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La montagna - Cap. 2

 

Capitolo 8 - ACER

…abbassai lo sguardo sulla mano che stringeva la mia… era Helky…
Scoppiai in lacrime… ma cosa succedeva?… ma chi credevano di essere quegli uomini?…
 

Zalesc che, a pensarci bene, forse si era permesso di stringermi più del dovuto, col pretesto d’insegnarmi a tirare con l’arco… tanto che avevo sentito il suo corpo premuto su di me, e chissà quanti altri avrebbero voluto stringermi così??
E poi Sardek che, guardandomi, non nascondeva la sua libidine.
Non riuscivo a calmarmi, singhiozzavo disperata… ma perché?
Cos’avevo fatto di male per meritarmi questo? Niente!
Ero sempre stata discreta, non me ero mai esibita in atteggiamenti provocanti… allora, mi trattavano così soltanto perché sono una donna?
Non sono migliori dei ribelli! Chissà cosa mi farebbero se non ci fosse Helky?
Infine mi calmai, non avevo più lacrime … era arrivato Helky, non disse niente, si limitò ad accarezzarmi il viso, dicendo: “Tesoro, va tutto bene, non preoccuparti.”
Mi venne il sospetto che la scena di Zalesc appiccicato alla mia schiena gli fosse stata riportata… ma egli non disse niente.
Feci un profondo respiro, dovevo dirgli tutto, non potevo tenere solo per me questo peso, dissi: “Helky, amore! Ti devo parlare.”
“Cosa vuoi dirmi, tesoro?”
Gli raccontai tutto, la lezione di tiro con l'arco, l’intervento di quel guerriero di cui ignoravo il nome, la reazione di Zalesc e la mia paura di vedermi diffamata di fronte a tutto il reparto, con le possibili conseguenze sulla mia reputazione e sull’onore di mio sposo.
Helky sorrise, mi prese la mano e guardandomi negli occhi, disse: “Tesoro, va tutto bene, il primo che si azzarda a parlare male di te se ne pentirà per il resto dei suoi giorni, quindi non parliamo più di queste cose, sono certo che non ti lascierai più coinvolgere in situazioni del genere.”
Ma non ero soddisfatta, e ripresi: “Non è tutto, c’è un’altra cosa da dire.”
Helky aggrottò la fronte e domandò: “Quale altra cosa?”
“Sardek è venuto a riprendere l’arco che mi aveva dato da custodire… mi ha guardata in un modo strano, ed ho capito benissimo cosa voleva, non ha detto niente, ma gli ho letto il desiderio in faccia.”
“Calmati amore, non farti strane idee, va tutto bene, verrà il momento e chiarirò anche questo fatto.”
Ma io non potevo calmarmi così, la mia vita non è mai stata semplice.
Diversamente da quanto hanno quasi tutti i bimbi io non avevo nessuno.
Lo Spirito stesso di Arcano mi era da padre e da madre, e la natura, vecchia signora sempre bella, mi dava il privilegio di essere sua discepola.
Imparai molte cose nei primi anni della mia esistenza ma mai senza dolore o rinuncia.
Adesso, pensando agli ultimi giorni trascorsi, rifletto su quanto compii gli anni per imparare a camminare.
M’issai tenendomi saldamente ad un albero ed iniziai a spostare, tremolante, un piede dopo l’altro, felice.
Ma, lasciando l’albero, inciampai e battei la testa sulla roccia.
Capii quindi e mi trascinai in un campo di fiori.
Sulla soffice erba mossi i miei primi passi e feci le più grandi cadute della mia infanzia.
Poi giunsi a Kolise, selvatica e temprata dalle tempeste, probabilmente se Madras Asiram non mi avesse trovata e portata da Maestro Ombra, sarei diventata una sanguinaria bestia inferocita e, forse, sarei morta, uccisa da qualche guerriero che si sarebbe dovuto difendere dalla mia rabbia cieca.
Neppure amare lo affrontai con tanta facilità.
Era un cosa nuova, incredibile e per me assurda.
Ci volle molto tempo per imparare ad esprimere il mio amore e ci volle anche tanta pazienza da parte del mio sposo.
Ed ora ero un ufficiale, per la prima volta non potevo più comportarmi come uno spiritello libero, che si divertiva a sfrecciare nel vento ed inseguire i sogni.
Dovevo stare con i piedi per terra e la mano all’elsa per stare ai miei doveri.
La sera rossa bruciava il nostro orizzonte ed ancora per poco ci avrebbe offerto le sue fiamme che si stagliavano nella bruma.
Misime, Iori, Helky ed io, eravamo sul ciglio dell’acquitrino a cercare con gli occhi i guerrieri silenziosi, ognuno accompagnato da una Hibryan, che imboccavano il sentiero che era stato segnato nella palude per attraversare Nosambra.
La notte era buia, basse nuvole nere coprivano Arcano, ogni tanto la luna faceva capolino per poi tornare a nascondersi subito, il tempo non passava mai, la lunga fila dei guerrieri sembrava non dover finire mai, ed io ero ancora persa nei miei pensieri.
Guardai con la coda dell’occhio il Comandante che era in piedi accanto a me.
Scrutai la sua figura imponente e fiera che fissava il suo esercito con silenziosa vigilanza ed approvazione.
I miei occhi puntarono i suoi lineamenti armoniosi ma forti, scesero sulle spalle e le mani.
Provai una fitta lacerante nel mio spirito.
Durante il viaggio alla luce del sole non potevo neppure sfiorarlo ed i miei occhi rimanevano quasi sempre bassi per non cedere alla tentazione, ma in quel momento avrei voluto saltargli tra le braccia e non lasciarlo andare.
Avrei voluto assaporare il profumo del suo soffio e volevo che la nostra felicità riecheggiasse tra i monti come una valanga terribile.
Finalmente l’ultimo guerriero si avviò, allora Misime mi prese la mano e disse: “Andiamo, ora tocca a noi.”
La sua presa era salda e mi dava un senso di sicurezza, scendemmo in acqua, ero immersa fino alle ginocchia ed ogni passo costava uno sforzo.
Camminammo in silenzio per un lungo tratto del sentiero, era così buio che non riuscivo a vedere il guerriero che ci precedeva, sembrava di essere sole in mezzo a quest’immensa distesa d’acqua.
Poi Misime prese a parlare a bassa voce: “Parliamo se vuoi, ma piano, i suoni sull’acqua si diffondono rapidamente e vanno molto lontano.”
“Sì, parliamo, mi farà sentire meglio.”
“Cos’hai che ti turba?” mi domandò Misime.
Sentivo il bisogno di scaricarmi il cuore e le raccontai tutto, sia di Zalesc che di Sardek.
Lei mi ascoltava in silenzio, senza mai interrompermi; quando ebbi finito, mi strinse la mano ancora più forte e disse: “Povero tesoro! Come hanno osato farti questo? Lo sa il Comandante Helky?”
“Sì, gliel'ho detto, non ho nascosto niente, non sarei potuta vivere con un simile peso sul cuore.”
“E cos’ha detto?”
“Di dimenticare queste cose, e che a Sardek ci avrebbe pensato lui, non so cosa intendeva.”
“Lui non può fare niente per il momento, un buon Comandante non può lasciarsi trascinare da sentimenti personali, il successo dell’impresa passa prima di ogni altra cosa.”
Mi arrabbiai: “Ma allora quel mascalzone la passerà liscia ed io dovrò sopportare la sua presenza per tutto il tempo che staremo sulle montagne e rischiare di essere molestata appena mi troverò sola con lui?”
“Acer, tu sei la mia amica del cuore ed io non posso tollerare che tu venga infastidita… io non ho gli obblighi di tuo marito, io posso agire.”
“Come? Cosa intendi dire?”
Lei mi sorrise, riuscivo a malapena a distinguere il suo viso, ma vedevo i suoi occhi lanciare lampi di collera, mi mise un dito sulla bocca.
“Dimentica! Non abbiamo mai parlato di queste cose! Il tempo e gli avvenimenti sistemeranno tutto.”
“Ma non capisco.”
“Acer, amore mio, io sono disposta a dividerti con il comandante Helky, lui è tuo marito, ha i suoi diritti, ma io sono l’amica del tuo cuore, e nessun altro ti deve toccare.”
Rimasi allibita, soltanto allora riuscii a capire il significato vero di quelle poche parole: Misime si aspettava che io l’amassi, che diventassi la sua amante, che io accettassi di dividermi tra Helky e lei… era una follia… era tradire l’amore di Helky ed andavo contro tutto ciò in cui credevo… non trovavo parole adatte per dirle queste cose.
Intanto avevamo raggiunto la terra ferma... senza lasciare la mia mano, Misime mi sussurrò all’orecchio: “Acer, ti devo parlare in fretta!”
Senza aspettare una mia risposta si girò e con passo spedito percorse un sentierino tortuoso, trascinandomi al suo seguito; proseguimmo in silenzio fino ad una radura illuminata a stento dalla luna che nasceva, meravigliosa madre.
