul retro della
costruzione”, sussurrò Ombrasolitaria.
Annuimmo tutti e ci dirigemmo in fretta a prendere i cavalli che ci
avrebbero portato al sicuro.
Aiutai Dolceluna a salire in sella e mi misi sul suo stesso cavallo:
“Non ce la fai a cavalcare da sola”, spiegai. “Con tutto questo
movimento la ferita potrebbe aggravarsi e ogni sforzo in più
peggiorerebbe il tuo stato”.
Kloda si affiancò a noi: “Una volta arrivati alla caserma ti portiamo in
infermeria a farti curare. Resta a riposo per un po’, abbiamo bisogno di
te in questo viaggio”.
“Noi due che facciamo una volta là?”, chiesi.
“Non lo so. Vediamo come si mettono le cose”, mi rispose l’amazzone
fissando il Vetiros. “Sarebbe una buona idea tentare di capire cosa stia
succedendo qui e se potrebbero esserci ripercussioni sul nostro regno.
Devo ammettere che anche io ho bisogno di riposare un attimo”.
“Andiamo!”, ci interruppe Ombra. “La strada per ora è libera. Passiamo
tra le case o rischiamo di essere avvistati. In pochi minuti siamo a
destinazione”.
Detto questo spronò il suo cavallo, seguito da tre guardie, dal Vetiros,
dagli altri cinque guerrieri “del serpente infuocato” e infine da noi.
I miei muscoli, il mio didietro, la mia schiena e tutto il resto delle
mie ossa bramavano un comodo giaciglio dove riposarsi e non vedevo l’ora
di raggiungere la caserma….
KLODA
Furtivamente ci allontanammo dal palazzo del Vetiros, passando nel bel
mezzo del paese. Le vie principali, che noi evitammo accuratamente,
erano immerse nel caos totale: dei guerrieri, che a differenza da quelli
del serpente infuocato avevano rincorrente sulle loro armature un drago
verde, razziavano qualsiasi cosa trovassero e massacravano tutti i
cittadini, esclusi donne e bambini che venivano imprigionati e condotti
chissà dove...
Immaginavo che la loro sorte sarebbe stata quella di diventare ostaggi
dei guerrieri.
Era evidente che l'armata del Vetiros era in difficoltà e che presto si
sarebbe dovuta arrendere ai guerrieri del drago verde, che avevano tanto
l'aria di appartenere ad una setta segreta di ribelli.
Passavamo con i nostri cavalli in viuzzole deserte e molto strette; ai
due lati le case ci coprivano dagli occhi dei nemici che ci cercavano.
In lontananza si udivano gridi di battaglia, pianti disperati di
bambini, lamenti di dolore, l'ardere del fuoco sui tetti di paglia,
numerosi cavalli giungere di corsa, tutti rumori inquietanti che non
facevano altro che aumentare il desiderio di abbandonare quel luogo.
Fermai per pochi istanti il destriero che montavo al suono di un corno
in lontananza; sembrava un richiamo per i guerrieri del drago verde, ma
vedendomi sorpassata da Paido e dagli altri, lasciai perdere e ripresi
il cammino.
Osservavo Dolceluna ed in particolare il suo fianco; ormai l'abito a
quella altezza era completamente impregnato del suo sangue... Cominciai
seriamente a preoccuparmi e avvicinandomi al cavallo di Paido, mi
accorsi che la strega teneva gli occhi chiusi e cominciava a barcollare
come se stesse per perdere i sensi.
"Paido, stai attento che non cada da cavallo, mi raccomando!" poi
incitai il mio destriero ad accelerare il passo, sorpassando i miei due
compagni e raggiungendo Ombrasolitaria.
"Allora cacciatore!" allusi al nostro primo incontro nella foresta
quando io e Dolce lo catturammo, allusione che non gli sfuggì... "Dimmi
un po'.. Chi sono questi guerrieri che si aggirano per il vostro paese
razziando e ammazzando? Perchè lo fanno? Ma soprattutto, sei o no un
cacciatore?"
Mi guardò serio negli occhi e dando un'occhiata veloce a Dolceluna mi
rispose: "Sta molto male... Appena raggiungiamo la caserma la farò
portare nell'infermeria; avrà bisogno di riposo, mia cara assalitrice di
cacciatori, quindi probabilmente vi dovrete trattenere alla notte.
