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La montagna - Cap. 3

Capitolo 12 - ACER

E dopo una battaglia, ne arriverà un'altra.
Non era facile accettarlo, non era facile pensare di perdere ancora vita su vita, di veder sangue e morte ma ormai ci stavamo avvicinando al nemico, il suo cuore quasi lo vedevo, la lancia fremeva, i miei pugnali pizzicavano sulla pelle nuda, chiedevano loro stessi di muoversi.
 

Un giorno giunsero da noi tre emissari del nemico.
Il secondo richiamò la mia attenzione, era un vecchio dal viso fiero ma schivo, nascosto nella pelle di lupo, non posava mai lo sguardo sui volti, ma vedevo che mi guardava di sfuggita, insistentemente.
Colanino, uomo perfido e rabbioso, attaccò ad insultare la nostra amata Imperatrice, poi Helky.
Questo era troppo!
Non accettavo da nessuno, neppure da un cane come quello, sentire voci simili.
Tentai di sguainare la spada ma il mio Comandante mi precedette, mi conosceva troppo bene.
Poi però Colanino si rivolse a me, mi disse apertamente quanto sarebbe capitato al mio povero corpo se fossi caduta nelle loro mani, sarei divenuta suo strumento di piacere, forse per qualche notte.
Notai però che l’uomo dal mantello di lupo tremava leggermente a quelle parole, lo fissava con odio, per poi guardarmi negli occhi un millesimo di istante ed allora capii, quello sarebbe stato ancora più pericoloso.
Non avevo nulla da temere ancora, però qualcosa nella mia mente si fece oscura da quell’istante, come un nero uccello si posò sul mio albero e, per quanto provassi a scacciarlo, lui gracchiava sempre più forte.
Diventai molto più silenziosa, cavalcavo accanto ad Helky e combattevo con rabbia nei piccoli attacchi dei ribelli.
Infine Dardel tornò, con i suoi guerrieri ed un montanaro che aveva toccato con mano l’orrore di quelle bestie travestite da uomini che vivevano sui monti.
Helky congedò tutti, anche me.
Cos’era che non potevo ascoltare?
Non lo capivo e questo mi fece innervosire ma poi mi calmai, vedendo il suo volto serio, se il mio grande amore diceva che era meglio se non assistevo, io non avrei assistito e sicuramente aveva ragione lui.
Così andai a prendere il mio cavallo.
“Non puoi! È stanco, deve riposare.” Mi disse il guerriero che se ne stava occupando, ma io lo ignorai e montai.
Lui mi si parò davanti, poi però sentii una voce accanto a me.
“Bereth, non vedi che un ufficiale vuole il suo cavallo? Che ti rifiuti di ubbidire?”
“Zalesc, ma io non… mi perdoni ufficiale!”
Zalesc? Ma certo! Era quel ragazzo che mi aveva insegnato a tirare d’arco!
Lo guardai ed annuii, poi partimmo al galoppo.
“I miei sono morti quando avevo 18 anni, ma non furono mai nulla per me. Mia madre era un’amazzone e passava poco tempo a casa nostra, mio padre invece era un mercante e molti mesi stava via, lasciandomi solo…”
Eravamo in una piccola fossa, poco distante dal campo, era il posto più fresco in quell’ora crepuscolare, io ero appoggiata ad un albero con la schiena e giocavo con il mio pugnale.
“Quali sono i tuoi sogni?” gli chiesi.
“Diventare un ufficiale dei guerrieri Gams, poter cavalcare al fianco del Comandante, dimostrare al mondo intero il mio coraggio e la mia lealtà a Nimira, ai Gams. Il Comandante ha sempre operato bene anche se…”
“Anche se…” ero curiosa di sentire dove, secondo questo guerriero, Helky aveva sbagliato.
“Portare una donna come voi con i suoi guerrieri non è stato saggio. Insomma, in un periodo così lungo, vedere ogni giorno una bella amazzone davanti agli occhi, non fa bene di certo!”
Senza pensare presi il mio pugnale ed incatenai Zalesc al suolo, puntandoglielo alla gola.
“Pensi che non riesca a cavarmela? Pensi che non possa tener fronte alle difficoltà?” lui si buttò di lato e si gettò su di me, immobilizzandomi..
“Penso solo che sarebbe stato più saggio lasciarvi al sicuro a casa che portarvi qui con il rischio di farvi impalare viva e diventare l’oggetto di tutti i ribelli! Penso che se vi succedesse qualcosa, si sarebbe potuto evitare. Il Comandante dovrebbe rimandarvi a casa. Siete troppo bella e troppo fiera per non fare gola a quei cani! Voi potete anche essere la più brava delle amazzoni sulla faccia di Arcano che loro vi prenderebbero in qualche modo! Andate via, vi prego! Non sciupate la vostra vita.”
Mi prese il volto con le mani e poi mi carezzò con i pollici: “Andate via questa notte, forse domani ci sarà una carica, andate via! Vi accompagnerò fin dove potrò, poi tornerò indietro per ricevere la punizione che merito per aver tradito gli ordini, ma se il Comandante non vuole farlo, lo farò io.”
Io lo fissai e poi gli sputai in faccia: “Guerriero, come osate parlare così con me, capito? Non osate darmi della bambina ed ora filate via prima che i miei pugnali decidano di fare un po’ di moto!”
Lui si alzò ridendo e fece un mezzo inchino, sparì con il suo cavallo.
I giorni susseguirono ai giorni ed attraversammo una palude guidati da quel montanaro che si era chiuso sotto una tenda con Helky.
Ad un certo punto però ci fermammo, Helky aveva deciso di attaccare i ribelli, attaccarli senza pietà e distruggerli.
Sulla riuscita non avevo dubbi, ma sapevo che loro avevano fatto sempre prigionieri anche fra le Gana ed io ero impaziente di rivedere le mie sorelle, non volevo perderle per un attacco.
Così il Comandante mandò Dardel e gli incursori ed io mi calmai per un poco.
Infine calò la notte sospirata, la notte un cui i fuochi ignari dei ribelli che bevevano a poco da noi si sarebbero spenti per sempre.
Giungemmo come spiriti della notte, a cavallo, brandendo le nostre armi.
Il primo ribelle che uccisi aveva ancora il boccone della cena in bocca, con il petto nudo, gli portai un affondo al collo e morì all’istante.
I più fuggirono, pochi riuscirono ad avere il sangue freddo di prendere in tempo le armi.
Inseguii un cavaliere fino ad un campo, finché lui non si voltò e mi venne addosso.
Mi si gettò a peso sopra e cademmo a terra.
Lui mi sussurrò: “Adesso morirai, come le altre, come tutte le altre!”
Le avevano quindi uccise? Tutte uccise? Non poteva essere!
La rabbia cieca s’impossessò di me e lo uccisi senza pietà, con un coltello.
Infine abbandonai il suo corpo e presi i cavalli, conducendoli verso il campo di battaglia.
Ci furono pochi feriti tra i nostri, quei cani stavano per soccombere, quei cani mi avrebbero finalmente dato pace!
Infine vidi Dardel tornare verso di noi; accompagnava un gruppetto di uomini e donne: mi avvicinai e riconobbi il volto di alcune di loro.
Erano amazzoni, alcune anche Gana, ma talmente dilaniate che sembravano spiriti senza anima; stavo per vomitare, sapendo che quella sarebbe stata la mia sorte in mano agli uomini delle montagne.
Tutte le donne decisero di rimanere, per vendetta, ed Helky decise di assegnarmi il loro comando.
Quel giorno mi presi cura di loro.
Le curai personalmente come potei, piansi con loro per tutte le compagne distrutte, ascoltai in silenzio tutte le loro storie, poi rimanemmo in silenzio.
Ad un tratto sentii bisbigliare e m’avvicinai: “Cosa state parlando voi? Dovreste riposarvi che poi non avrete più modo di farlo!”
Una amazzone di Roka si alzò e con occhi bassi ed un sorrisetto umile in faccia disse: “Ci perdoni Comandante, stavamo… stavamo…”
Cominciavo ad essere curiosa, mentre lei arrossiva sempre di più: “Avanti parla!”
“Ci stavamo chiedendo se lui ha una donna…”
“Ma di chi state parlando?”
M’indicarono con il dito un gruppo di guerrieri, poi vidi che indicavano l’uomo in piedi, che sorrideva, Helky!
Sul primo mi arrabbiai ma decisi di esplorare oltre: “Perché? V’interessa il Comandante?”
Lo dissi senza dare a vedere emozioni, e loro mi guardavano stupite.
“Ma Comandate Acer, non mi dica che non le piace un uomo cosi!”
Mi avvicinai al cavallo e, montando, dissi: “Certo che mi piace, se no perché mai l’avrei sposato?”
Loro rimasero a bocca aperta: “Adesso fatevi dare un cavallo e delle armi, preparatevi, bisogna sempre essere pronte! E per questa storia… non ne parliamo più, sappiate soltanto che se scopro qualcuna a fargli gli occhioni dolci… sappiate che tengo i pugnali pronti in ogni momento! Adesso amazzoni avanti!”
Alcune ancora mi guardavano a bocca aperta quando entrai nella tenda di Helky, la sera, per dormire.
Poi una notte feci uno strano sogno… ero vestita da ancella e portavo un otre d’acqua, ad un tratto il guerriero con la pelle di lupo mi venne accanto e si fermò davanti a me sussurrando: “Stai giungendo, ti sto aspettando; non sai da quanti anni bramo di trovarti… lo sai chi sono, vero piccola mia?”
Lo sapevo, era l’uomo dei miei incubi, quello che mi aveva tormentata con il suo simbolo fin da bambina.