Misime si fermò ed imbarazzata, guardò a terra, cercando le parole.
Provai tenerezza per lei e le strinsi la mano.
Questo parve darle la carica.
“Acer…” cominciò “tu sei davvero una bella e giovane donna ed il mio cuore è stato tuo appena ti ho vista. Ascolta, amore mio, ora ti devo lasciare, Iori ed io dobbiamo guidare le guerriere che devono precedervi, tu vai avanti, al massimo un centinaio di passi e troverai i guerrieri, ti lascio amore mio, abbi cura di te”
Dopo un primo secondo di stupore assoluto stavo per mettermi a ridere ed esclamare: “Su Misime! Sei una donna! Come posso piacerti io? Avanti torniamo indietro! Non posso piacerti davver…”
Ma non risi e rimasi a riflettere.
Si invece che potevo, Althea sempre mi diceva che questi esseri erano così completi da poter cambiare sesso, ma per me risultava impossibile pensare ad una cosa simile.
Eppure ora mi accorgevo che gli occhi di Misime non erano più timidi ma profondi e, o forse era una mia impressione, erano diventati neri e grandi, come quelli di un guerriero delle steppe.
Quelle due fessure mi travolgevano ed ora capivo molte cose dei suoi atteggiamenti del giorno prima.
Respirai profondamente e dissi risoluta: “Misime, siamo molto diverse e veniamo da due mondi che si sfiorano appena. Non so cosa per te vuole dire amare, ma io non ho provato questo sentimento così profondo mai per nessuno….”
Feci una pausa, mi era venuto l’affanno come dopo una lunga corsa ed il cuore mi batteva forte.
Lei sorrise, speranzosa, ed io andai avanti a parlare.
“…tranne che per il Comandante Helky. È una cosa che non riesco bene a spiegare Misime… la mia potrebbe essere la più terribile debolezza per un guerriero perché e ti dico il vero, nella mia testa avevo pensato di scappare dagli ordini di Nimira se non mi avesse lasciato vedere colui per cui darei la mia anima e tu sai cosa vuole dire questo per un’amazzone. Non l’ho mai detto a nessuno, tu sei la sola. Io ti posso amare come un’amica fidata, come una sorella ma il mio cuore è tutto del Comandante ed il suo è tutto qui, tra le mie braccia, e lo cullo sempre, baciandolo.”
Il suo viso era terribile.
Era confusa e triste, non riusciva a parlare e tutto cade nel silenzio.
Abbassai gli occhi e… vidi una pietra d’oro scintillare… era oro?
L’afferrai e Misime disse con voce terribilmente mogia: “E’ pirite, una pietra molto simile all’oro e fragile. Luccicante ed è detta l’oro degli stolti.”
“Beh, io ci sono cascata in pieno.”
Ci sorridemmo, poi lei continuò: “Molta gente è annegata nella palude perché questi sassolini brillavano e li attiravano sempre più al largo, fino ad impigliarsi nelle alghe.”
Mi venne allora un’idea, la frantumai in due pezzi più o meno uguali, poi tentai di sfilarmi l’anello che Misime mi aveva regalato... ma non ci riuscii, sembrava che l’anello si rifiutasse di lasciarmi…
“Lo sai che non dovrei accettare il tuo anello, amica mia, però sembra che questo non vuole abbandonarmi, ma questa pietra sarà nostra. I due pezzi saranno uniti e, vedrai, saremo sempre vicine, come due care amiche che guardano il sole, ridendo di gioia per essere al mondo!”
“Non puoi toglierti l’anello, è stato forgiato dalle più abili e potenti streghe di Nosambra. Gli anelli dell’amore sono indistruttibili, ormai questo ci lega indissolubilmente l’una all’altra, ed anche se ti rifiuti di ammetterlo mi ami per sempre ed io ti amerò e ti proteggerò fino alla fine dei tempi... non puoi più sfuggire all’incantesimo, neanche se ti tagliassi il dito o la mano, perché l’anello tornerebbe sempre da te..."
Non so se capisse il mio disorientamento, ma mi sorrise, accettando quello che le offrivo.
Ad un tratto però suo volto cambiò e disse semplicemente: “Tu mi hai dato una pietra e questo è un ulteriore legame, ora anche io ti voglio dare un regalo! Stai bene attenta! E buona fortuna… amica del mio cuore!”
Si avvicinò e mi accostò al suo corpo.
Le sue mani presero il mio viso e la sua bocca si schiuse sulla mia… la sua lingua cercò la mia… non so quanto durò quel bacio, forse pochi secondi, ma mi parve un'eternità.
I miei occhi divennero ad un tratto pesanti e non riuscivo più a stare in piedi… ma… dov’ero?
Sentii il suo spirito impossessarsi del mio, le nostre menti si fondevano l’una con l’altra… percepivo il suo amore, un amore immenso, selvaggio ed irresistibile… non potei fare a meno di amarla… la sua parte maschile s’impadronì del mio corpo… ora era un uomo a tenermi stretta… provai tutte quelle sensazioni meravigliose del corpo e della mente che due amanti provano quando si uniscono… scossa dei fremiti dell’amore… mi persi nella voluttà dei sensi… languida ed appagata… felice di essere sua…
Era la realtà od era un sogno?
Non lo sapevo, e neanche ora lo so, ma sembrava così vero!
…ora mi mostrava la montagna!
Mi alzavo e vedevo… si vedevo… piccole capanne di legno con brutti uomini che facevano la guardia! Erano lì, non lontano dal passo.
Continuai a sorvolare la zona e vidi che c’erano tante postazioni e molto più vicine di quanto si credeva!
I ribelli si erano quadruplicati ed ora, attorno ai fuocherelli accesi mangiavano tranquilli.
Poi dentro di me sentii voci sparse.
Mi concentrai meglio e riuscii a capire.
“Un fido guerriero… che ti sia d’aiuto… un tale di nome Acer.”
Erano le parole dell’Imperatrice, quelle che avevo udito alla Kioskas, prima di partire.
“Difendilo… parti, difendilo… sai cosa intendo! Piccola Acer tu sai cosa intendo!”
Questa era la voce di Kyra!
Fui subito catapultata tra le braccia di Misime che si staccò da me e mi sorrise compiaciuta e furbetta.
“A presto, amore mio, ora devo andare, anche se lo vorrei non posso fermarmi con te più a lungo, vai ed abbi cura di te.”
Ero in completa confusione, non capivo più niente… non riuscivo a parlare… non sapevo cosa dire…
Misime aspettò un attimo, poi visto che non rispondevo, disse: “Vedrai tesoro, ogni volta che visiterai Nosambra, saremo felici, mi darai il tuo amore e riceverai il mio.”
Mi diede un leggero bacio sulle labbra e sparì nella notte.
Il cuore mi batteva forte, ero come imbambolata, mi venne in mente una ballata d’amore e mi misi
a canticchiare mentre raggiungevo i guerrieri.
Poco dopo arrivò Helky ed io tornai con i piedi per terra, ero felice di vederlo e nello stesso tempo, ricordandomi di Misime, provavo un profondo senso di colpa, volevo dirgli tutto ma non mi lasciò il tempo di parlare, soltanto mi disse... di radunare gli ufficiali comandanti delle compagnie.
Arrivarono tutti, compresi Misime, Iori, Dardel e Sardek, che non perdeva occasione di fissarmi con uno sguardo malandrino, mi spogliava con gli occhi aumentando ancora di più il mio disagio.
Come sempre gli ordini del comandante furono chiari e concisi.
Le guerriere Hibryans, agli ordini di Misime e Iori, e gli incursori guidati da Dardel e da Sardek, partiranno subito, le compagnie li seguiranno a distanza, all’alba ci nasconderemo nella boscaglia, al tramonto riprenderemo l’avanzata per giungere al passo prima del levar del sole.
Ora capivo, ora sapevo quello che dovevo fare.
Salutai gli ufficiali e seguii a distanza mio marito che sembrava non accorgersi di me.
Era strano e pensieroso, non sapevo cosa lo preoccupava in modo così allarmante, ma non dovevo assolutamente tirarmi indietro…
“Comandante, io devo andare con gli incursori!”
Lui non si girò e rimase a guardare il fiume: “Hai sentito i miei ordini ed ubbidirai, tu starai con me e le truppe e non si discute quanto dico!”
“Amore perdonami se puoi!” Mi ripetevo nel cuore mentre grosse lacrime continuavano a sgorgarmi dagli occhi.
Mi pareva di essere pugnalata da mille lame, però dovetti trovare la forza di andare avanti.
“No Comandante, io andrò con gli incursori, che Le piaccia o no!”
Oh, cosa avevo fatto? Come avevo osato?
Eppure sapevo che il mio aiuto poteva essere molto utile.
I ribelli avevano preparato trappole ed io ora conoscevo a memoria il territorio.
E poi… la voce di Kyra, non potevo scordarla.
Helky si girò e vidi il suo viso, tra la collera e lo sgomento.