Tranquilla, stavolta le condizioni igieniche saranno notevolmente
migliori..."
Non aggiunse altro, quindi un po' innervosita gli ripetei le mie tre
domande.
Ora volse lo sguardo verso il Vetiros e abbassò il tono della voce: "Kloda,
tu chiedi troppo... Sei una perfetta sconosciuta e all'improvviso ti
troviamo in mezzo al nostro campo di battaglia per chissà quale motivo.
Non pensavo che saresti venuta fin quaggiù... Il Vetiros e noi altri
temiamo che non siate semplicemente dei curiosoni... Potreste essere
venuti quì come spie, magari alla vostra imperatrice fa gola Arborania e
vuole approfittare dell'attuale situazione"
Perplessa e inarcando un sopracciglio dissi la mia: "Approfittare di
QUALE situazione scusa? Sappi comunque che a parte noi tre, nessuno sa
che ora ci troviamo QUAGGIU'... Voi ci temete troppo... Ci trattate come
criminali, ci richiudete in cella, ci puntate le armi contro e ci tenete
all'oscuro di tutto... Dimmi ora, non dovremmo essere noi a temere voi?
Poi non penso che delle spie imperiali sarebbero così inesperte da
gettarsi tra le braccia del "nemico", non pensi?" feci una smorfia con
la bocca e con la mano indicai Dolceluna "Ti sembriamo delle spie?"
Seguì la mano con lo sguardo per poi rigirarsi verso di me.
"Si, probabilmente hai ragione... I guerrieri che ci attaccano sono
ribelli. Sembra che si ribellino per vendicare un uomo, Darkray, che
anni fa cercò di assassinare il Re di Arborania. Questo uomo fu
condannato a morte, cosa che però i ribelli mi sembra non hanno
accettato... Vanno in giro affermando che agli Arboriani viene tolta la
libertà di pensiero, scelta e opinione per colpa di un re, che è più un
tiranno... Ma mentono! Darkray non era soltanto un pensatore! Ha tentato
di ammazzare un re, due volte, e l'avrebbe fatto ancora se non fosse
stato scoperto in tempo! Arborania è un regno di tolleranza, ma non si
può pretendere di tollerare l'omicidio!" quì tacque assumendo
un'espressione di disprezzo e rabbia.
Proprio in quel momento mi accorsi di esser giunti di fronte ad un
imponente edificio, intorno al quale i guerrieri del serpente infuocato
erano riusciti a tenere a distanza i ribelli.
Rapidamente, per non esser coinvolti nella battaglia, fummo condotti ai
cancelli della caserma, che si richiusero alle nostre spalle.
Ombrasolitaria ordinò in arboranese di condurre Dolceluna, ormai
svenuta, in infermeria e io feci cenno a Paido di lasciarla
tranquillamente nelle loro mani.
Il Vetiros abbandonò il nostro gruppetto e, scortato da alcune guardie
del serpente infuocato, si inoltrò in uno dei corridoi della caserma.
Ombrasolitaria ci accompagnò fino alla stanza in cui io e Paido avremmo
riposato e prima di lasciarci ci disse: "Riposerete quì. Stasera vi
verranno serviti cibi e bevande come cena; non potrete lasciare la
stanza, che sarà sorvegliata dall'esterno da alcune mie guardie fidate.
Non cercate di fuggire, altrimenti vi tratteremo come nemici. La vostra
amica è al sicuro nell'infermeria e ci rimarrà fino a domani mattina.
Non cercate di parlare alle guardie; sarebbe inutile, non conoscono l'arcanese,
finireste per venir fraintesi e attaccati. Domani mattina vi verranno a
prendere per condurvi ad un consiglio al quale saremo presenti il
Vetiros, molti personaggi importanti ed io. Vi auguro di riposare bene."
Detto questo si allontanò e le porte della nostra stanza vennero chiuse
a chiave.
Mio fratello ed io eravamo troppo stanchi per discutere in quel momento,
così ben presto ci trovammo a dormire entrambi come ghiri.
A sera tarda ci svegliammo entrambi e praticamente ci catapultammo sulla
cena, che ci fu servita.
Ero particolarmente silenziosa e Paido se ne rese conto, così
ricordandosi di avermi vista discutere con Ombrasolitaria, mi chiese
spiegazioni.