“Tu sei destinata a me, io ti voglio e con me non avrai nulla da temere. Dopo il palo io farò rinascere il tuo spirito nel corpo e ti legherò a me, sarai mia per sempre e mi darai molti figli, tu sei destinata a me… tu sei destinata al palo!”
“Ti sbagli… io ero destinata a mio marito e tu non riuscirai a portarmi via, lui mi difenderà!”
Lo vidi vacillare per un secondo, infine ridere: “Quel mezzo stregone? Padre di mille bastardi? Ahahahahah più donne hanno conosciuto la geografia del suo corpo che gli esploratori le mappe! Dimmi, è con lui che vuoi rimanere? Con lui? E quando i figli saranno grandi e torneranno a reclamare il padre? E se una donna decidesse di voler divenire sua moglie perché madre di un suo figlio? Rimarresti sola nel tuo dolore fanciulla mia! Vieni dal palo! Poi ti farò rinascere e vivremo assieme, io ti attendo da troppo tempo, bramo il tuo viso ogni notte, mentre lui sogna solo guerre e morti, io ti sogno come la protettrice del mio cuore! Ti difenderà dici? I ribelli vi uccideranno tutti a nostro ordine e lui dovrà scegliere o la sua vita stessa o la tua… piccola mia credi che rinuncerà a se stesso? oh, amore mio non fare l’ingenua!”
Mi misi ad urlare. Non potevo ascoltare oltre.
Lui si guardò attorno, sentiva presenze, aveva fremiti.
“Ora devo andare piccola, ma ascoltami bene… lui non ti desidera al suo fianco, per lui sei inutile! Credimi! Infatti, vedrai se mento, ti manderà via, rimarrà solo qui e ti abbandonerà dalle ibride, ad amare Misime!”
“Come la conosci?”
“Ahahahah piccola mia, io posso essere molte cose, il mio spirito può abbandonare queste terre, rinnegare i ribelli per qualche giorno e venire a trovare le ibride, ed entrare in un’ibrida, o in un oggettino dorato che porti al dito! Io ho tante forme. Pensi che una stupida ibrida potesse sola farti un incantesimo? Mia dolce ingenua! Ora tuo marito mi sta mandando via dalla tua testa, ahahahah ha paura che tu sappia la verità! Vieni al palo mio amore!”
L’incubo terminò quando Helky svegliato dal mio pianto mi svegliò a mia volta e mi consolò.
Però quel sogno mi perseguitava tutte le notti, ed io diventai sempre più depressa ed ansiosa.
Una notte mi svegliai di soprassalto e vidi Helky che mi teneva stretta al suo petto, piansi su di lui, perché sapevo che mi avrebbe mandata via.
Infatti la mattina seguente mi prese in parte e mi disse: “Acer devi tornare a Nosambra, qui sei in pericolo, una presenza malvagia ti sorveglia, è troppo pericoloso ed io non posso proteggerti sempre! Devi andare!”
Io cominciai ad urlare che lui non capiva, che io non volevo, che non volevo andare via, lasciarlo!
“Helky, amore, se tu ora mi mandi via, io mi sentirò la più umiliata tra le amazzoni!”
Piangevo, poi mi calmai e gli dissi soltanto: “Amore, ti amo.”
Indietreggiai quando lui voleva baciarmi e mi voltai a preparare le mie cose.
Dardel ed i suoi, con tutte le amazzoni, mi accompagnarono, anche loro dovevano restare a Nosambra.
Il comando era mio, ma Dardel mi sorvegliava.
“Dardel lasciami scappare, per favore!”
“No, non posso Acer, non chiedermi questo!”
Non insistetti più, e con il cuore affranto mi buttai nella disperazione.
Arrivammo a Nosambra ed io la vidi, Misime, che mi attendeva: “Sapevo che saresti giunta!”
E così mi baciò ed io mi sentii avvolta dalla sua parte maschile, dal suo spirito da uomo.
Mi portò alla sua dimora, una specie di capanna accanto alle paludi, avvolta nella nebbia.
Misime ora era un uomo, lo sentivo da molte cose, il corpo duro che mi stringeva, persino dall’odore.
Mi gettai sul letto, esausta, ma stavo bene, ero in una specie di sogno, e Misime s’era quasi trasformata ai miei occhi.
Il suo volto, l’espressione, la voce, erano cambiati.
Mi si sedette accanto e mi accarezzò il viso: “Acer, quanto ti ho attesa!”
“Mi hai atteso? E perché?”
Misime s’avvicinò: “Perché ti avevo visto, fin da piccina, ti ricordi di me nei tuoi sogni? Oh, non sono uno stregone cattivo qui, Acer, son solo un uomo, l’uomo che ti ha tanto amato ed ora è venuto a prenderti!”
La sua voce era calda e convincente, mi distesi e chiusi gli occhi, sussurrando: “Eccomi.”
Mi vidi volare sopra i monti, come la prima volta che l’ibrida mi aveva baciato, ma ora, ad attendermi in una buia foresta, era una figura come di guerriero.
“Chi sei?” chiesi.
“Sono Misime, son parte di lei, e tu lo sai, amore mio, tu lo sai!”
Apriì gli occhi e vidi la Hibryan che mi fissava, poi s’avvicinò a me e mi baciò il collo, io richiusi gli occhi.
Quel guerriero era avventato al mio collo, io gli sollevai la testa e così feci anche con l’ibrida, ormai il sogno e la realtà si confondevano in un dormiveglia da brivido.
Lui mi prese le braccia e le guardò, poi il mio viso, ed io rimasi ferma, respirando pesantemente.
“Acer… oh Acer!”
Mi fissò e poi sussurrò: “Ti vorrei mangiare, come un frutto maturo…”
Non ragionavo più con la mia testa, ero stregata dai suoi occhi… gli presi il capo e lo baciai con passione, poi baciai Misime con lo stesso ardore, ed allora avvenne un fatto straordinario, il guerriero e Misime si avvicinavano e si sovrapponevano fino a diventare un solo uomo.
Il corpo era di Misime, ma la voce, le parole e la mente erano del guerriero, ed io non lo trovavo per niente anormale.
Le sue mani cingevano la mia schiena esplorandolo dalle spalle fin giù… giù, gentilmente mi fece sdraiare sull’erba soffice… mi abbandonai, anima e corpo, alle sue brame, ed in quell’istante l’immagine di Helky era già lontana mille miglia dalla mia mente.
Sia io che le mie compagne amazzoni trascorrevamo i giorni con le ibride, ridendo e dimenticando di essere guerriere.
Sguazzavamo in uno stagno pulito e poi ci asciugavamo al sole, infine ci raccontavamo avventure che avevamo vissuto ma che sembravano troppo lontane, sembravano la vita di un altro.
Ed in quel tempo Misime mi rimase sempre accanto, il suo amore per me era profondo e quel guerriero, che di notte mi aspettava nella foresta, mi cullava tra le sue braccia ed io, spontaneamente, mi davo completamente a lui, … felice di acconsentire ad ogni sua richiesta… mi piegavo ad ogni suo desiderio… senza esitazioni o ripensamenti, non sapevo quello che stava succedendo, non me ne rendevo conto… finché… un guerriero, uno soltanto tornò a Nosambra, era Zalesc, ferito gravemente ad una spalla.
In quell’istante mi accorsi della vita che stavo facendo, mi accorsi di aver ceduto all’incantesimo, di essere caduta nella trappola e di condurre una vita indegna di qualsiasi donna onesta.
Corsi da Zalesc e lo presi tra le braccia, piangendo e cullandolo come un fanciullo.
Ma lui doveva parlarmi e con fatica si liberò dal mio abbraccio, mi afferrò il braccio, sussurrando.
“Helky, sta bene… vedrai, finiremo la guerra presto, tornerà a prenderti.”
Io piansi, come facevo a dirgli quanto era successo?
Come facevo a raccontare i miei tradimenti?
“Zalesc.. oh Zalesc!” gli riavviavo i biondi capelli, lasciando scivolare le mie lacrime sul suo volto.
Poi però giunse Misime: “Acer, cosa stai facendo?” vide il guerriero ed arrossì violentemente, sibilando: “Chi è costui? Acer, non dirmi che ti porterà via!”
Zalesc si mise in piedi ed estrasse la spada, puntandogliela alla gola: “Misime saresti tu? Ibrida! Cos’hai fatto alla moglie del Comandante? Cosa le hai fatto? Parla!”
“Zalesc, il Comandante non verrà a prendermi e Misime si prenderà cura di me!”
Lui mi guardò con sguardo stupito: “Acer… Acer ti prego! Lui tornerà e ti vedrà abbracciata a quell’ibrida?”
“Mi spiace Zalesc.”
Lui non volle sentire ragioni, mi prese per un braccio e mi caricò sul cavallo, mentre io urlavo e strepitavo e Misime rimaneva sconcertata e disperata senza sapere cosa fare.
Il cavallo esausto ce la faceva a malapena, ma si lanciò al galoppo, trascinando me e Zalesc fino ad una foresta.
Io mi scaraventai per terra.
“Brutto! Come hai osato fare questo? Come hai potuto? Oh ma Misime verrà a cercarmi, vedrai!”
Lui si buttò a terra, perdeva sangue dalla ferita alla spalla: “Ed io l’attenderò. Questa stregoneria va curata Acer, qui sarai al sicuro dai ribelli, ma la magia t’incatena, devi reagire!”
“Smettila! Riportami indietro! Non voglio ascoltare le tue menzogne! Io voglio andare a Nosambra, voglio tornare lì!!”
Lui mi legò le mani ed i piedi, poi si abbandonò con la testa accanto a me, addormentato, e la mano sulla spada.
Non capiva! Io volevo tornare a Nosambra! Perché mi teneva legata?
Oh, ma Misime sarebbe arrivata, mi avrebbe portata via con sé.
Ma nello stesso tempo non riuscii a non provare tenerezza per quel giovane uomo.
Mi accoccolai accanto a lui con il volto per riscaldarmi e mi addormentai, come un cane accanto al focolare o il lupo dominante alla giovane luna mentre tutto attorno il mondo tace.