I suoi occhi grigi erano sgranati ed aveva rughe di tensione ai bordi degli occhi, ma era bello come il sole del mattino.
Con voce spezzata disse: “I miei ordini sono quelli e tu, Acer non puoi pensare di fare di testa tua! Anche se sei un’amazzone, ora sei un mio ufficiale e mi devi rispettare e ubbidire!”
Mi rendevo conto che non potevo dirgli di aver baciato Misime e di aver provato tutti le sensazioni dell’amore fisico, la cosa lo avrebbe stravolto e non aveva senso, era stato solo un sogno, almeno così volevo convincermi.
Quello che sentivo era che dovevo proteggerlo come potevo.
Lui era tutto ciò che volevo e per quanto una parte di me diceva di rimanere al suo fianco, codarda e silenziosa, la guerriera scalciava dicendo di andare a difendere quello che amavo.
“Mi spiace Comandante, ma il mio aiuto sarebbe più prezioso lì e sa che non lo dico per ricerca di gloria!
Io amo la mia vita e mai la sprecherei così senza motivo!”
“Ma ti rendi conto che ti stai opponendo agli ordini del tuo Comandante? Sai che fine farebbe un soldato per questa insolenza ingiustificata?”
Era in collera.
Son certa che non era solo questo il motivo che lo faceva arrabbiare con me e mi arrabbiai anche io.
“Ed allora fatelo! Avanti! Buttatemi fuori dai vostri ranghi, rispeditemi a casa ma vi assicuro che se lo farete, io questa notte sarò con gli incursori! Non potete pensare di manovrarmi come un burattino o un pedone di scacchiera! Helky smettila di considerarmi una nullità! Io vado lassù perché ti amo e posso essere utile a trovare le trappole nei vari versanti! Ce ne sono tantissime e gli uomini non sono preparati! Gli incursori son troppo pochi e non organizzati per quello che troveranno! Non capisci che ti amo? Non capisci che la mia più totale felicità sarebbe starti accanto e donarmi a te ogni momento della mia vita per placare il cuore? Oh, no! Credi che io sia di ferro? Credi che riesca a sopportare di restare qui mentre i tuoi uomini vanno alla morte? No, ti salverò a modo mio! Ed ora, Comandante Helky, gettatemi fuori se vi fa più piacere!”
Ero in preda all’ira cieca dettata dall’amore.
Sapevo che stavo andando a rischiare la mia vita ma dovevo farlo!
Gettai la mia spada ai suoi piedi.
“Ecco! Quella è la mia spada! Ma sappiate che l’amore che provo per Helky mai si fermerà e questa pazzia la voglio fare solo per lui. Sarò utile agli incursori Comandante. Lasciatemi andare con loro.”
Dovevo essere impazzita, ma non riuscivo più a capire se ero sveglia o se era ancora un sogno.
Helky si chinò a raccogliere la spada, ma non me la restituì, invece mi afferrò per un braccio, stringendo la sua morsa tanto forte da farmi male.
Era livido in faccia, la collera era terribile, si avvicinò al mio volto e, più che parlare, sibilò: “Signora Aiutante di Campo! Quale demone Le ha messo in testa l’intenzione di distruggermi? Lo sa che se un comandante non è in grado di farsi ubbidire perde la stima e la fiducia dei suoi uomini, forse lo seguiranno in battaglia, ma saranno demoralizzati ed al primo scontro fuggiranno come tante lepri, e molti moriranno inutilmente.”
Si fermò un momento per riprendere fiato, poi proseguì: “Se lei fosse un semplice guerriero, la farei legare ad un albero e di fronte alle compagnie schierate, sulla sua schiena nuda le verrebbero date cinquanta frustate, se per caso sopravvivesse rimarrebbe lì ad aspettare di essere divorata dalle belve, se invece fosse un ufficiale nominato da me, sempre di fronte alle compagnie, verrebbe decapitata, ed anche in questo caso, il suo corpo verrebbe abbandonato alle fiere; ma lei non è né l’uno né l’altro, e non posso agire, lei ha ricevuto il suo grado da Nimira, e quindi spetta a Lei giudicarla e punirla. Se persiste nel suo atteggiamento di insubordinazione, sarà messa in catena ed accompagnata, sotto buona scorta dall’Imperatrice per conoscere la sua sorte, le auguro soltanto che nostra Sovrana sia clemente nei suoi confronti.”
Ero allibita, non riuscivo a credere alle mie orecchie, tutti i miei discorsi non erano serviti a niente, ma Helky non aveva ancora finito di dirmi come la pensava.
“In quanto a me, dovrò prendere atto che la mia impresa è fallita, domanderò a Misime ed a Iori di riaccompagnare le compagnie sull’altra riva del fiume, perché se fossimo attaccati qui sarebbe un massacro e non posso permettere che tanti uomini siano uccisi per colpa dei suoi capricci, poi salirò sulla montagna da solo, la morte laverà il mio onore dal fango che lei ha profuso a piene mani, ora sta a lei decidere, io aspetto!”
Abbassai il capo, Helky mi aveva sconfitta, mi arrendevo… tutti i miei ragionamenti erano sbagliati… io volevo proteggerlo ed invece lo uccidevo…
Riuscii a bisbigliare: “Ubbidirò, starò con te!”
“Benissimo, l’incidente è chiuso, non parliamone più.”
Mi voltò le spalle e si allontanò, lasciandomi sola e disperata.


Capitolo 9 - HELKY

Preceduti dagli incursori e dalle guerriere Hibryans, agli ordini di Misime e di Iori, iniziammo la salita verso il passo, il sentiero era stretto ed eravamo obbligati a procedere a piedi, tenendo i cavalli per la briglia.
Prima di partire avevo avuto una violenta lite con Acer, che voleva ad ogni costo accompagnare gli incursori, io invece sospettavo che volesse andare con Misime, era un problema che non potevo affrontare ora, dopo la vittoria sui ribelli avrei trovato una soluzione per risolvere la situazione senza creare scandali e pettegolezzi.
Non ero per niente tranquillo, il posto era perfetto per un'imboscata ed in quel caso avremmo rischiato di farci massacrare senza poterci difendere.
Le Hibryans sono guerriere magnifiche, temibili e feroci, hanno lunghi canini aguzzi e, sotto le unghie delle mani e dei piedi, sono dotate di artigli retrattili, però combattono solo di notte: la loro pelle, troppo delicata, sopporta male i raggi del sole ed hanno la necessità di bagnarsi frequentemente.
Mi resi conto di quanto erano feroci quando, dopo circa un paio d’ore di cammino, vidi ai margini del sentiero i corpi dilaniati di alcuni ribelli; era uno spettacolo raccapricciante, in passato avevo visto tanti campi di battaglia, coperti dei corpi dei guerrieri morti in combattimento, ma mai uno scempio del genere.
Avrei voluto evitare ad Acer la vista di uno spettacolo simile, purtroppo non era possibile, lei mi seguiva a breve distanza e non potevo neanche rivolgerle la parola.
All’alba del secondo giorno raggiungemmo il passo e le compagnie, a mano a mano che lasciavano il sentiero, si dispiegavano in posizione di difesa.
Il passo non era altro che una larga spaccatura nella roccia e ci trovammo di fronte ad un falso piano, una successione di basse colline che si estendeva fino alle alte cime che sbarravano l’orizzonte.
Mi resi immediatamente conto che non si trattava di conquistare una montagna, ma bensì un altopiano, il che rendeva l’impresa quasi impossibile: avremmo dovuto affrontare una successione di battaglie campali con una tale disparità di forza che neanche il coraggio dei miei guerrieri e la mia abilità tattica sarebbe riuscita a riequilibrare... Nimira ci aveva, forse senza rendersene conto, mandati al macello.
Iori mi raggiunse, e disse: “Comandante, noi ti lasciamo, torniamo a Nosambra, ci preoccuperemo di tenere il sentiero libero per conservarti una via di ritirata se fosse necessario. Potrai inviarci i tuoi uomini feriti, li cureremo. Ora ti saluto augurandoti tutta la fortuna necessaria per la tua impresa.”
Poi aggiunse: “Ti devo dire un’altra cosa: il tuo uomo, Sardek, così si chiamava credo, era con le guerriere di Misime, è morto in combattimento, mi dispiace... si è lasciato sorprendere da un ribelle che lo ha sgozzato. Non abbiamo potuto recuperare il suo corpo, è caduto in un crepaccio, così profondo che non se ne vedeva il fondo.”
Poi con un sorriso ammagliante, mi disse: “Mi ricorderò di te, Comandante, e spero che anche tu mi penserai ogni tanto, perché vorrei che mi accettassi per amica, allevierei la tua solitudine quando Acer se ne starà con Misime.”
Cosa potevo rispondere? Che avrebbe avuto un posto nei miei pensieri!
Non era proprio il caso!
Che non l’avrei pensata per niente! Che non volevo la sua compagnia!
Chissà come avrebbe reagito?