Gli riferii tutto e, dopo un breve scambio d'opinioni, lo lasciai solo
con la sua cena per andare a rinfrescarmi un po'... La stanza in cui ci
avevano rinchiusi era piuttosto servizievole, tanto da pensare di
trovarmi in una sala per gli ospiti di un palazzo reale, piuttosto che
all'interno di una semplice caserma.
Dalla finestra aperta giungevano i suoni della battaglia, che continuò
per tutta la notte; dall'alto vedevo guerrieri del serpente infuocato
lottare contro quelli del drago verde e di cittadini semplici non si
vedeva più neanche l'ombra.
Prima di tornare a dormire, chiusi la finestra e chiesi a Paido: "Penso
che sarai arrabbiato con me per avervi condotti ad Arborania, non è
così?"
DOLCELUNA
Tornai alla realtà quasi controvoglia; riaprendo gli occhi con uno
sforzo che non avrei mai pensato di dover compiere.
Inizialmente le immagini sfocate erano come un enorme dipinto che
danzava tremolante davanti al mio naso. Poi lentamente iniziarono a
prendere forma, finchè non riuscii a focalizzare che mi trovavo in una
sorta di infermeria.
Certo, nulla a che vedere con quella a Krymenia!
Mettermi seduta fu come scalare un pulp a mani nude e mi costò più di
quello che pensavo, ma sinceramente non rammentavo nulla del mio arrivo
lì, ne di dove fossero finiti i miei amici.
Mi misi sul bordo del letto e quando fui in piedi per un secondo mi
sentii orgogliosa di me stessa, ma il sorriso mi morì sulle labbra. La
testa iniziò a girarmi e le forze le mancarono di colpo. La nebbia
ricoprì di nuovo tutto quanto.
Era sera quando ripresi conoscenza ed un viso familiare mi stava
fissando severamente.
"Come ti senti?".
Cercai di mettermi seduta, ma lui mi fermò "Mi sento osservata… da
quanto sei lì?".
L’arboriano sorrise "Non molto in verità… mi hanno detto che hai cercato
di alzarti…".
"Volevo vedere se riuscivo ad evadere…" lo presi in giro.
"Visto come sei ridotta ci vorranno giorni per farti riprendere… la
ferita è aperta e se questo non bastasse hai perso molto sangue!".
"Senti, io non so che intenzioni avete con noi e per essere sincera… non
mi importa un fico di quello che succede qui, ma quello che vorrei
capire è che diavolo mi avete messo sulla ferita" lo fissai in attesa.
Lo stavo stuzzicando per capire che cosa volesse da me.
"Molto diretta… ma forse un pochino bugiarda… che non ti importi di
quello che succede perdonami ma ne dubito… più che altro è capire perché
ti interessa così tanto…." Il suo sguardo stava cercando qualche cosa
che non trovava.
"Senti, finchè io sarò così combinata i miei amici saranno trattenuti
qui, perciò ti offro un accordo"
Ombrasolitaria si fece attento "…procurami le erbe che ti dirò, aiutami
a preparare un impasto da mettere sulle ferite e ti garantisco che
saprai che cosa ci ha spinto a venire fin qui!".
L’arboriano soppesò la proposta: "Va bene… fai l’elenco, vedrò quello
che posso fare!".
Sparì velocemente oltre la porta e lo sentii parlare in quella lingua
che ancora non riuscivamo a comprendere.
Dovevo essere sorvegliata, così come i miei amici che erano chissà dove.
La sua curiosità nei nostri confronti era positiva, ci dava il margine
necessario per poter dialogare.
Ormai era evidente che non era un semplice arboriano. Lo si comprendeva
dal suo modo di agire soprattutto con il Vetrios. O Dee, ma in che guai
ci eravamo cacciate!
Non so per quanto tempo si allontanò. Lì in quella stanzetta spoglia
sembrava che il tempo fosse inesistente. In effetti avevo perso il conto
dei giorni che avevamo lasciato le nostre terre. Chissà se qualcuno si
era accorto della nostra prolungata assenza… chissà se ci stavano
cercando…
Nel mio dormiveglia, Ombrasolitaria riapparve come una visione sbiadita:
"Ho raccolto quello che mi hai chiesto.. ma sei sicura.." pareva
dubbioso.
Gli spiegai come sminuzzare le erbe e ridurre il tutto in una poltiglia
da applicare sulla ferita.