Capitolo 13 - HELKY

Ero lì fermo a guardare Acer allontanarsi, la stavo perdendo, forse per sempre, il mio cuore sanguinava, l’unica mia consolazione era sapere che, agendo in questo modo, avevo fatto il massimo possibile per salvarle la vita e l’onore.
Ero disperato perché sapevo che lei non aveva capito quanto mi era costato allontanarla, non capiva il sacrificio che mi ero imposto.
Non chiedevo riconoscenza, sarebbe stato chiedere troppo, ma avrei voluto almeno la comprensione, e mi rendevo conto che anche questa mi era negata.
Feci uno sforzo di volontà ed allontanai da me la disperazione, dovevo concentrarmi sulla guerra, avevo sulle spalle la responsabilità della vita di un migliaio di uomini, loro si fidavano di me e non potevo deluderli, era per me un obbligo morale riportarli vivi e vincitori nella Kioskas.
Una cosa mi fu subito chiara, la guerra si sarebbe combattuta su due fronti; le battaglie contro la marmaglia guidata da Colanino, e la lotta mentale per distruggere quell’essere diabolico che si era impossessato della mente di Acer e che sicuramente avrebbe usato i suoi poteri per impaurire e demoralizzare i miei guerrieri.
Chiamai Solenor, quando mi si presentò gli dissi: “Solenor, scegli il guerriero migliore della tua compagnia ed affidagli il comando, perché da questo momento sei il mio Aiutante di Campo.”
Solenor mi guardò sconcertato: “Ma Comandante, presto tornerà Acer… forse è uno spostamento inutile.”
Sapevo dell’amicizia fraterna che legava Solenor ad Acer, quindi decisi di parlare chiaramente.
“Solenor! Acer non tornerà e forse non la vedremo mai più!”
“Ma cosa dici Comandante! Non credo che esista una potenza al mondo capace di tenere Acer lontana da te!”
“Invece sbagli, non sei al corrente di alcune cose che ora ti racconterò, perché devi sapere tutto, devi capire i motivi di certe azioni per compiere il tuo dovere fino in fondo, e quanto ti dirò è la prova di quanto mi fido di te, perché finora solo Acer e Dardel erano al corrente... ora ascoltami in silenzio.”
E gli raccontai tutto, fin nei più minimi dettagli, l’incontro con Colanino e le sue minacce, gli incubi di Acer e le mie lotte mentali con lo stregone, gli parlai di Misime e non gli nascosi neanche l’incantesimo dell’anello.
A mano a mano che proseguivo nel mio discorso, vedevo Solenor sbiancare in volto.
Quando terminai di parlare, egli mi guardò allucinato.
“Comandante… non è possibile… non posso credere che Acer ti tradirà o che finirà nelle mani di quello stregone… però se lo dici tu… devo credere alle tue parole… tu comanda ed io ubbidirò… farò tutto quello che sarà in mio potere di fare per salvare Acer e liberarla dalla stregonerie che l’incatena… conta pure su di me… quali sono i tuoi ordini?”
“Avanzeremo lentamente, preceduti da esploratori per evitare le imboscate ed i tranelli, tu dovrai fare in modo che tutto proceda per il meglio, perché io da questo momento, ancora prima di affrontare Colanino con la spada in pugno, mi dovrò impegnare a sconfiggere quell’essere malvagio. Lo devo distruggere, dovesse costarmi la vita. Se dovessi morire ti affido Acer, rintracciala e riportala alla Kioskas, dille che sono morto con il suo nome sulle labbra.”
“Tu non morirai Comandante, tu devi vivere e condurci alla vittoria, tu dovrai rintracciare Acer e ricominciare a vivere una nuova vita con lei al tuo fianco, ed io m’impegno di fare di tutto perché ciò avvenga.”
E fu così che Solenor divenne il mio Aiutante di Campo.
In realtà era il Vicecomandante, si prendeva cura di tutto con una diligenza degna d’encomio ed io iniziai a sondare l’altopiano alla ricerca dello stregone.
Dovetti spingere la mia mente molto lontano prima di riuscire a trovarlo... rimasi ad osservare, senza interferire, i suoi maneggiamenti, per combatterlo efficacemente dovevo prima conoscerlo a fondo.
Era forse la mente più malvagia che potesse esistere sotto la luce del sole, era assetato di potere e pieno d’orgoglio, lo stesso Colanino non era altro che un giocattolo nelle sue mani.
Ignaro della mia presenza e sicuro di non aver rivali degni di questo nome, non si preoccupava minimamente di mascherare le sue intenzioni e di schermare adeguatamente la sua mente, era un pazzo sanguinario!
Non si preoccupava di noi, tanto era certo che Colanino avrebbe fatto un solo boccone del mio piccolo esercito.
Al momento, l’unica cosa che l’interessasse era Acer, la voleva per sacrificarla nel modo più osceno agli spiriti infernali, nella speranza che questi lo avrebbero aiutato a diventare ancora più potente.
Prima di sfidarlo dovevo risvegliare i miei poteri, assopiti da un lungo periodo di inattività, così, mentre una parte della mia mente continuava sorvegliarlo, mi concentrai in esercizi mentali come mi avevano insegnato gli sciamani dei nomadi delle steppe.
In un primo momento, questo continuo lavoro della mente riusciva a sfinirmi, ma dopo alcuni giorni mi accorsi che non soltanto non mi stancavo più, ma la mia potenza mentale aumentava notevolmente.
Oramai mi sentivo in grado di affrontarlo, ma il momento doveva essere scelto bene, volevo portare un unico attacco definitivo e distruggerlo.
Non potevo permettermi di lasciarlo sfuggire, di lasciarlo nascondersi per poi tornare più potente di prima.
Non avevo più alcuna difficoltà a trovarlo, potevo seguire tutti i suoi movimenti senza che egli se ne accorgesse; c’era però una cosa che mi lasciava perplesso, al calar della notte perdevo le sue tracce.
Inizialmente pensai che egli si ritirasse a riposare, ma poi pensandoci bene mi resi conto che il mio ragionamento era sbagliato… il riposo rallenta l’attività mentale ma non la ferma mai del tutto, quindi nelle ore notturne egli sfuggiva alla mia sorveglianza.
Decisi di stare più attento, e dopo diversi giorni mi accorsi che egli lasciava il campo dei ribelli e si trasferiva in un altro luogo, lo seguii e feci una scoperta che mi lasciò sgomento: andava a Nosambra.
Non ci misi molto a capire il suo gioco: egli manovrava Misime, che inconsapevolmente era diventata il suo strumento per plagiare Acer.
Mia moglie era diventata il suo giocattolo, lei ci faceva l’amore ed ascoltava le sue menzogne, egli le prometteva di non farla soffrire quando l’avrebbero messa sul palo, per poi farla rinascere e vivere per sempre al suo fianco.
Mentiva spudoratamente, insinuava il dubbio nelle sua mente, le diceva che non sarei mai tornato a prenderla, che lei non contava niente per me e che ero felice di essermene sbarazzato, ed erano giorni che istillava quel veleno nella mente di Acer... purtroppo lei ci credeva ciecamente.
Appena lo scoprii, mi sarei ucciso dalla disperazione, ma poi la rabbia prese il sopravvento… lo volevo morto.