Avevo già troppi problemi da risolvere senza andare a cercarmene un altro!
Mi limitai ad annuire.
Intanto vedevo Misime che, essendosi avvicinata ad Acer parlava a voce bassa, tenendole una mano fra le sue, e la cosa mi dava un enorme fastidio.
Ordinai di piantare le tende nel punto in cui ci trovavamo.
Gli uomini erano esausti e non sarebbero stati in grado di combattere per almeno due giorni.
Non volevo che il nemico s’accorgesse della nostra presenza prima di allora, quindi non ci dovevano essere fuochi accesi, niente squilli di tromba o rulli di tamburi e nessuno, tranne le vedette, doveva avvicinarsi alla cresta delle colline.
Avremmo aspettato riposando.
Non feci fatica a trattenere gli uomini, la maggior parte dei quali era più che soddisfatta di restare ferma in un posto, ma non riuscii a contenere me stesso.
Legato il cavallo, camminai fino alla cresta della collina e, per il resto del giorno, seduto all’ombra di una grande roccia, osservai il paesaggio.
Pensavo ad Acer ed ero preoccupato per la sua sicurezza, lei era l’unica donna del contingente e sicuramente i ribelli sapevano dalle loro spie che era mia moglie, quindi avrebbero tentato in tutti i modi di catturarla, se li avessi sconfitti avrebbero avuto la loro vendetta, se invece avessero vinto loro si sarebbero divertiti.
Già m’immaginavo le torture alle quali il mio amore sarebbe stata sottoposta, gli abusi più osceni che quelle menti oscure avessero potuto concepire e per finire l’avrebbero impalata all’asta di una bandiera, forse addirittura la mia... era un pensiero insopportabile, ma dovevo eliminarlo dalla mia mente e rimanere lucido per affrontare la battaglia.
Dopo circa mezz’ora sentii un avvicinarsi di passi, misi la mano all’elsa della spada ed aspettai.
Era Acer, in silenzio venne a sedersi vicino a me... per un po’ non disse niente, poi si decise a parlare.
“Helky, amore, cos’hai? Ti vedo strano, sei triste o sei preoccupato?”
Avrei voluto gridarle in faccia la mia rabbia e chiederle conto della sua condotta, mi voltai di scatto e vidi il suo sguardo premuroso e preoccupato, non ebbi il coraggio di rimproverarla, così, dopo un attimo di riflessione, risposi: “Non ho niente, sto pensando alla prossima battaglia.”
“Sei preoccupato?” mi chiese lei.
“Solo i sciocchi non sono preoccupati prima della battaglia.”
“Vinceremo o saremo sconfitti?”
“Dobbiamo vincere, non abbiamo scelta… ma se dovessimo essere sconfitti, non mi farò catturare vivo ed anche tu dovrai morire prima di cadere nelle mani di quei selvaggi.”
Acer sospirò: “Lo so amore, piuttosto che cadere viva nelle mani dei ribelli mi getterò sulla mia spada e morirò e se mi dovesse mancare il coraggio uccidimi tu… Helky potrò ancora baciarti prima della battaglia?”
La guardai negli occhi, vi leggevo la sincerità e l’amore, ero confuso, non mi aspettava una tale domanda dopo quello che avevo visto, respirai profondamente: ”Credo di sì, questa notte ci ritireremo nella nostra tenda ed almeno baciarci ci sarà concesso.”
Lei non rispose, ma chiuse gli occhi e pose la mano sulla mia per stringerla forte.
Non capivo più niente... sembrava che Acer, pure amando Misime, mi amasse come prima.
Il sole era sparito dietro le cime e la notte copriva le miserie degli umani col suo velo pietoso.
L’accampamento era addormentato, si udivano soltanto i passi delle sentinelle, gli sbuffi dei cavalli ed in lontananza il lugubre concerto di un branco di lupi che ululava alla luna.
Ero irrequieto, avevo spinto Acer sotto la tenda, ed avvolto nel mio mantello, mi aggiravo per il campo... alzai gli occhi al cielo e vidi la faccia della luna, sembrava sorridermi.
Mi venne uno scatto d’ira: ”Cos’hai da sorridere, Signora Luna? Non vedi come tua figlia mi ha ridotto? Un'anima in pena! Ecco cosa sono diventato! Come potrò affrontare un nemico feroce e crudele con questo cruccio? Eppure io l’amo più della mia vita! Perché mi ha fatto questo?"
Ma la luna rimase silenziosa, continuava a sorridere beffarda, imprecai e mi diressi alla tenda nella speranza di trovare un po’ di riposo sia per il corpo sia per lo spirito.
Acer era sveglia, mi aspettava, non disse niente, non mi fece alcuna domanda, mi guardava con serietà.
Mi tolsi la corazza e mi sdraiai sopra la coperta, senza spogliarmi.
Malgrado cercassi di non perdere il controllo, i miei nervi cedettero, non potei impedire alle lacrime di scorrere sul mio viso.
Acer… Oh Acer… mia benamata… perché?… ma perché mi fai soffrire?… cos’ho fatto per meritarmi questa tortura?… ti ho sempre amata… ti ho sempre protetta… ma perché???
Acer poggiandosi sul gomito, sollevò il busto, allungò la mano e con gesto gentile me la passò sul viso asciugando la mie lacrime.
“Helky, amore, perché piangi? Dimmelo ti prego… non lasciarmi nel dubbio… è colpa mia? Ti prego rispondi.”
Avevo la gola serrata, non riuscivo a parlare, alla fine usci dalla mia bocca una sola parola: “Misime”
La sentii irrigidirsi.
Si allontanò un po’ per guardarmi meglio e scoppiò in lacrime, ora ero io a doverla consolare!
Piano piano si calmò e fra un singhiozzo e l’altro riuscì a rispondere: “Oh, Helky amore, sapessi quanto sto male per quello che ho fatto, Misime mi ha presa alla sprovvista ed io non sono stata capace di respingerla, mi sono arresa… ma non lo volevo… non voglio tradirti… mi credi vero? Ti giuro che è così… è tutta colpa di quest’anello magico che mi lega a lei… annulla la mia volontà e non posso levarmelo… sono prigioniera dell’incantesimo… mi perdonerai… dimmelo ti supplico!”…
La baciai sulla fronte: “Ti ho già perdonata, tesoro, non avere paura, sei sempre il mio amore, ora prova a dormire che domani arriverà presto."
Ci baciammo, ma le emozioni e la fatica presero il sopravvento e, senza rendercene conto, scivolammo nel sonno.
Alla mattina quanto ci svegliammo ero rasserenato ed iniziai a preparare i piani per la prossima battaglia.
Questo è un esercizio mentale che richiede molta concentrazione, per prima cosa bisogna esaminare il terreno dove avverrà lo scontro per poter disporre adeguatamente il proprio schieramento, quindi assieme ad Acer ed a Dardel, accompagnati da una piccola scorta, andai a fare un giro di ricognizione.
Per prima cosa constatai che il nostro campo era situato su una propaggine rocciosa che si spingeva nella piccola valle, poi lasciava il posto ad un terreno sabbioso, così decisi di fortificare la nostra posizione.
Per tutto il giorno, alcuni uomini abbatterono degli alberi per costruire dei ripari, mentre altri scavavano una profonda trincea a protezione al nostro campo, in fondo a questa feci piantare dei pali acuminati e poi ricoprire il tutto con delle frasche.
Quando scese la notte, tutto era pronto e gli uomini, in armi, erano nascosti dietro i ripari.
Di tutti gli innumerevoli orrori della guerra, l’attesa è senza dubbio la cosa peggiore.
Dovevamo assorbire tutto l’urto dell’attacco nemico, di cui non conoscevamo la portata, né il nome: era soltanto il Nemico, un'ombra vaga, scura, senza volto, che si stava ammassando su di noi.
E l’assalto sarebbe avvenuto di notte, il che, in un certo modo, lo rendeva più terribile.
Morire alla luce del giorno era doloroso, ma di notte si immagina la propria anima che vaga, cieca e perduta, senza conoscere riposo, in un tormento senza fine, preda dei demoni.
Io ero in questo non diverso dal più misero dei guerrieri ed ero oppresso dalla paura.
Acer era nervosa, l’attesa la sfibrava: “Helky, ma credi davvero che ci attaccheranno, hanno a disposizione tutta una serie di postazioni per chiuderci in trappola, perché dovrebbero rischiare un attacco notturno?”
“Perché? Ricordati, non sono un esercito, da quando Norman Atek è morto non hanno più un capo in grado di farsi ubbidire da tutti, ma tanti capetti, ognuno dei quali vuole prevalere sugli altri e comandare su tutti… non temere arriveranno.”