Aggiunsi degli ingredienti che avevo portato con me da Krymenia.
Estratti di piante che temevo non fossero nel territorio di Arborania.
La mistura era una creazione di Nurah. Aiutava la cicatrizzazione di
qualsiasi ferita esterna in un tempo rapidissimo. Mi sembrava di non
avere lesioni interne gravi, anche se non ne ero del tutto certa. Non
sarei comunque stata al sicuro fin quando non fossi tornata a Krymenia.
Il mio stato di salute doveva per forza migliorare velocemente. La
situazione stava deteriorando velocemente e probabilmente avremmo
affrontato non solo una sorta di interrogatorio, ma anche se la
situazione lo avesse richiesto una fuga veloce.
Ombrasolitaria applicò l’intera poltiglia sulla ferita in tutta la sua
estensione e mi fasciò con bende.
"Perché temi la magia… e nonostante questo ti lasci guidare nella
preparazione di qualche cosa che ripudi?" lo guardai attenta ad
avvertire anche una piccola sensazione che potesse aiutarmi a spiegare
il suo comportamento.
Il guerriero abbassò lo sguardo, stringendo i lembi della fascia: "Io
non temo o ripudio la magia… semplicemente cerco di non creare
scompiglio nel mio popolo…".
"Ha per caso a che fare con quell’uomo di cui parlavi con Kloda…".
Inarcò un sopracciglio "..ma non eri svenuta?".
Mi sfuggì un sorriso "…diciamo che è l’ultima cosa che ho sentito…".
"Mmmmhhh.. interessante, svieni a comando… si, comunque si, è lui… Sei
troppo stanca per mantenere la tua promessa… oppure sverrai per
ritardare le risposte.." mi guardò pronto a soppesare quello che avrei
detto.
Sapevo che fare quello che avrei fatto non era consentito, ma avevo
ormai già sbagliato ad allacciare con lui questo legame empatico.
"Vieni qui.. avvicinati, ti farò vedere cosa ci ha portato nelle terre
di Arborania…".
Si sedette sul letto e si avvicinò ed io gli permisi di leggere i miei
ricordi.
Il legame che avevo creato nei boschi di Arcano doveva essere mutato
oppure avevo sbagliato io qualche cosa e non si era spezzato. Aveva
resistito e questo mi permetteva di far scorrere i miei ricordi nella
sua mente, così come avevo fatto io in principio.
"Chiudi gli occhi, vedrai meglio…" gli mormorai.
Le immagini fluirono leggere nella sua mente, ricomponendo il mosaico
dal nostro incontro fino a quella sera. Non solo le immagini ma anche le
emozioni scorrevano via con sempre maggior impeto. Sapevo che stavo
rischiando di rivelargli più di quello che avrei voluto, ma era un
rischio da correre se volevamo risolvere la situazione.
Quando riaprì gli occhi sembrò guardarmi per la prima volta. Mi tolse
delicatamente le mani dalla sua fronte e le strinse: "Non credevo aveste
dei posti così belli …".
Eccolo lì, aveva visto qualche cosa.
"…e non credevo fosse per lo stesso mio motivo, che vi siete spinti
nelle mie terre… non siamo poi così diversi…" sorrise "…si, siamo
affascinati dall’ignoto... ora comprendo perché vi siete spinti fin qui,
le immagini che avete percepito nella mia mente vi hanno incuriosito".
"Si, e non vi era nulla di minaccioso nei nostri intenti..".
"Quello che avete visto è quello che ricordo prima di questa guerra
fraticida che ci dilania da tempo.." lo sguardo si rabbuiò "…che
guerra…".
E fu così che le domande trovarono risposta.
Anni addietro un fanatico arboriano di nome Darkray arrivò in un
villaggio del nord. Spacciandosi per guaritore e mago salvò la vita di
una bambina e da quel giorno rimase in quel villaggio.
La sua fama aumentò tanto che la gente malata raggiungeva il villaggio a
costo di grandi sacrifici.
La magia che usava in realtà non era vera magia, ma più che altro un
insieme di litanie e poltiglie di dubbia provenienza che servivano a
creare un’atmosfera soprannaturale.
Quando la fama di questo santone raggiunse la corte, il Re inviò suo
figlio a controllare se Darkray era veramente quello che si diceva che
fosse. Mandò suo figlio perchè in tutta Arborania la magia era da tempo
dimenticata e lui durante i suoi numerosissimi viaggi in altre terre era
venuto in contatto con molte culture che invece la praticavano… insomma
era l’unico che potesse confutare eventuali affermazioni false.