Poi successe un'altra cosa, che non riuscivo a spiegarmi... Acer aveva lasciato Nosambra all’insaputa dello stregone, Misime era disperata, e sondando la sua mente scoprii quanto era successo: era stato Zalesc, uno dei miei guerrieri che ferito nel corso di un combattimento con un piccolo gruppo di ribelli era stato mandato a Nosambra per essere curato.
Giunto lì, Zalesc aveva scoperto, senza capirne la portata, la tresca esistente fra Acer e Misime, e preso dalla collera aveva rapito Acer per sottrarla all’influenza dell’ibrida.
Lo stregone però aveva trovato la sua mente, ma non riusciva a localizzarla perché era continuamente in movimento; nei rari momenti durante i quali riusciva contattarla, continuava ad invitarla prepotentemente a raggiungerlo, le ordinava di usare qualsiasi mezzo per uccidere Zalesc e fuggire.
Era giunto il momento, non era con Acer e quindi non era nella sua mente, potevo agire.
Aspettai pazientemente che aprisse il suo schermo protettivo per uscire e, senza colpo ferire, m’impadronii della sua mente e la saccheggiai letteralmente, conobbi tutti i suoi segreti ed i suoi ricordi immondi, poi chiusi tutti i sinapsi del suo cervello ed egli morì mentre il suo spirito si dissolveva nel nulla.
Udii in lontananza un forte grido, era Misime che moriva assieme al suo padrone.
Ora dovevo trovare Acer, mi preparavo sondare la foresta e l’altopiano, sapevo che era viva, ma dove era?
L’arrivo di Solenor interruppe le mie meditazioni: “Comandante, il nemico è in vista!”
Quindi era venuto il momento di occuparmi di Colanino!
Di fronte a noi si estendeva un ampia pianura erbosa, Colanino aveva scelto bene il terreno per lo scontro finale... era accampato in cima ad un leggero pendio, il che significava che per attaccarlo avremmo dovuto caricare in salita, invece lui aveva il terreno in discesa a suo favore.
Ordinai di scavare dei terrapieni a protezione del nostro campo e mi stavo preparando ad andare a studiare più da vicino quella pianura, quando vidi arrivare uno di quei strani veicoli, volanti ad un paio di spanne dal suolo, utilizzati dagli stranieri.
Si fermò a poca distanza e ne saltò giù il tenente Peterson.
“Comandante! Le porto i saluti del capitano Conley, egli La vuole informare che siamo appostati a poca distanza, dietro il fronte dei banditi. Appena inizierà la battaglia li attaccheremo, sono circa diecimila, il loro capo ha richiamato tutti gli uomini di cui potevano disporre, i pochi che sono rimasti indietro o isolati sono stati da noi già eliminati. Questo è quanto dovevo dirLe.”
“Grazie tenente, dica al capitano Conley che lo ringrazio, gli dica che per almeno un paio di giorni eviterò di dare battaglia, devo prima studiare il terreno.”
Con una piccola scorta, accompagnato da Solenor, andai ad ispezionare quella prateria, l’erba era folta ed alta poteva nascondere qualsiasi insidia.
“Comandante!” mi disse Solenor “come faremo a lanciare i cavalli al galoppo in questo luogo?”
“Non lo so ancora, ma lo stesso discorso vale per i ribelli, devo pensare.”
Mentre pensavo ascoltavo distrattamente i discorsi dei guerrieri.
Erano ragazzi giovani che avevano lasciato il loro villaggio, stanchi di lavorare la terra, per arruolarsi, però erano dei contadini e facevano discorsi da contadini.
“Che razza di terra è questa, si rischierebbe di rompere almeno un paio di vomeri di buon rame prima di riuscire a dissodare un campicello che non ti darebbe neanche un raccolto sufficiente per nutrire una moglie.”
“E sì, e questa dovrebbe orinare molto per irrigarlo, non c’è un sorso d’acqua in giro, e poi se cadesse un fulmine, tutta quest’erba andrebbe a fuoco e ti rovinerebbe il raccolto.”
Un fulmine! Un incendio!
Ringraziai la Dea-madre, quei ragazzi mi avevano fatto venire l’ispirazione... già da giorni avevo notato che il forte vento che spazzava l’altopiano la mattina soffiava da est ad ovest, e quando il sole raggiungeva lo zenit cambiava direzione per soffiare in senso inverso.
Arrivato all’accampamento, radunai gli ufficiali: “Attaccheremo all’alba di dopodomani, appena il vento soffierà in direzione del campo dei ribelli, squadre di uomini muniti di torce usciranno per dare fuoco alla prateria, quando il fuoco sarà lontano mille passi le compagnie usciranno, pronte a dare battaglia.”
Per tutto il giorno e la notte successiva ci preparammo alla battaglia, feci uscire le pattuglie e ci furono alcuni combattimenti, con diversi feriti, ma niente di grave.
Colanino mandava i suoi ad osservare i lavori di terrazzamento fatti per innalzare i terrapieni, e quindi riteneva che ci saremmo chiusi lì per sostenere un assedio... era fiducioso, aveva i numeri dalla sua parte.
Era ancora notte quando il vento iniziò a soffiare, Solenor diede l’ordine e le squadre munite di torce scesero nella prateria.
Il fuoco è un elemento terrificante, non esiste cavallo capace di correre più veloce delle fiamme e Colanino lo imparò a spese sue, perché aveva lasciato la sua posizione e veniva ad attaccarci.
Quando le fiamme si alzarono, la maggior parte dei ribelli era già giunta a qualche centinaia di passi dalle nostre posizioni e non fu abbastanza veloce per fuggire e rimase vittima dell’incendio.
Le fiamme divoravano tutto, erba, cavalli e uomini.
Quando iniziammo ad avanzare trovammo uno spettacolo raccapricciante, corpi carbonizzati di uomini e di cavalli coprivano il pendio e quelli che erano sfuggiti al fuoco andarono a gettarsi nelle braccia degli stranieri che li massacrarono fino all’ultimo.
Seguendo a distanza l’incendio che, avendo trovato un terreno roccioso, si spegneva in fretta, calpestando i cadaveri carbonizzati, risalivamo il pendio.
Era uno spettacolo orribile, neanche il massacro avvenuto alla battaglia del passo era confrontabile, in tutti gli anni di guerre non avevo mai visto niente di simile.
Giunti alla sommità del pendio, trovai una brutta sorpresa: Colanino era lì, unico superstite della sua armata, mi aspettava brandendo uno spow.
Rideva, una risata pazza, allucinata: “Eccoti! Maledetto te ed i tuoi inganni! Hai vinto le tue battaglie, io morirò ma tu verrai con me, e dove sta quella sgualdrinella che dicevi fosse il tuo Aiutante di Campo, quando avresti dovuto dire Aiutante di letto!!!ahahahah.”
Era giunto il mio momento, avrei incontrato la Nera Signora e non avrei mai più rivisto il mio amore.
Mi voltai verso Selenor che mi stava di fianco e dissi in fretta: “Ricordati della promessa che mi hai fatto a proposito di Acer, trovala e dille che muoio con il suo nome sulle labbra e che il mio amore per lei non è cambiato.”
Solenor, pallido in viso annuì, senza rispondere.
Colanino abbasso l’arma puntandola su di me, ma improvvisamente vide Uruk ed esclamò: “Traditore!” e sparò.