Nell’ora più buia della notte, quando ero rimasto l’unico a credere ad un attacco, Dardel mi si avvicinò e bisbigliò: “Comandante, avevi ragione… arrivano… li sento…”
Improvvisamente, si alzò un grande clamore, i ribelli si lanciarono alla carica… non si aspettavano di trovarci svegli… credevano di invadere il nostro campo e di massacrarci addormentati… quando i primi raggiunsero la trincea le frasche cedettero sotto il peso degli assalitori che sprofondarono per finire sui pali… urli di terrore e di rabbia… nitriti di cavalli morenti e quelli che venivano avanti, senza sapere cosa succedeva, non fecero in tempo a fermarsi… calpestavano i morti ed i moribondi ed a loro volta finivano nella trappola…
“Accendete i bracieri e scoccate le frecce incendiarie”
Un migliaio di frecce infiammate solcarono l’oscurità per cadere sulla massa informe degli attaccanti, abbattendo uomini e bestie.
La confusione cresceva di minuto in minuto, ora la notte era rischiarata dalle frecce e gli arcieri non avevano alcuna difficoltà a scegliere il loro bersaglio… fu una carneficina… pochi si salvarono nella fuga…
All’alba mandai gli uomini a sgozzare i feriti gravi ed a catturare tutti quelli in grado di camminare con le proprie gambe.
Il sole si alzò su uno spettacolo raccapricciante, la trincea era colma di cadaveri, uomini e bestie mescolate, il pendio che dal fondo della piccola valle saliva verso il nostro campo era coperto di morti e già i corvi, gli avvoltoi, i lupi e le iene avevano iniziato il loro macabro banchetto…
Credo che il fetore dei cadaveri arrivasse fino al cielo e che le dee di Arcano si siano turate il naso ed abbiano distolto lo sguardo dalla follie degli uomini..
Questa prima battaglia avvene di Atheder, il terzo giorno del mese di Shinerule del secondo anno della Quarta Era, e tutti i guerrieri di Gams si ricorderanno per sempre di quella data.
Intanto gli uomini avevano radunato un centinaio di prigionieri, per lo più ex guerrieri dell’usurpatore Konuk, una ventina di Darkayers ed un paio di predoni.
Avevo deciso di interrogare personalmente i prigionieri e di non mostrare la minima clemenza nei loro confronti, erano tutti assassini e la loro sorte era già decisa, potevano rispondere alle mie domande ed ottenere una morte rapida, oppure rifiutarsi di parlare e morire in modo atroce.
Mandai degli uomini, muniti di sacchi e di bastoni a catturare tutti i serpenti che riuscivano a trovare, era di prima mattina ed i rettili erano ancora intorpiditi dal freddo della notte... in breve tempo i cacciatori di serpenti avevano riempito tre grandi ceste.
I prigionieri guardavano curiosi e preoccupati questi preparativi, ma anche i miei uomini erano perplessi, si domandavano cosa intendevo fare.
Col passare del tempo il calore del sole risvegliava completamente i rettili ed ora gli uomini erano costretti a ricacciare nelle ceste quelli che tentavano di scappare.
Era giunto il momento dell‘interrogatorio, dissi ad Acer: “Forse sarebbe meglio che tu non assistessi a quanto dovrà succedere ora, non sarà uno spettacolo divertente, ho visto molti uomini coraggiosi, grandi e grossi non resistere alla vista di queste cose.”
Ma lei, orgogliosa, mi rispose: “Quello che puoi vedere tu, lo posso vedere anche io.”
“Quant’è così, possiamo procedere.”
Diedi l’ordine di spogliare i prigionieri e mi rivolsi a loro: “Non aspettatevi clemenza da parte mia, tutti vi siete macchiati dei peggiori crimini e sarete puniti con la morte, ma ci sono diversi modi di morire, e so che voi ne conoscete tanti... ma forse non conoscete quello che mi propongo di usare, potrete evitare una lunga e dolorosa agonia rispondendo alle mie domande.”
Erano degli sconfitti ed il loro atteggiamento, fra il rassegnato ed il terrorizzato, lo dimostrava, molti caddero in ginocchia ed iniziarono ad implorare pietà.
Devo dire che le Darkayers dimostravano più dignità e coraggio di molti uomini, e per questo mi ripromisi di non torturarle.
Chiesi: “C’è un capo fra di voi? Su rispondete, ci deve esserne almeno uno, chi mi risponderà morirà in fretta senza grandi sofferenze.”
Indicai un uomo di mezz’età, dalla faccia patibolare e dissi: “Portatemi quell’uomo!”
Quando mi fu davanti gli chiesi: “Sei disposto a parlare? Indicami un capo fra i prigionieri!”
Per tutta risposta, l’uomo mi guardò con aria torva e sputò sul suolo.
Allora presi un sacco ed un bastone, misi alcuni serpenti nel sacco ed indicando il prigioniero ordinai che gli fosse messo la testa nel sacco e di legarglielo strettamente al collo.
Il malcapitato tentò di resistere, ma una volta che ebbe la testa nel sacco iniziò a salterellare in modo scomposto e disarticolato, cadde al suolo, si dibatteva… perse l’urina e le feci… dopo alcuni minuti rimase immobile.
“Togliete il sacco, e state attenti alle serpi.”
La faccia dell’uomo era orrenda da vedere, era stato morso su tutto il capo, gli occhi, le labbra, la lingua, le guance …
Molti guerrieri coraggiosi voltarono il capo, non sopportando lo spettacolo…
Acer era impallidita ma non si mosse.
Un fremito di terrore percorse il gruppo dei prigionieri, poi un uomo si fece avanti: “Io sono Uruk e sono il capo di un clan del nord, cosa vuoi sapere?”
“Tutto! Dove sono i vostri accampamenti, dove avete predisposto le imboscate, di quanti uomini disponete, se avete dei prigionieri... bada a rispondere bene perché rimarrai in vita fino a quando non avremo controllato le tue affermazioni. Se dici il vero morirai in fretta, se menti hai visto cosa ti aspetta.”
Poi chiesi: “E le amazzoni Darkayers non hanno un capo?”
Una bella donna, ancora giovane, alta e formosa si fece avanti: “Mi chiamo Myra e sono la Kopler di queste amazzoni, vuoi torturare anche me, per vedere come muore un'amazzone?”
“No, voglio da te le stesse informazioni che ho chiesto a questo uomo, se mi rispondi bene consegnerò te e le tue compagne alle Hibryans. Forse diventerete schiave a Nosambra, non lo so, ma avrete la vita salva, a te di scegliere.”
‘Ti dirò tutto quello che so, credo di potermi fidare di te.”
“Va bene, a te ci penserò dopo, prima gli uomini.”
La Darkayers si strinse nelle spalle, poi si accorse della presenza di Acer, ebbe un moto di sorpresa, la guardò dritta negli occhi: “Ti conosco amazzone, non so chi sei, non conosco il tuo nome, ma so che sei la predestinata al sacrificio, stai attenta! il palo che ti trafiggerà è già pronto!”
Vidi Acer prima impallidire, poi arrossire dalla collera, ma non rispose alla provocazione, perché tale riteneva quelle parole.
Io invece, le presi molto seriamente….
Per tutta la mattinata, interrogai gli uomini, uno ad uno, e dopo aver controllato che le loro rivelazioni erano concordi, li feci decapitare.
Poi passai ad interrogare le Darkayers, rispondevano con aria di sfida, ma venni così a saper che erano le ultime sopravissute delle amazzoni di Ylea.
Non imploravano pietà ed erano pronte a morire, ma avevo dato la mia parola... le feci incatenare e sotto buona scorta le mandai a Nosambra, quale dono per le Hibryans.
Ora avevo solo due prigionieri, quel tale di nome Uruk che affermava di essere il capo di un clan del nord e Myra la Kopler delle Darkayers, ma a loro ci avrei pensato il giorno successivo.
Li feci incatenare e ricevettero del cibo e delle coperte per ripararsi dal freddo, erano comunque tenuti separati e sorvegliati a vista da guardie che venivano sostituite ogni ora.
La notte era scesa sull’altopiano, era l’ora del riposo.
Spinsi Acer nella nostra tenda, le voltai le spalle un attimo e sentii un forte colpo in mezzo alle scapole, il piccolo pugno di Acer era duro come un sasso, mi voltai sorpreso: ”Ma cosa ti salta in mente? Perché mi hai picchiato?”
Era rossa in viso, i suoi occhi verdi lanciavano lampi di rabbia: “Cosa sono queste storie con quella Kopler? Ti piace per caso? Perché non viene trattata come gli uomini? È una criminale anche lei, chissà quanti uomini ha torturato ed uccisi? Ma no! Per le Signore c’è un trattamento di favore, parlate ed avrete la vita salva! Vi manderò a Nosambra, diventerete l’amica del cuore di qualche Hibryan vogliosa e vivrete felici e contente!”
Mi venne da ridere e, riconosco, un po’ crudelmente, non potei fare a meno di una battuta: “Eh, sì! È una bella donna, sicuramente sa come dare piacere ad un uomo, senza per questo dimenticare la propria soddisfazione. Ma sei gelosa di me, oppure hai paura che Misime metta gli occhi su quella donna?”