Il figlio de re partì alla volta del villaggio e presto si rese conto di
che pasta fosse il sedicente santone.
Usava la credulità popolare per i suoi interessi ed oltretutto metteva a
repentaglio la vita delle persone.
Quando tentò di denunciarlo, cercando di confutare i suoi miracoli… si
scontrò contro la limitatezza del suo stesso popolo, che rinchiuso in
secoli di tradizioni non riusciva ad accettare le spiegazioni del
giovane principe.
Darkray ebbe la meglio e, consumato dalla sete di potere che ormai lo
incendiava, raccolse attorno a se molti arboriani che spinti alla
rivolta lo proclamarono loro guida.
Nonostante il soprannumero delle truppe reali, i dissidenti ebbero la
meglio ed ancora oggi combattono per la caduta della famiglia reale.
"Comprendi ora la nostra diffidenza nei tuoi confronti, come strega e
nei confronti dei tuoi amici… siete stranieri così come Darkray….".
"Capisco perfettamente la situazione, giovane principe..".
Ombrasolitaria mi guardò incerto "Dimmi.. durerà per sempre questo
legame mentale?" la voce sembrava divertita.
Sorrisi in risposta "….non saprei dirtelo… credo dovrai abituarti….".
PAIDO E DOLCELUNA
Un rumore mi ridestò dal fiume dei ricordi. Scostai la copertina nella
quale mi ero rannicchiata in attesa di Paido e ravvivai il fuoco ormai
morente nel caminetto.
Era trascorso così tanto tempo da quella pazza avventura che sembrava
veramente in un’altra vita o un sogno in quel tempo senza tempo a
cavallo tra la veglia ed il sonno.
Quanto avrei voluto fosse così!
Richiusi gli occhi continuando a ricordare l’eco di quei giorni, che
come un fiume in piena mi travolgeva riportandomi a quegli attimi.
Grazie alla preziosa “poltiglia” di Nurah mi ripresi in breve tempo, o
meglio mi ripresi quel tanto che bastava ad affrontare quella che
sarebbe stata una giornata che nessuno di noi avrebbe mai dimenticato.
Ormai eravamo coinvolti in quella che sarebbe stata la guerra fratricida
che avrebbe sconvolto l’intero popolo di Arborania.
Mentre Ombrasolitaria mi conduceva per i stretti corridoi verso i miei
compagni un’orda di forsennati rivoltosi capeggiata dal sedicente nuovo
profeta Darkray si stava dirigendo verso di noi, del tutto ignari che
quella valanga umana ormai plagiata aveva preso di mira proprio l’ultimo
avamposto che li frapponeva alla famiglia reale.
Eravamo ormai alla fine di una disputa che avrebbe avuto un solo
vincitore…. la morte!
Quello che ancora non potevamo sapere era che i rivoltosi si erano fatti
largo attraverso le linee della milizia reale, sconvolgendo i piani di
attacco di quest’ultima e marciando con estrema velocità e decisione
avevano percorso decine di miglia senza essere fermati.
Ignara di quanto ci stava per piombare addosso riabbracciai felice i
miei due compagni di viaggio. Quello che ormai sapevo essere il principe
di questo fiero popolo mi aveva condotta in una sala circolare gremita
di quelli che avremmo definito comandanti intenti a studiare la
situazione.
“Come ti senti???” mi chiese brevemente Paido. Il suo volto era tirato
così come quello di Kloda, ma in loro vedevo ancora la solita
determinazione.
“Bene” feci un breve cenno nella direzione di Ombrasolitaria “mi ha
aiutata a preparare un impasto di Nurah… al nostro ritorno devo
ricordarmi di farle un regalino per avermelo insegnato!” scherzai.
“Si.. se torneremo….” borbottò Kloda intenta a studiare ogni singola
persona presente in stanza.
Li misi a parte dei recenti avvenimenti, venendo poi a sapere a mia
volta che erano stati condotti in quella sala pochi istanti prima di
incontrarci.
Diversamente dalla volta precedente li avevano alloggiati in due stanze
adiacenti, ma sorvegliatissime.