Uruk morì all’istante.
Di nuovo Colanino si voltò su di me e sparò, ma la sua mira era imprecisa, sentii un forte colpo nella schiena e mentre cadevo bocconi, col fianco squarciato, vidi un pugnale volare nell’aria e conficcarsi nella gola di Colanino.
Girai la testa ed incontrai il viso sofferente di Iori, era stata lei a spingermi ed a lanciare il pugnale, ma si era preso in pieno il colpo che mi era destinato.
Iori mi fece un debole sorriso poi, più che parlare, mormorò: “Comandante! Ti saluto, io vado, non ci vedremo mai più, ricordati di me che ti amavo.” E morì.
Io persi i sensi, quando tornai in me ero adagiato sul giaciglio nella mia tenda.
Riuscii a vedere la faccia preoccupata di Solenor, inginocchiata accanto a me c’era Myra che mi detergeva la fronte con un panno bagnato e c’era uno straniero che non conoscevo.
“Comandante!” disse Solenor “Per tutte le dee di Arcano! Sei vivo! Ci hai fatto prendere una bella paura! Avevi un buco tale che si vedevano le tue budella! Ma il cerusico degli stranieri ti ha ricucito!”
Riuscii a mormorare: “Che ci fa qui Myra?”
“Ti ha curato sempre dal giorno della tua ferita, ti ha vegliato giorno e notte, dovresti ringraziarla!”
Di nuovo sprofondai nell’incoscienza.
Andai avanti così per giorni e giorni, tra momenti di lucidità e momenti d’incoscienza, finché un giorno mi svegliai, mi sentivo debole, ma avevo la mente chiara.
Myra si alzò ed uscì dalla tenda, per tornare dopo un attimo in compagnia di Solenor e del cerusico; questo mi si avvicinò, mi prese il polso per tastare i battiti del cuore, mi sollevò la palpebra puntandomi una luce nell’occhio, sembrò soddisfatto, mi sorrise e disse: “Comandante, lei è fuori pericolo, dovrà stare a riposo, non potrà muoversi per un po’ di tempo, ma guarirà; lei è un uomo forte e, da quello che ho visto, non è questa la sua prima ferita, ora posso andare tranquillo, a lei serve solo il riposo e niente altro.”
Soltanto allora mi resi conto di essere nudo sotto la coperta.
Dovetti fare una faccia strana, perché Myra si mise a ridere: “Comandante, ti vergogni d’essere nudo? Abbiamo dovuto spogliarti per curarti, non preoccuparti per me, avevo già visto un uomo nudo prima di te, e neanche per te, sei tutto intero, non ti manca niente!”
Chiamai Solenor a me vicino e domandai: “Stai facendo cercare Acer? Da quanti giorni sono qui?”
“Dardel ed i suoi uomini sono tornati da Nosambra ed anche le amazzoni, li ho mandati in giro per i boschi e per i monti a cercare Acer, ma finora non hanno trovato niente.”
Si fermò un istante, poi riprese: “ Non agitarti Comandante, così facendo ritardi la tua guarigione!”
“Da quanti giorni sono qui?”
“Domani sarà il ventesimo giorno.”
Venti giorni, erano passati due mesi da quando Acer era partita per Nosambra… due mesi senza il mio amore… due mesi di sofferenza… due mesi di tortura… Acer!…
Oh Acer! dove sei amore mio?…
Oh Acer! tesoro mio adorato torna da me… ti supplico… non temere il mio giudizio… tutto quello che è successo non conta… non ti rimprovererò… non hai colpa… non ne parlerò mai!
Ma torna rendimi la vita…
Chiusi gli occhi e sprofondai nell’incoscienza un’altra volta.
I giorni passavano lenti e piano piano le forze mi tornavano, non avevo più svenimenti e riuscivo perfino a stare seduto per mangiare.
Myra mi serviva e tentava di guadagnare la mia simpatia, ma il suo passato me la rendeva odiosa, malgrado lei facesse di tutto per farlo dimenticare.
Gli stranieri avevano abbandonato Arcano, li avevo fatti scortare fino al punto dove sapevano di trovare uno di quei strani vascelli volanti che avrebbe potuto riportarli negli Stati dell’Unione.
Intanto le ricerche per ritrovare Acer e Zalesc proseguivano, ma sembravano spariti nel nulla, allora decisi di provare a cercarli io.
Chiusi gli occhi, fingendo di dormire, nessuno avrebbe interrotto la mio sonno.
Cercai a lungo, pertendo da Nosambra ed esplorando i pendii, le valli nascoste, i boschi, le fore e le grotte, ma ero ancora debole e non riuscivo a rimanere così per molto tempo.
Finché un giorno la trovai e rimasi sconvolto, lei si lasciava morire, non voleva vivere, non osava neanche pensare ad incontrarmi, però ora sapevo esattamente dove andare a prenderla.
Decisi di ricorrere alla magia per affrettare la mia guarigione, di notte recitai le formule e fortunatamente il risultato fu immediato.
Alla mattina ero tornato come nuovo e senza aspettare l’arrivo di Myra mi alzai, presi i miei vestiti, li indossai, presi le armi ed uscii dalla tenda.
Myra mi corse incontro: “Comandante! Dove vai, dovresti essere a letto… non puoi alzarti… rischi di fare riaprire la ferita!”
“Taci Myra! sto bene ed ora vado a prendere il mio cavallo!”
Attirati dal trambusto erano arrivati Solenor ed altri ufficiali, rimasero allibiti nel vedermi vestito ed armato di tutto punto.
“Dove vai Comandante?” mi chiese Solenor.
“Vado a prendere Acer, so dov’è, tempo quindici giorni e l’avrò trovata.”
“E vuoi andare via così da solo?”
Sorrisi: “Vuoi venire con me?”
“Certo che lo vorrei, se me lo permetti.”
“Allora sbrigati, non voglio aspettare più di tanto per partire.”
Mentre ero sotto la tenda a lottare tra la vita e la morte, Solenor aveva mandato le compagnie a perlustrare tutto l’altopiano.
Non c’era più un solo ribelle, quindi potevamo partire senza aver pensieri.
Prima di partire feci chiamare Myra: “Myra, per me sei sempre una criminale, ma dopo i massacri che hanno insanguinato questa terra, non me la sento più di erigermi a tuo giudice. Ti devo la mia riconoscenza e come, malgrado i miei numerosi difetti, non sono un ingrato, ti rendo la tua libertà. Ti sarà dato un cavallo, delle provviste ed un coltello, potrai andare dove vuoi.”
Myra scoppiò in lacrime, mi si gettò ai piedi: “Comandante, ti ringrazio per la tua generosità, ma ti prego tienimi con te, ti servirò, sarò la tua schiava e di notte ti amerò, sennò dove mai potrei andare? Ormai sono marchiata, sarò sempre segnata a dito, ed anche chi non sa niente di me mi darà la caccia solo perché ero una Darkayer.”
“Vai a Nosambra, vi troverai le tue compagne e le Hibryans ti accoglieranno sicuramente.”
“Ma Comandante” disse Dardel “Va bene lasciarla libera, darle un cavallo e delle provviste, ma un coltello!”
“Dardel, amico mio, nei giorni passati Myra avrebbe avuto mille occasioni per farmi morire, e non l’ha fatto, vuoi che lo faccia adesso?”
Dardel non rispose, ma vedevo che non era per niente convinto.
Partimmo nella luce del mattino diretti a Nosambra, muniti di provviste ed accompagnati da un piccolo branco di cavalli per poter cambiare montatura frequentemente.
Dardel aveva voluto ad ogni costo accompagnarmi e, conoscendo le sue qualità d’esploratore, fui ben felice di accontentarlo.