Divenne pallida e fece per uscire dalla tenda, ma la bloccai “Allora? Perché fuggi?”
Si morse le labbra poi rispose “Helky, sei cattivo! Sei crudele! Lo sai come è successo, sono caduta in una trappola, non sapevo cosa significassero le parole di Misime e non lo sapevi neanche tu, perché hai acconsentito al fatto che diventassi la sua amica del cuore… ora mi rimproveri… vuoi mettere una barriera fra di noi? E poi credi che non abbia notato come Iori ti guardava?”
“Va là, sciocchina, voleva scherzare, e Iori non m’interessa, lo sai che voglio solo te.”
“Macché scherzi!… una volta mi dicesti che su certi argomenti, come l’amore, l’onore e l’amicizia, non ci si scherza.. hai cambiato parere?”
“Va bene, hai ragione tu, mi scuso per la cattiveria.”
“Helky, lo sai che ti amo, ero pronta a sacrificare la mia vita per salvare la tua, ed anche se Misime si è preso parte del mio cuore con l’inganno, nella mia anima ci sei solo tu, sei tu il mio grande amore.”
“Si lo so, e per quanto riguarda Misime, dopo la guerra cercherò una soluzione, forse dovremo andare ad Om’Tzala da Abuknazir, ma non lascerò niente di intentato. Ma ora parliamo di cose serie, hai sentito cosa ha detto quella Darkayers? Sei la vittima predestinata, io lo temevo ed è questo uno dei motivi che, oltre alla gelosia nei confronti di Misime, mi hanno spinto a rifiutarti di andare con gli incursori, non so se farei bene, ma credo che dovrei dimenticare la mia gelosia e mandarti a Nosambra.”
Acer si fece seria, sgranò gli occhi e disse: “Ma vuoi gettarmi nelle braccia di Misime? Non se ne parla neanche!… io resto con te!… e non venirmi a parlare d’insubordinazione, non sarebbe leale!”
“Bene! per il momento rimarrai con me, ma se le cose si mettono male andrai via, ti prego non dirmi di no, sapendoti in pericolo non potrei concentrarmi sul nemico.”
Acer fece una risata amara: “E sapendomi nelle braccia di Misime, saresti più tranquillo?”
“Tesoro, quello che m’importa è la tua vita, non la mia gelosia.”
Acer mi si buttò addosso e mi baciò, lasciandomi senza respiro, si staccò e disse: “Oh, Helky…
…amore! Cosa farei se dovessi rimanere ucciso? Sarei sola per sempre.”
Avrei voluto rispondere: “E Misime dove la metti.” Ma sarebbe stato una crudeltà inutile e non dissi niente.
Quella notte ci amammo come non avevamo più fatto da giorni e ci addormentammo in pace con noi stessi.
Passai tutta la giornata successiva ad interrogare i due prigionieri, avevo preteso che Acer fosse a mio fianco per dimostrare a tutti la mia considerazione nei suoi confronti.
A sera avevamo saputo tutto quello che c’era da sapere, sapevamo dove il nemico stava radunando le sue forze, perché quelli che ci avevano attaccati erano soltanto una parte del loro esercito, se si poteva chiamare esercito una massa indisciplinata e disordinata.
Avevamo saputo quali erano i tranelli che ci avevano preparati ed avevamo saputo dove tenevano diverse amazzoni ed anche alcuni guerrieri in cattività.
Così decidemmo di levare il campo e di iniziare la conquista dell’altopiano.
Fu allora che si verificò un fatto inatteso, stavamo ancora decidendo quale direzione prendere, quando un guerriero si presentò trafelato.
“Comandante, abbiamo una visita, sono qui per parlamentare tre inviati degli stranieri, sono disarmati, cosa facciamo?”
“Per tutte le dee di Arcano, falli venire.”
Erano in tre, vestiti con le divise degli invasori alieni, il più anziano prese la parole e si presentò.
“Sono il capitano Conley, questi sono i tenenti LeJeune e Peterson, vogliamo parlamentare. Sappiamo che avete combattuto contro i fuorilegge ed avete vinto la prima battaglia, ma ce ne saranno delle altre, noi vi offriamo il nostro aiuto ed in cambio vi chiediamo di aiutarci a lasciare questo pianeta. Possiamo mettere in campo circa cinquecento uomini, bene armati ed equipaggiati, tutti bravi combattenti.”
“E come potremmo aiutarvi a lasciare Arcano? Non possediamo quelle navi che volano.”
“Noi sappiamo dove i contrabbandieri atterrano, basterebbe che ci aiutaste a raggiungere quel posto.”
“E chi mi dice che eliminati i ribelli non vi rivolterete contro di noi?”
Il capitano arrossì e rispose: “Signore sono un soldato, un guerriero come dite voi, ho una sola parola, e sul mio onore vi assicuro che se ci accordiamo rispetterò il mio impegno.”
“La voglio credere, ma i suoi compagni rispetteranno il nostro patto?”
“Certo, non parlo a titolo personale, ma per tutto il mio reparto.”
“E giurerete di non tornare mai più su Arcano?”
“Tutti noi lo giureremo.”
“Quant’è così, potete considerarvi i miei alleati, per quanto possibile dopo la guerra vi aiuterò a lasciare Arcano, avete la mia parola.”
L’ufficiale terrestre mi chiese: “Posso sapere con chi ho l’onore di parlare?”
“Certo! Il mio nome è Helky, sono il comandante dei guerrieri Gams, e questa è la Signora Acer il mio Aiutante di Campo.”
L’uomo s’inchinò di fronte a mia moglie dicendo: “I miei rispetti, Signora!”
Acer era confusa, ignorava tutto delle regole dell’etichetta militare, si limitò ad un breve cenno di testa.
Feci chiamare i miei ufficiali, li misi al corrente dell’accordo raggiunto, ed insieme agli stranieri passammo la notte a concordare un piano di azione.
L’indomani avremmo iniziato l’avanzata per andare incontro al nemico, gli stranieri sarebbero intervenuti con le loro armi attaccando i ribelli alle spalle.
Così era deciso, iniziava la conquista dell’altopiano!


Capitolo 10 - ACER

Ero ancora sconvolta dopo la lite avuta con Helky, quando egli diede l’ordine per la partenza.
Prima partirono Misime e Iori con le guerriere Hibryans e gli incursori agli ordini di Sardek, accompagnati da Dardel.
Helky lasciò passare alcuni minuti, poi si mise in testo alle compagnie ed iniziammo a salire verso il passo.
Lo stretto sentiero che portava al passo si snodava in fondo ad una stretta gola, le pareti ricoperte di una folta vegetazione incombevano su di noi, la pendenza era così ripida che dovevamo andare a piedi guidando i cavalli per i redini, era tanto buio che davanti a me distingueva a malapena la sagoma del cavallo di Helky.
Non mi sentivo per niente tranquilla, e credo che nessuno degli uomini lo fosse, non serviva essere un guerriero esperto per capire che se i ribelli ci avessero tesa un'imboscata in quel posto nessuno si sarebbe salvato.
Fortunatamente le Hibryans e gli incursori ci precedevano, e poco prima dell’alba vidi i primi ribelli caduti sotto i loro colpi.
Non avevo mai visto niente di simile, i corpi erano letteralmente dilaniati, neanche un branco di lupi sarebbe riuscito a compiere un tale scempio.
Per tutta la giornata rimanemmo acquattati nella boscaglia ad aspettare il tramonto, per tutta la notte salimmo ed all’alba eravamo al passo.
Tutti uomini ed animali erano sfiniti, se il nemico ci avesse aspettato lì non avremmo avuto molte possibilità di vincere, eravamo così stanchi da non essere in grado di combattere.
Raccomandando a tutti il massimo silenzio, Helky fece montare il campo, lo vedevo intento a parlare piano con Iori, quella civetta antipatica era lì a fare gli occhi dolci al mio uomo!
Mi venne una rabbia, non so cos’avrei fatto per farla pagare ad Helky che stava lì ad ascoltarla.
In quel momento arrivò Misime a distogliere la mia attenzione, mi prese la mano dolcemente fra le sue.
“Amore mio, ora devo tornare a Nosambra, non posso baciarti, anche se lo desidero ardentemente, ma ci sono troppi sguardi su di noi… pensami che io ti penserò ogni minuto del giorno e della notte… ti devo dire un’altra cosa prima di lasciarti… Sardek non t’importunerà più, un ribelle l’ha ammazzato.” Detto questo si allontanò, lasciandomi perplessa.
Il campo era stato montato, avevo sistemato le nostre sacche dentro la nostra tenda, ma Helky non si faceva vedere, dove era andato?
Decisi di andare a cercarlo.
Uscì e chiesi al primo guerriero che incontrai: “Hai visto dove è andato il Comandante?”
“Sì, Signora, è dietro quella roccia, di qui non lo puoi vedere ma è lì che si trova.”
Effettivamente, Helky era seduto al’ombra della roccia ed osservava il paesaggio.