“Hai forse qualche dubbio sorellina???” la stuzzicò Paido. L’amazzone
scosse la folta chioma non dicendo nulla.
Fu allora che udimmo distintamente un frastuono, che ci fece gelare il
sangue nelle vene. Era il classico urlo che precedeva un battaglia. Lo
stesso urlo che centinaia di volte le truppe imperiali avevano lanciato
all’indirizzo del nemico, con il chiaro scopo di intimidirlo.. con il
prepotente furore preludio di una sanguinosa sfida.
Kloda e Paido si scambiarono una eloquente occhiata ed io non potei che
restare immobile a fissarli. Loro sapevano.. si…… loro sapevano quello
che stava per accadere… e presto anche io l’avrei saputo.. l’avrei
imparato a mie spese.
Ombrasolitaria ci si fece incontro scuro in volto: “Mi spiace, non posso
più farvi andare via… i ribelli sono alle porte ed in numero nettamente
superiore a quello che ci ha attaccato l’altro giorno.. devono aver
sfondato le nostre linee ed attraversato a spron battuto in verticale
miglia e miglia di territorio…. non ce li aspettavamo così presto….”.
“Come intendete procedere” tagliò corto Kloda “..quali altre difese ci
sono oltre questa…”.
Il principe sorrise: “Mi spiace coraggiosa amazzone.. siamo l’ultimo
baluardo… oltre di noi ci sono donne e bambini inermi… oltre alla
famiglia reale….”.
“Su quanta forza contate… e come siete dislocati” proseguì Paido
dirigendosi deciso sulla cartina che aveva visto in precedenza.
Ormai era chiaro che saremmo rimasti comunque a dar manforte, anche
perché non avremmo avuto possibilità di oltrepassare le linee nemiche.
Mi resi conto che non avrei potuto aiutarli… questo era il loro campo
d’azione.
Kloda poggiava le mani sul tavolo parlando con il principe, mentre Paido
tracciava dei punti con il dito sulla cartina. Era incredibile che
riuscissero a comprendersi, non tanto con Ombrasolitaria, ma con gli
altri membri del comando.
Sorrisi tra me e me pensando che certe cose sono universali ed anche in
tristi situazioni come questa, il linguaggio era il medesimo.
Misero a punto una strategia che avrebbe permesso al minor numero di
truppe reali di combattere alla pari con i rivoltosi.
L’idea principale era iniziare a bersagliare il nemico con le frecce per
rallentarne l’avanzata. I corpi che si sarebbero accasciati privi di
vita sarebbero stati, loro malgrado, un ostacolo per quelli che li
seguivano.
Sarebbero stati un facile bersaglio per gli arcieri, ma questo non
avrebbe che rallentato l’avanzata. Ombrasolitaria infatti, così come
Kloda, dubitavano che questa prima vittoria avrebbe demotivato i
ribelli... che anzi incitati dalla carneficina avrebbero opposto ancora
resistenza.
Qui sarebbe entrato in gioco il piccolo contingente di cavalleria che
aveva seguito il principe. Quello sparuto gruppetto avrebbe tagliato in
due il nemico. Con una decisa azione e sfruttando la velocità dei
cavalli, avrebbero seminato il panico per poi ritirarsi.
Ascoltavo silenziosa sperando che le precedenti esperienze in battaglia
del nostro popolo potessero in qualche modo venire in soccorso degli
arboriani. Ma in me cominciava a farsi strada la sensazione che nessuno
di noi tre avrebbe più rivisto casa.
L’unica cosa che potevo fare era allinearmi con gli altri arcieri e dar
manforte alla cavalleria che sarebbe scesa in campo, dopo il primo
assalto.
Ormai a ridosso delle mura difensive non vi era neppure il tempo di
creare una cortina di fumo che limitasse li loro campo visivo.. a meno
di incendiare tutto ciò che era possibile ed anche l’impossibile!
Mi avvicinai al gruppo riunito: “Che ne dite di incendiare le balle di
fieno che sono nelle stalle… immagino ne avrete… ebbene, le imbeviamo di
olio per tenere il fuoco vivo e per ritardarne la combustione e poi
lanciamo alcune frecce che appicchino il fuoco.. certo era meglio
prepararsi prima ma così è meglio che niente e ci darà un po’ di
margine..” spiegai meglio che potei.
Kloda mi fissava e Paido sorrideva.