Capitolo 14 - ACER

Un giorno felice apparve sulla terra d’Arcano, ma non per me.
Mi ritrovai legata, mentre Zalzsc stava arrostendo un coniglio.
Mi porse un poco, dicendomi di mangiare, ma io non volevo mangiare.
“Non voglio niente da te! Voglio essere portata subito a Nosambra, da Misime, il mio posto è lì ed anche se tu non vuoi, lei verrà a prendermi ed allora morirai. Avanti però, slegami e forse avrai risparmiata la vita.”
Lui sembrava non darmi ascolto ed anzi rideva beffardo, facendomi adirare ancor di più.
Infine si alzò e si avvicinò a me: “Non ho paura di quell’ibrida, io ti libererò solo dandoti al mio Comandante, Helky! Solo a lui potrò ubbidire e così farò, quindi ora stai in silenzio!”
Io lo guardai con occhi in fiamme e quasi urlai: “Helky? Ah, mio marito che mi ha abbandonata! Lui sì! Ah, lui verrà a liberarmi? Ma se non mi vuole neppure!”
Poi abbassai gli occhi e sussurrai, più a me stessa che al guerriero: “Io tanto lo amavo, e lui mi ha mandata via, mi ha portato da Misime e forse è la cosa migliore che abbia mai fatto! Ed ora smettiamola di parlare di quest’uomo!”
Per alcuni giorni vagammo nella foresta, ed io rimasi legata come una schiava.
Lo seguivo in silenzio, mangiando quanto mi dava per la fame che mi divorava.
Zalesc la sera si sedeva accanto a me, e mi guardava tentando di farmi parlare, ma io toglievo il capo o fingevo di dormire e quando proprio mi faceva arrabbiare mi alzavo e lo minacciavo, con occhi terribili.
Ma io ero legata e lui armato e libero, che paura poteva avere?
Rideva ed alzava le spalle, per lui l’unica cosa importante era tenermi distante da Nosambra.
E poi c’erano le situazioni imbarazzanti: come tutti gli esseri umani, anche io ho le mie necessità corporali... come potevo fare, legata come ero, senza ricorrere all’aiuto di quel mostro... lui mi slegava le caviglie, mi tirava su la veste voltando il viso dall’altra parte, ed io arrossivo dalla vergogna.
Una notte però arrivò il mio amato guerriero, nella mente si fece spazio e mi disse in un sussurro: “Acer, vieni, vieni sul monte, io lì ti attendo.”
“Ma come faccio?” gli dicevo “ io sono legata! E lui non ha timore di me!”
“Acer, tu puoi sconfiggerlo, ma non con gli insulti: usa il tuo corpo, usa la tua arma, Zalesc non potrà resistere, devi concederti a lui e quando sarà reso vulnerabile allora ti libererai e avrà finito di rovinarci, poi verrai sul monte, io lì ti attendo amore mio!”
“Fammi capire, io devo farci l’amore? È questo che vuoi?”
“Si lo voglio, accontentalo per quattro o cinque sere e poi uccidilo.”
“Farò come dici tu.”
E così avrei fatto, non credo sarebbe stato difficile.
Guardai Zalesc con la coda dell’occhio… era un bel ragazzo, mi sarei anche divertita e poi avrei dovuto salire dal mio amore!
Ebbene adesso dovevo agire!
Così smisi di essere con lui scortese e non parlavo più di Misime, ma rispondevo gentilmente e lo guardavo con i miei occhi verdi sognanti.
Le sere lui ancora si sedeva accanto a me, allora io trovavo sempre la scusa di prendergli la mano, o toccargli la gamba con la mia.
Lui fingeva di non accorgersene ed io ridevo in cuore mio, felice, sapevo che questo stratagemma avrebbe funzionato.
Tutte le notti il guerriero tornava, mi ripeteva sempre le stesse cose e mi chiedeva a che punto ero giunta nella mia opera di seduzione.
M’incoraggiava a fare l’amore con Zalesc al più presto, tanto che la sua insistenza su questo punto iniziò ad infastidirmi, ma lui avendo capito il mio disagio mi diceva che questo era il prezzo della mia libertà ed era l’unico modo per ottenerla... allora, a malincuore, mi rassegnavo, ero pronta a tradire il mio adorato guerriero.
Un giorno costeggiando un piccolo fiume mi rivolsi a Zalesc: “Senti, guerriero, io avrei proprio bisogno di fare un bagno, ti spiace?”
Egli mi guardò perplesso: “Ma Acer, non vorrai mica spogliarti nuda di fronte a me?”
“Mi bagnerò con la veste addosso, così non dovrai vergognarti di guardarmi.” Risposi io con un sorriso.
Egli mi tirò giù dal cavallo ed io mi presi, con le mani legate, il suo braccio, per poi scendere in acqua. Non mi slegò, ma io ugualmente nuotavo come una sirena nelle acque, sotto il vigile controllo di Zalesc che mi fissava con le gambe a mollo, pronto a riacciuffarmi e farmi tornare a riva.
Quando però riaffiorai egli mi prese subito sotto le braccia per alzarmi.
La veste si era completamente incollata al corpo e ne delineava ogni curva, rendendosi quasi impalpabile.
Zalesc arrossì violentemente guardandomi ed io feci finta di non accorgermene.
Facevo il bagno ogni volta che potevo, per provocarlo, per vederlo lottare contro se stesso per non raggiungermi.
Il mio guerriero ogni sera mi visitava e con carezze mi diceva e ripeteva all’infinito: “Mia cara, devi fare in modo che egli si lasci andare, avanti, per il nostro amore so che ci riuscirai!”
E così quella sera, quando si sedette accanto a me gli dissi: “Zalesc, avanti che succede? Hai visto che posso essere una buona bambina? Avanti cosa ti costa? Liberami le mani, così almeno che io possa pettinarmi!”
Ma egli esitò troppo, così mi portai alla sua schiena e lo incatenai con le braccia, sussurrando: “Avanti, che male posso farti ora? Sono disarmata! Avanti Zalesc!”
Lo convinsi ed egli mi slegò le mani.
Io sorrisi e lo feci distendere, distendendomi sopra di lui e massaggiandogli la schiena.
“Sei esausto eh? Soldatino mio, sei stanco?”
Egli però resisteva, perdurava... mi adirai nel profondo, io volevo scappare e dovevo finire in fretta quel gioco che iniziava a stancarmi seriamente ed a nausearmi, ma il mio guerriero voleva così ed io avrei fatto, mi sarei concessa senza indugi, senza premesse.
Gli baciai la schiena ma sentendolo irrigidirsi decisi di non andare oltre, non me la sentivo proprio... avrei rimandato a domani, ma per essere sicura lo feci girare e gli sforai le labbra, anche se lui rimase immobile, con gli occhi semi chiusi, senza cedere.
Il mio guerriero era molto soddisfatto si me, di come mi comportavo.
Poi una sera che lo aspettavo, udii nella mente un forte grido d’agonia… poi più niente… mi sentii come se mi avessero liberata da un peso, incoscientemente giocavo con l’anello, facendolo girare sul dito… l’anello scivolò… me lo ritrovai sul palmo della mano… sbarrai gli occhi… ero libera dalla maledizione… senza pensarci due volte lo gettai lontano nel fiume.