Lo vedevo assorto in chissà quale pensiero, mi sedetti accanto a lui, ma non mi disse niente, come se non si fosse accorto della mia presenza.
Per un po’ rimasi in silenzio, ma era più forte di me, volevo sapere il motivo del suo atteggiamento, così gli chiesi: “Helky, amore, cos’hai? Sei triste o sei preoccupato?”
Non mi rispose subito, si limitò a guardarmi, in un modo strano, non capivo, non l’avevo mai visto così.
Dopo un po’ si decise a rispondere: “Sto pensando alla prossima battaglia”
Gli chiesi: “Sei preoccupato?” ed egli mi rispose che solo i sciocchi non si preoccupavano prima di una battaglia e, quando gli domandai se credeva che avremmo vinto, mi disse che non potevamo perdere, perché l’alternativa era di morire.
Mi disse anche che non sarebbe caduto vivo nelle mani dei ribelli e mi raccomandò di non farmi catturare viva, meglio era la morte della cattura.
Rimanemmo così, seduti contro la roccia, la sua mano chiusa nelle mie, fino al tramonto.
Helky era strano, rimaneva in silenzio, con gli occhi fissati sulle montagne... da parte mia tentavo di istaurare un minimo di conversazione, ma senza ottenere un grande successo.
Alla fine gli chiesi se avremmo ancora potuto baciarci prima della battaglia, mi guardò sorpreso, come se la mia domanda fosse inattesa, poi mi disse che la notte ci avrebbe permesso di stare sotto la tenda e che avremmo potuto baciarci.
Quando scese la notte, Helky mi spinse gentilmente dentro la tenda e, col pretesto di dover dare un'ultima occhiata al campo, si allontanò.
Lo aspettai a lungo, quasi mi veniva voglia di rivestirmi e di andare a cercarlo, poi arrivò, si tolse la corazza e senza spogliarsi si distese sul giaciglio, sopra la coperta, come se si rifiutasse di accostarsi a me, ed io non sapevo più cosa pensare di questo strano comportamento.
Ed ecco che ad un certo punto mi accorsi che il mio amore piangeva… non avrei creduto che fosse possibile…
Helky piangeva in silenzio… allungai la mano per asciugare le sue lacrime e gli chiesi il motivo del suo pianto.
Per un momento rimase zitto poi, con voce strozzata, pronunciò una sola parola: “Misime”
Mi sentii mancare… egli sapeva… egli aveva visto… egli soffriva per colpa mia!
Sentii tutto il peso del rimorso schiacciarmi e scoppiai in lacrime a mia volta.
“Oh Helky… non volevo… Misime mi ha preso alla sprovvista… è tutta colpa di quell’anello magico… mi ha lanciato un incantesimo… non voglio tradirti, ma non sono capace di resistere alla magia dell’anello… perdonami… dimmelo che mi perdoni.”
Ed Helky che mi amava senza bisogno di magia, mi perdonò, mi coccolò e mi addormentai stretta a lui.
Alla mattina avevamo ritrovato la serenità, lui mi amava ed io amavo lui, ed avevamo cacciato via il fantasma di Misime.
Con Dardel accompagnai Helky ad ispezionare la zona che si estendeva sotto il passo, Helky sembrava soddisfatto e quando tornammo indietro egli diede l’ordine di abbattere degli alberi per costruire dei ripari per gli arcieri, fece scavare un fossato a protezione del campo ed in fondo a questo fece piantare dei pali appuntiti, ed infine fece ricoprire tutto con delle frasche.
Helky si aspettava che i ribelli ci avrebbero attaccato la notte successiva, non capivo il motivo di questa convinzione.
I ribelli avevano disseminato il nostro cammino di trappole, non avevano alcun bisogno di attaccarci per distruggerci, ma mio marito era convinto del contrario e quando gli chiesi il motivo di tale certezza mi rispose che il nemico era solo un'accozzaglia di bande di briganti, non un esercito posto sotto il comando di un unico capo, ed ogni capetto che comandavo su un centinaio di uomini si credeva un grande condottiero ed era ansioso di dimostrarlo.
Passammo la notte nascosti dietro i tronchi degli alberi che Helky aveva fatto abbattere, ma nessuno credeva che i ribelli si sarebbero fatti vivi.
Mi ero assopita, quando Dardel arrivò per avvisare Helky che il nemico stava arrivando.
Fu una cosa terribile, non avevo mai immaginato che una battaglia campale fosse così cruenta.
Il nemico si lanciò alla carica per invadere il nostro campo, e finirono per cadere nel fosso che Helky aveva fatto scavare, poi gli arcieri lanciarono delle frecce incendiarie, fu un massacro.
Alla mattina Helky fece radunare i prigionieri, un centinaio in tutto, compreso una ventina di Darkayers, li fece spogliare nudi di modo che non potessero nascondere armi.
L’interrogatorio iniziò, Helky voleva scoprire un capo fra i prigionieri, non esitò a torturare in modo orrendo un uomo che si era rifiutato di rispondere, gli fece mettere la testa dentro un sacco pieno di serpenti... una morte atroce, fui sul punto di svenire... mio marito mi aveva detto di allontanarmi, ma orgogliosa come sono mi ero rifiutato di dargli ascolto.
Dopo questo spettacolo un capo si consegnò spontaneamente, un tale di nome Uruk ed anche la Kopler delle Darkayers, un'amazzone di nome Myra si consegnò.
Helky dopo averli interrogati fece decapitare tutti gli uomini, mentre per le donne prese una decisione diverse, le mandò a Nosambra in dono alle Hibryans.
Questa decisione non mi piacque, perché non le faceva giustiziare?
Forse quella Myra, una bella donna, gli piaceva?
Ma Myra quando mi vide si fermò stupita e mi disse che ero predestinata a finire impalata, come succedeva nei peggiori dei miei incubi.
Io, incredula, ritenevo che fosse una provocazione e sentii la collera montare, ma non dissi niente... Helky invece prese quella minaccia molto seriamente.
Tornati sotto la tende, rimproverai Helky per il trattamento di favore riservato alle amazzoni traditrici, e spinta dalla gelosia gli chiesi se per caso quella Myra gli piacesse... egli fu crudele con me.
Prima mi disse che era una bella donna, sicuramente capace di soddisfare un uomo, poi mi torturò dicendo che forse temevo che Myra andasse a Nosambra e piacesse a Misime, non potevo accettare una cosa del genere, litigammo e feci per uscire dalla tenda ma egli mi fermò e si scusò per la cattiveria.
Ma poi mi fece parte delle sue preoccupazioni al riguardo della mia sicurezza, perché lui credeva veramente all’avvertimento minaccioso di Myra, e mi disse che in caso di pericolo mi avrebbe rimandata indietro a Nosambra.
Ero sconcertata... ma allora non gliene importava niente se avessi ceduto alla attenzioni amorose di Misime, mi consegnava a lei, o forse si dovrebbe dire a lui, ben sapendo che non avrei potuto evitare di concedermi, detto brutalmente, di andarci a letto, di fare l’amore con quell’ibrida.
Protestai, lo rimproverai, ma egli mi rispose che la mia vita era per lui più importante della mia fedeltà. L’unica concessione che fece fu la promessa di non allontanarmi, se non in caso di estremo pericolo.
E mi promise che, a guerra finita, mi avrebbe accompagnata da un grande mago, molto potente, un suo amico, che viveva lontano, in una città che non avevo mai sentito nominare, chiamata Om’Tzala.
Quella notte facemmo la pace, ci amammo con tutta la passione di cui eravamo capaci, fu l’ultima volta che fui sua durante la guerra.
Il giorno dopo interrogammo Uruk e Myra, i quali ci dissero tutto quello che sapevano e veramente era molto di più di quanto ci aspettavamo.
Rimasi sorpresa perché quelle informazioni non coincidevano con quelle che Misime mi aveva fatto vedere quando mi aveva baciata, per poi impadronirsi del mio corpo e della mia anima.
Non dissi niente, perché Helky credeva che si fosse trattato soltanto di un bacio, per quanto sensuale ed erotico era soltanto un bacio... io invece sapevo che quella sera la parte maschile di Misime si era preso il mio corpo, senza che opponessi resistenza... l’avevo tradito, ma il dubbio di essere stata ingannata da Misime s’insinuò nella mia mente.
Ma le sorprese non finiscono mai, ecco che si presentarono tre parlamentari dei soldati dell’Unione, che non avevano avuto la possibilità di lasciare Arcano.
Offrivano un alleanza per combattere i ribelli, in cambio chiedevano di essere aiutati, a guerra finita, a lasciare il pianeta.
Fu una trattativa veloce, quegli uomini parlavano una lingua onesta, non mercanteggiavano, volevano un accordo franco e senza inganno.
Non avevo mai visto i soldati dell’Unione prima di quel giorno, ma i loro modi mi piacquero.
Erano cortesi ma senza inutile servilismo, trattavano alla pari, tanto ti do e tanto ti chiedo.