“Bene, anche lei c’è arrivata, segno che l’idea era buona…”.
Evidentemente ci avevano già pensato. D’altro canto erano più esperti di
me!
La concitazione nei preparativi incalzava al ritmo del frastuono dei
ribelli. I tamburi che incanalavano e ritmavano le grida dei rivoltosi
creava una cacofonia di suoni indescrivibile.
Fu sui bastioni di quella che era la nostra ultima difesa che ci
salutammo. Kloda avrebbe condotto il reparto a cavallo assieme a Paido.
Era la parte più delicata perché con il fumo avrebbero rischiato in
prima persona di venir trafitti dalle nostre frecce.
“Sembra che ci siamo allora….” mormorò l’amazzone sistemandosi
distrattamente i fregi delle truppe imperiali. Aveva lo sguardo risoluto
di un combattente.. uno sguardo che a me mancava.
“Si, facciamogli vedere come si combatte…” continuò l’esploratore
sorridendomi.
Era un addio.
Annuii guardandoli.. non riuscivo a parlare... la paura di perderli, la
tensione per uno scontro che avrebbe sicuramente preteso un prezzo
altissimo: “Vi voglio bene, state attenti…” mormorai stringendoli.
Non sapevo che dir loro, era tutto così assurdo...
Ci stringemmo brevemente e ci separammo altrettanto velocemente, il
tempo incalzava e noi ne avevamo rubato anche troppo.
Mi predisposi al fianco di altri arcieri. Guardando al di là del
parapetto vidi anche troppo vicini una serie di volti irriconoscibili
nella sera, ma altrettanto simili nello sguardo gli uni agli altri.
Quello che avvenne dopo ancora sembra avvolto in un terribile incubo.
L’attacco fu la conseguenza di una stato di tensione e concitazione che
avvolse ogni cosa.
Mi raccomandai alle Dee affinché assistessero i miei amici sul campo.
Il fieno fu lanciato oltre le mura difensive e le frecce infuocate
furono scoccate. Il caos aumentò non appena il fumo si levò dai covoni e
l’odore acre dell’olio permeò ogni cosa.
Ordini secchi e decisi in una lingua a me sconosciuta vennero impartiti,
ma non vi erano problemi di traduzione. Le mie azioni erano reazioni a
quello che con la cosa dell’occhio vedevo fare ai miei nuovi compagni di
battaglia.
Dietro le porte la minuta cavalleria arboriana era pronta ed i cavalli
scalpitavano ansiosi. Non vi era traccia del leader rivoltoso, ma
sapevamo tutti che si trovava lì sotto in un punto sicuramente riparato
ad osservare gli eventi.
Ogni cosa si svolse come l’avevamo prevista a tavolino. Il nugolo di
frecce scagliate dai bastioni falciava i ribelli ed ogni caduto
rallentava l’assalto alle mura. I lamenti si mischiavano alle grida.
In un attimo le porte si aprirono e la cavalleria sfrecciò fuori
tagliando e falciando coloro che erano sulla strada. Le spade mietevano
vite in lungo ed in largo sul campo di battaglia e persi di vista i miei
due amici. Sapevo che continuando a scoccare frecce li avrei difesi in
qualche modo.
La battaglia era al culmine ormai e quasi non si distinguevano i due
schieramenti, quando arrivarono dalle retrovie le scale.
Nonostante ci fossero decine di morti gli aggressori riuscirono a
fissare le scale per mezzo di arpioni ed iniziarono a salire.
Abbandonati arco e frecce ci ritrovammo a tentare di arginare la marea
umana. La cavalleria ormai era senza copertura da tempo e non sapevo che
fine avesse fatto.
Ombrasolitaria era rientrato dalla sortita con Paido e Kloda per
dirigere la milizia.
Eravamo allo scontro frontale corpo a corpo. Mollai la mia posizione,
lasciando l’arco e raccogliendo una spada da terra, e mi diressi giù
nell’arena. Sicuramente avrebbero sfondato i portoni ed io volevo
raggiungere i miei amici ancora all’esterno con quello che restava della
cavalleria.
Ombrasolitaria stava predisponendo gli uomini urlando sopra il
frastuono. Mi trattenne per una spalla “Apriremo le porte e convergeremo
fuori in massa” era una sorta di invito alla battaglia.