Mi guardai attorno ed i miei occhi si specchiarono in quelli di Zalesc.
Io arrossii violentemente e chiusi meglio la veste.
Poi sorrisi, con un sorriso che non avevo più da troppo tempo.
“Zalesc… Oh Zalesc! Sono libera! L’incantesimo è rotto… sono libera… capisci cosa significa? Sono libera…”
Ero eccitata, mi alzai e mi misi a ballare sull’erba.
Quella notte, per la prima volta da tanto tempo, riuscii a dormire senza sognare né palo, né guerriero, né Misime… niente… poi nella mia mente si affacciò il viso di Helky…. si Helky!… mio marito… mio dolce amore… stava venendo a prendermi!
Si… ma io? Io lo avevo tradito!
E non era tutto, se solo l’incantesimo si fosse spezzato un sole dopo, io l’avrei tradito ancora, con Zalesc che poi avrei ammazzato …
Oh che vergogna! Oh, lui non doveva cercarmi, non ero degna del suo amore, anche se mi fossi inginocchiata ed offerto ogni mio bene che ormai era nessuno, perché neppure la mia anima era più pura!
Oh quale castigo! Oh quale punizione per i miei peccati!
L’incantesimo era rotto… ero libera… ma non ero libera dei ricordi e dei rimorsi!
La mattina seguente rimasi raggomitolata sotto una coperta e piansi con il volto fra le mani, tremando come una fanciulla.
Zalesc era preoccupato e continuava a ripetermi, posandomi una mano sul capo ed accarezzando i miei capelli: “Avanti, su, il Comandante sta arrivando, vedrai, tra un po’ sarà qui con te!”
Ma io allora lo guardavo e rispondevo in un sussurro, lanciandogli via la mano dalla mia testa: “Mi stai torturando! Io non sono più una sposa pura, non sono più degna di lui, l’ho tradito con Misime e forse…” poi lo guardai e lui abbassò gli occhi “ma non è successo Acer, calmati, avanti!”
“No! Non posso calmarmi! Che razza di moglie, non sono degna di lui. Per favore Zalesc, lasciami libera così posso tornare nei boschi e vivere ancora un poco nel mio tormento!”
Poi venne la febbre e così deliravo giorno e notte, tenendo sveglio quel povero guerriero che accanto a me parlava, mi raccontava della sua vita, pensando che io non riuscissi a sentire.
Una sera però sentii che sospirava: “Acer, se solo ti avessi conosciuto prima del Comandante, se solo fossi stato io tuo marito, forse a quest’ora niente sarebbe successo e noi saremmo a casa con i nostri cinque figli!”
“Ma non è stato così Zalesc” lui si sorprese ed arrossì violentemente “Cosi non è stato, guerriero, io ero destinata a quell’uomo meraviglioso che però adesso non deve più trovarmi, o morirò di vergogna!”
“Scusa se ti ho mancato di rispetto Acer, non volevo, io fantasticavo… perdonami!”
Io allora strisciavo accanto a lui ed egli mi metteva la testa sulla sua gamba, bagnandomi la fronte con un panno.
“Sei già perdonato, sarai sempre perdonato da me, perché mi hai salvato la vita da Misime ed io ti sono debitrice.”
Andammo avanti finché un giorno trovammo una capanna sulla nostra strada, vi abitava una vedova con sua figlia adolescente, il marito era stato ucciso dai ribelli perché si era rifiutato di unirsi a loro.
Zalesc mi portò nella capanna e la vedova si prese cura di me, mi obbligava a mangiare, mi teneva sotto stretta sorveglianza perché sia lei che Zalesc temevano che avrei tentato di togliermi la vita.
La mia salute fisica migliorava, ma ero distrutta moralmente.
Non parlavo, non sorridevo, quasi non respiravo più.
Appena mi addormentavo, sognavo Helky, che mi attendeva felice ma io sapevo di non poter raggiungerlo e scappavo via, lontano.
Helky… Oh Helky! Come può ora andare avanti una donna così?
Un fiore senza più profumo, un albero senza boccioli, una rosa senza colore… l’hanno distrutta, e lei è stata complice, lei non si è sottratta, l’amore è stato troppo debole ed ora ti abbandonerà per sempre!
Prendi la spada fatata, distruggi il suo corpo perché non è degno di restare un secondo di più su questo mondo!
Avanti, avanti caro amore, fallo!
Così renderai un piacere sia a te che a lei, perché straziarsi per un anima impura?
Ripudia quest’essere e non voltarti mai più…
Ma Helky sorrideva e perdonava, tutto perdonava, tutto lasciava correre e sorrideva ancora…
Ma io non ero degna, non ero degna di tutto l’amore.
Come poteva ancora pensare di soltanto sfiorare quel corpo con tutto il peccato, il tormento che aveva passato?
Oh! Amore, prendimi te ne prego, solo la mia vita, perché è la sola cosa che posso darti, ora che non ho neppure più l’orgoglio e le fierezza...
Ma i giorni passavano sempre uguali ed Helky non arrivava... nel mio cuore sapevo che era in marcia, lo sentivo sempre più vicino, ogni notte la sua immagine era più nitida.
Divenni apatica, mangiavo solo se mi obbligavano a farlo.
La vedova mi curava come una figlia, mi pettinava, mi lavava, perché da sola non lo facevo più.
La vedova tentava d’incoraggiarmi, mi diceva: “Povera piccola, è tutto finito, i ribelli sono stati sconfitti, neanche uno si è salvato, l’ho saputo da un boscaiolo di passaggio. Mi ha anche detto che il capo dei guerrieri è stato gravemente ferito, forse morirà, ma almeno la pace tornerà sui nostri monti.”
A sentire queste parole svenni, e quando Zalesc tornò dalla sua caccia mi trovò priva di sensi.
Rimproverò aspramente la vedova, la quale non sapendo che ero la moglie di Helky non si era resa conto del male che mi faceva.
Venne da me e mi fece rinvenire, ma io non mi alzai.
Mi limitai a stringere il braccio del guerriero, che con me rimaneva più spesso, tenendo la mia testa sul suo petto, per farmi sentire il calore di una persona amica... ma io ripetevo solo “morto… morto…”
Da quel giorno non mi alzai più dal letto.
Helky… ora mi lasci, ma sarà per poco mio caro, me ne vado anche io se tu te ne vai.
Dimmi che senso ha restare.
Non avrei mai confidato in un perdono che non avrei mai potuto ricevere, ma almeno avrei voluto morire per mano tua, vederti in volto un ultimo istante, ma le Dee neppur questo ci concedono e neppure da morti troveremo pace… io finirò tra le fiamme e tu nel paradiso degli eroi, perché quello è tuo posto… e gli inferi il mio…….