Urlò altri ordini e poi alzando il braccio al cielo diede il via
all’attacco. Era l’ultima possibilità che avevamo per sbaragliare i
rivoltosi. Il nemico non sapendo di quante forze disponevamo poteva
farsi cogliere di sorpresa e ritirarsi lasciando il campo.
Era un rischio.
Le porte di spalancarono forse per l’ultima volta ed il varco si aprì
davanti ai miei occhi. La corsa verso l’esterno e la ricerca di Kloda e
Paido era cominciata.
Non potevo sapere che i miei due amici erano oltre quella battaglia. Il
giovane principe si era accordato con i due affinché con le loro doti
colpissero il nemico al cuore. Il loro obiettivo era Darkray in persona.
Avevano combattuto per parecchio prima di sparire nella bolgia dello
scontro alla ricerca del promotore di quella guerra fratricida. Ci
avevano messo un poco prima di individuare la loro preda ed ora erano in
procinto di tagliare la testa del serpente.
Darkray era fermo lì immobile attorniato da suoi luogotenenti, intento
ad ammirare la sua opera. Ignaro del pericolo che incombeva su di lui si
crogiolava nel sogno di governare il regno.
Kloda e Paido erano perfettamente immobili a poca distanza da lui.
Appostati e pronti a colpirlo. Il respiro quasi inesistente
dell’esploratore, lo sguardo glaciale dell’amazzone…. l’attacco
inaspettato e veloce.
Sistemarono la guardia del “profeta” prima ancora che questi riuscisse
ad individuarli. Due luogotenenti più distanti si avventarono sui due
hammers che con maestria posero fine alle loro vite, ma questo diede il
tempo a Darkray di estrarre una cerbottana.
Fu in un momento.
Kloda percepì il movimento e si frappose tra l’arboriano e Paido
ruotando la spada e troncandogli di netto la testa.
Paido raccolse il raccapricciante trofeo, ma era inutile... chi era
vicino alla scena aveva visto ed un rantolo animalesco pervase l’arena
di scontro. Lo schieramento dei ribelli fu presto in rotta
inaspettatamente ferito dall’azione dei due hammers.
Alzai gli occhi verso i miei amici, dapprima incredula e poi felice, ma
il sorriso che mi era nato spontaneamente si freddò sulle labbra quando
vidi crollare a terra Kloda.
Paido lasciò cadere la testa del profeta e si precipitò sulla sorella
cercando di farla rinvenire “Kloda… Klo..” gridava.
Lo raggiunsi del tutto incredula e solo quando le fui dappresso mi
accorsi dell’ago che spuntava piccolo e sottile, ma ugualmente
micidiale, dal corpetto.
Il fiato mancava, i secondi erano interminabili ed il mondo sembrava
finto lì con la nostra amica immobile ed apparentemente esanime a terra.
Il volto bellissimo e sempre fiero immobile nel tempo.
Strappai un lembo della mia casacca e tolsi l’ago riponendolo al suo
interno “C’è polso??” chiesi.
Un discreto bussare interruppe i miei ricordi. Quando aprii la porta mi
ritrovai davanti un Paido infreddolito “Lo so, non dir niente, sono in
ritardo!!” borbottò entrando.
Sorrisi, era sempre il solito “Non preoccuparti stavo riscaldandomi al
fuoco dei ricordi… vogliamo andare o preferisci riscaldarti anche tu un
pochino?? Il viaggio è lungo… lo sai bene..”.
L’esploratore scosse la testa scompigliando ancor di più la sua chioma
“Siamo anche troppo in ritardo….”.
Era vero, lo eravamo… ma il ritardo cui si riferiva era un qualche cosa
a lungo rimandato perché troppo doloroso da affrontare… l’avevamo
lasciato alle nostre spalle quando avevamo riportato indietro solo il
magnifico ricordo di un’amica ineguagliabile.
Il cuore di un’amazzone ci aveva insegnato qualche cosa che non si
imparava sui libri…. ed ora eravamo pronti a riprenderci il tempo che
avevamo lasciato alle nostre spalle con lei.. eravamo pronti a ritornare
da un’amica con il cuore sereno e pieno di speranze.
Presi il pesante mantello “Hai ragione è ora di andare da lei…. ci starà
aspettando!”.
Paido sorrise e gli si illuminò il volto. Era moltissimo tempo che non
lo vedevo sorridere a quel modo “Si, riportiamola a casa!”.
|