Capitolo 15 - HELKY

Galoppammo dalla mattina alla sera, fermandoci soltanto per cambiare montatura, spingendo i cavalli al limite della resistenza.
Tenevo sempre la mente concentrata su Acer, conoscevo il suo stato d’anima, le sue angosce, i suoi rimorsi e tentavo d’infonderle pensieri d’amore e di serenità, ma era refrattaria, rifiutava di farsi aiutare, ed ero sempre più disperato, temevo di arrivare troppo tardi.
In meno di due settimane, dopo aver azzoppato un paio di cavalli, eravamo in vista di Nosambra, che sarebbe stato il punto di partenza delle nostre ricerche.
Acer era vicina, lo sentivo, quasi percepivo la sua presenza fisica.
Per due giorni vagammo nei boschi, oramai non cercavo più le sue tracce… la sua mente, per quanto debole, mi guidava, come la luce del falò guida il viaggiatore nella notte.
Il segnale era forte, lei era a portata di mano.
Vidi la capanna, era lì, ne ero sicuro, fuori dalla porta era legato un cavallo.
Un cane vedendoci abbaiò, la porta si aprì e ne uscì un uomo con la spada in mano, lo riconobbi subito: era Zalesc.
Questo quando ci vide lasciò cadere la spada e ci corse incontro gridando: “Comandante! Meno male sei arrivato, affrettati è ancora viva, ma non so per quanto.”
Mi precipitai nella capanna… Acer era distesa sul giaciglio, pallida come la morte, magra da fare paura, teneva gli occhi chiusi e respirava con affanno, spinsi gentilmente la vedova e sua figlia fuori dalla porta per rimanere solo con il mio tesoro ritrovato.
Misi la mano sulla sua fronte e mi chinai a baciarle le labbra, lei aprì gli occhi e mi guardò con un debole sorriso.
“Helky amore, sono dunque morta ed il tuo spirito è venuto a prendermi… Oh amore! Ti ho aspettato tanto, non volevo partire senza sapere di te, mi porterai via con te nell’altra vita, anche se sono una moglie indegna?”
Le misi un dito sulle labbra, una volta così vellutate, ed ora secche.
“Ssst, amore non parlare, riposa... sono qui e più niente ti farà del male… dormi amore mio adorato… dormi mio dolce tesoro… ti veglio io e scaccerò i brutti pensieri che ti assillano.”
Probabilmente lei non mi capiva, era persa nei suoi incubi, e mi misi all’opera.
Appoggiai il palmo delle mani sulle sue tempie, per darle così la serenità, mi introdussi nella sua mente e le ordinai di dormire fino a quando non le avrei permesso di svegliarsi.
Sollevai le coperte e la spogliai completamente, poi mi misi a frizionarla su tutto il corpo per scacciare i veleni che la cattiva magia dello stregone aveva accumulato nel suo corpo e fare circolare il sangue più velocemente, poi la rivestii e la ricoprii.
Ora dormiva tranquilla, il suo respiro si era fatto regolare ed un leggere colorito le era tornato sulle guance.
Rimasi così a vegliarla fino a sera inoltrata, sondai la sua mente e potei constatare che i suoi pensieri di morte erano svaniti, però non riuscivo a fare sparire i brutti ricordi ed i rimorsi.
Ci sarei riuscito, ma solo col tempo, per il momento potevo soltanto attenuarli e renderli sopportabili.
Chiamai la vedova, sua figlia, i miei compagni e naturalmente Zalesc, cenammo con le nostre provviste.
Finita la cena tutti uscirono per discrezione, solo Zalesc rimase dondolandosi ora su un piede ora sull’altro.
“Cosa c’è Zalesc, vorresti parlarmi? Dimmi pure.”
Il ragazzo era rosso come un papavero, non sapeva da che parte iniziare i suoi discorsi.
“Forza Zalesc, non vorrai farmi aspettare tutta la notte.”
Si fece forza e guardandosi la punta dei piedi, iniziò a parlare velocemente, senza neanche prendere il tempo di respirare.
“Comandante, mi sono macchiato di una colpa grave, ho mancato di rispetto a tua moglie... no, non pensare male, non sono arrivato a tanto, non l’ho toccata se non che per legarla per obbligarla a seguirmi in questi boschi lontana da quell’ibrida che le aveva messo un incantesimo addosso, ma mi sono permesso di concupirla… sì lo confesso, la desideravo ardentemente, e non so per quanto tempo sarei stato in grado di resistere ancora. Ecco la mia colpa, puniscimi, me lo merito, ma credimi lei è senza colpa.”
Sorrisi di fronte a tanta sincerità: non potevo dire al ragazzo che sapeva già tutto ciò, che sapevo anche perché era avvenuto, non potevo dirgli che se avesse ceduto alla libidine sarebbe morto sgozzato come un capretto.
“Zalesc, non devi scusarti, sei giovane e vivere da solo con una donna come Acer può fare venire dei cattivi pensieri a tutti quanti. Non preoccuparti, domani o dopo tornerai alla tua compagnia e lascia che ti dica... in questa guerra hai fatto onorevolmente la tua parte e sarai equamente compensato, ora vai che devo occuparmi di mia moglie.”
Mi avvicinai al mio amore, e tornai a tastarle la fronte, a contare i battiti del suo cuore, poi recitai le formule magiche del caso e mi chinai sul suo viso per soffiare il mio respiro nelle sue narici, le feci aprire la bocca ed aspirai il suo fiato per poi soffiarlo nel focolare ed ogni volta la fiamma prendeva uno strano colore verdastro e si alzava sibilando rabbiosamente, l’aria si riempiva dei lamenti e dei gemiti dei demoni che riuscivo a scacciare, per poi tornare normale fino a quando non avessi soffiato ancora l’aria che toglievo dei polmoni di Acer.
Ripetei l’operazione diverse volte, fino a quando le fiamme del focolare smisero di cambiare colore e di alzarsi ad ogni mio soffio.
Infine le presi la testa fra le mani ed appoggiai la mia fronte sulla sua, sentivo la sua mente fondersi con la mia, non opponeva più resistenza si lasciava curare.
Di più in una sera non potevo fare, così dopo averla coperta per bene invitai tutti a rientrare per scaldarsi vicino al focolare.
Erano pallidi e terrorizzati, avevano visto le fiamme uscire dal caminetto ed avevano sentito le urla dei demoni che avevo scacciati, ma nessuno di loro ebbe l’ardire di chiedermi qualche spiegazione.
“Solenor, ti affido questo ragazzo... vorrebbe diventare ufficiale dei guerrieri di Gams, ha dimostrato coraggio e spirito d’iniziativa, nonché una grande lealtà, vedi un po’ cosa si può fare di lui.”
“Comandante, non tornerai con noi sui monti? Dove andrai?”
“No Solenor, non tornerò sui monti, almeno per ora. Con Acer andremo dall’Imperatrice ad annunciare la fine dei ribelli della montagna, poi chiederò all’Imperatrice di accordarci un periodo di riposo per poter andare a trovare un mio amico che abita in un luogo molto distante. Sarà un viaggio lungo, ma so che le compagnie saranno in buone mani durante la mia assenza.”
Alla mattina chiesi a tutti di lasciarmi solo con Acer e la svegliai.
Lei aprì gli occhi e vedendomi sorrise, poi sbarrò gli occhi e balbettò: “Helky… quando sei arrivato… non mi ricordo di averti visto ieri sera.. ma forse dormivo e non mi sono svegliata… Oh Helky! Mi avevano detto che stavi per morire, ed anche io volevo morire… Oh Helky! Tu non sai tutto quello che mi è capitato, né quello che ho fatto!!! Voglio…."
La guardai con piglio severo: “Taci moglie! Non voglio sentire pettegolezzi, né storie varie, tu sei qui ed io sono qui, questo conta, tutto il resto era nelle mani delle dee e noi, poveri mortali, siamo il loro divertimento, ci usano e poi ci gettano via, oppure ci lasciano tornare alla vita, ed è questo che tocca a noi. Ora moglie mia, mi concederesti un bacio, visto che l’ultima volta che ci siamo visti ha rifiutato di baciarmi?”
Acer mi gettò le braccia al collo, ma piangeva così forte che dovetti aspettare a lungo per quel bacio.


Capitolo 16 - ACER

E così mi svegliai, come da un incubo e lui era lì, ad attendermi, sorridendo.
Non riuscivo bene a crederci ed allungai una mano per toccargli la guancia, sì era proprio lui.
Ma poi mi ricordai di quanto dovevo dirgli e mi si chiuse la gola, dovetti trovare tutta la forza del mondo per dire: “Helky… quando sei arrivato… non mi ricordo di averti visto ieri sera… ma forse dormivo e non mi sono svegliata… Oh Helky! Mi avevano detto che stavi per morire, ed anche io volevo morire… Oh Helky! Tu non sai tutto quello che mi è capitato, né quello che ho fatto!!! Voglio…"
Ed egli mi fece tacere, in modo brusco, dove in una società matriarcale mai si sarebbe permesso, ma in quell’istante chi era la società? Chi erano gli altri? Nessuno.
C’eravamo solo lui ed io, soli e soltanto noi, nell’intero universo.
Non sentii nè capii bene le parole, ma seppi in cuore mio che già conosceva da tempi antichi ogni cosa, che lui mi aveva perdonata e riportata alla vita, egli ancora mi aveva salvata.
Chiedeva un bacio, uno soltanto… come potevo farlo quando avrei voluto sommergerlo?
Come poteva volere un bacio da questa donna infame?
Ma il mio tesoro, unico astro, richiedeva un bacio.
Piansi con la testa al suo petto e le mani che tanto bene conoscevo che mi proteggevano ancora, per sempre.
Finalmente, ora non avevo più paura, potevo solo dare a lui quanto gli era sempre appartenuto, anche se parte di me non lo conosceva, il mio cuore, la mia mente, il mio spirito.
Presi il suo volto con dolcezza ed infine posai le mie labbra stanche sulle sue, come un viandante si posa su una seggiola dopo un lungo girovagare... come un uomo che ha trovato la sua strada nel mondo, anche io avevo ritrovato il mio luogo, che non era un luogo era solo esser con lui, con il mio amore, in qualsiasi posto a qualsiasi ora, ma con lui, legata a lui per l’eternità.
E così fu ancora.


Capitolo 17 - EPILOGO

Dal giorno dell’arrivo di Helky alla capanna nel bosco, erano passate due settimane ed Acer era rifiorita, le cura e l’amore di suo marito l’avevano rimessa a posto velocemente.
Il pallido sole di Pluvirule illuminava l’oro ed il sangue dei boschi, l’aria era fresca e la piccola comitiva si affrettava per raggiungere il fondovalle.
Fermi sulla riva del Kruill, Solenor, Dardel e Zalesc guardavano i due cavalieri che stavano guadando il fiume.
Helky per evitare di riaccendere brutti ricordi aveva preferito evitare di passare per Nosambra, erano scesi lungo il fiume, più a valle dove sapevano di poter trovare un guado.
Cavalcavano con il sole in faccia, diretti alla Kioskas Imperiale per annunciare a Nimira la fine della loro missione.
Poi, con il Suo permesso, sarebbero andati ad Om’Tzala da Abuknazir.
Ma questa è un’altra storia

FINE

 

 

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