Il loro capo, prima di lasciarci, mi salutò in modo molto formale, come se si fosse rivolto ad una donna di grande prestigio e potere, facendomi sentire un po’ a disagio, ma come se fossi, in quel momento, l’unica donna al mondo.
Conclusa l’alleanza, non ci rimaneva che andare alla conquista dell’altopiano.


Capitolo 11 - HELKY

Il tanfo dei cadaveri in decomposizione rendeva l’aria irrespirabile, non potevamo rimanere lì, dovevamo spostare il campo, e l’unica scelta che avevamo era quella di attraversare il campo di battaglia ed inoltrarci nell’altopiano.
Avevo mandato alcune squadre di volontari a liberare il passaggio e, prima della metà del giorno, ci mettemmo in marcia.
Dardel con la squadra degli incursori era partito all’alba, ora le compagnie erano pronte.
In testa marciavano, sotto stretta sorveglianza, Uruk e Myra, erano stati rivestiti, al collo avevano un collare di ferro che, con una robusta catena, era attaccata ai bracciali che portavano stretti ai polsi.
Attraversare la piccola valle coperta di cadaveri fu davvero una cosa spiacevole, e più di un uomo diede di stomaco.
Francamente devo ammettere che, se non fossi ricorso ai miei poteri per chiudere la mia mente, avrei probabilmente fatto la stessa fine.
Mi preoccupai anche di proteggere la mente di Acer, per evitarle di svenire o comunque sentirsi male.
Finalmente uscimmo da questo luogo infernale e ci sembrò di rivivere, proseguivamo lungo il corso di un piccolo affluente del Kriull diretti ad ovest, per due giorni andammo avanti senza incidenti, senza vedere traccia del nemico, eppure sapevo che era sempre lì ad osservarci.
Il terzo giorno i ribelli si fecero vivi, sulla cresta della collina che si trovava di fronte a noi, una decina di cavalieri era ferma ed osservava la nostra avanzata, tre uomini si staccarono dal gruppo e scesero il pendio per venirci incontro.
Ordinai alle compagnie di fermarsi ed accompagnato da Acer e da Dardel andai incontro ai ribelli.
Ci fermammo a circa venti passi, i ribelli agitavano un ramo in segno di tregua, aspettavano un cenno da parte mia.
“Cosa volete?” domandai.
“Vogliamo parlare.” Mi rispose quello che sembrava essere il capo.
“Bene… smontate e parleremo.”
Smontarono e si avvicinarono; a nostra volta, Acer, Dardel ed io smontammo ed andammo incontro agli emissari del nemico.
“Di che cosa volete parlare?” chiesi io, mentre li osservavo attentamente.
Il primo, quello che aveva parlato, era un uomo di mezz’età, alto, robusto, dal portamento autoritario, al collo portava una pesante catena d’argento con attaccato un grosso medaglione dello stesso metallo, era curato nel vestire e nell’aspetto.
Il secondo era più anziano, indossava una corazza di cuoio sotto un mantello di pelle di lupo; non mi piaceva per niente, aveva lo sguardo sfuggente, lo giudicai subito come un avversario pericoloso, forse non era un grande guerriero, ma i suoi modi mi dicevano di stare in guardia, egli emanava malvagità da tutti i pori.
Il terzo era un vero gigante, grande e grosso, dagli occhi bovini e dalla faccia stupida, aveva un sorriso ebete stampato sulla bocca.
Il primo mi si rivolse con aria canzonatoria: “Sei venuto sulla montagna a sfidarci con un pugno di uomini, hai vinto una battaglia con l’inganno, non hai avuto il coraggio di combattere lealmente, uomo contro uomo, ma hai teso un tranello a quanti ti erano andati incontro e li hai massacrati senza pietà.”
“E sei venuti fin qui per dirmi questo?”
“No, sono venuto per vedere in faccia quello che Nimira, la falsa imperatrice, figlia di una meretrice e di un padre sconosciuto, meretrice essa stessa che ha partorito una figlia da un uomo di cui non si conosce il nome, ha mandato qui a morire inutilmente. Ti offriamo la possibilità di salvare la tua vita e quella dei tuoi uomini, unitevi a noi e vi sarà dato un territorio tutto vostro, in caso contrario vi stermineremo.”
Acer ad udire l’insulto rivolto all’Imperatrice era impallidita ed aveva portato la mano all’elsa della spada, afferrai in fretta il suo polso impedendole così di compiere un gesto sconsiderato.
Dissi nel modo più insultante di cui fossi capace: “Come ti chiami amico? Perché quando ti ucciderò vorrò sapere il nome di colui al quale taglierò le palle.”
L’uomo divenne livido, per un attimo rimase zitto, poi mi disse: “Sono Colanino, il comandante dell’esercito, e tu sbruffone chi sei? E quella piccola sgualdrina che ti porti dietro per riscaldarti di notte, come si chiama?”
Sorrisi, mostrando i denti: “E’ giusto, devi sapere il nome di chi ti manderà all’inferno, mi chiamo Helky e comando i guerrieri di Gams, invece la Signora che si trova al mio fianco è il mio Aiutante di Campo e si chiama Acer.”
“Bene… bene! Helky, sarà un piacere spargere le tue budella al suolo… ma no! darò ordine di catturarti vivo, poi ti farò tagliare le palle che non ti serviranno più ed un asino ti allargherà il passaggio che hai fra le natiche, ti vestiremo da donna e sarai mandato in giro per gli accampamenti a soddisfare gli uomini, vedrai finirà col piacerti, in fondo fare la puttana è sempre meglio che morire! ahhahahah.”
Facendo un grande sforzo di volontà riuscii a rimanere impassibile e domandai: “E poi?..”
Colanino smise di ridere e si volse a guardare Acer, sorrise in modo malevole e disse: “E tu piccola sgualdrina, ti domerò personalmente, così saprai cosa vuole dire aver un uomo vero in mezzo alle cosce, e griderai di piacere, poi ti cederò ai miei ufficiali ed a tutti quelli che ti vorranno e, quando più nessuno ti cercherà, ci divertiremo molto ad infilarti un bel palo fra le natiche e tirarti per i piedi finché la punta non sarà entrata almeno per la lunghezza dell’avambraccio, urlerai… oh sì! che urlerai, ma non morirai subito, perché dovrai vivere a lungo ed agitarti per bene, per fare entrare il palo sempre più.”
Il mio tesoro arrossì violentemente, ma non diede a Colanino la soddisfazione di rispondere.
Sfoderai la spada che immediatamente lanciò i suoi bagliori, Colanino arretrò impallidendo, gli dissi: “Sparisci dalla mia vista, prima che mi dimentichi che sei un parlamentare e ti ricacci nella gola i tuoi insulti con la punta della spada.”
Il colloquio era terminato e tornammo a raggiungere il grosso del mio piccolo esercito.
“Comandante!” chiese Acer “ed ora?… cosa succederà?” cercava di non darlo a vedere, ma le minacce di Colanino nei suoi confronti l’avevano scossa.
“Niente che non era stato previsto, andremo avanti e li sconfiggeremo.”
Per altri tre giorni andammo avanti, ci furono alcuni combattimenti di breve durata, destinati ad eliminare le imboscate ed i tranelli che i ribelli ci avevano preparati.
Il quarto giorno gli esploratori tornarono in compagnia di un pastore.
L’uomo diceva di odiare i ribelli, questi gli avevano saccheggiato l’ovile e gli avevano violentato la moglie e le figlie, non ancora adolescenti, sotto i suoi occhi, era quindi ben felice di poter vendicarsi in qualche modo.
Ci avvisò che l’indomani ci saremmo inoltrati in una zona paludosa, che al solito i ribelli evitavano, ed era disposto a guidarci per attraversarla, facendoci così guadagnare almeno un paio di giorni, per poi giungere alla spalle di un grosso contingente di ribelli che ci aspettava lungo la strada.
Ci disse anche che, a poca distanza della palude stessa, i ribelli avevano raggruppati i loro prigionieri.
Era una decisione difficile da prendere, in fondo chi ci assicurava che l’uomo fosse sincero... poteva attirarci in un tranello, c’era un solo modo per saperlo.
Congedai tutti, anche Acer, che si seccò moltissimo, e rimasi solo con l’uomo, gli offrii da bere per metterlo al suo agio, poi m’impossessai della sua mente.
Fu una cosa facile, la sua era una mente semplice ed egli si fidava di me.
Scoprì tutti i suoi segreti ed i suoi ricordi, le storie delle pecore rubate, della moglie e delle figlie stuprate erano vere, ed il suo odio per i ribelli era violento.
Era stato sincero.
La traversata della palude fu più facile di quella di Nosambra, l’acqua era meno profonda e gli antichi abitanti dell’altopiano avevano, con segnali a loro solo conosciuti, indicato la strada da seguire.
In meno di un giorno avevamo raggiunto la terra ferma, senza essere stati avvistati dai ribelli, che non si curavano affatto di sorvegliare l’acquitrino, ritenendolo impraticabile.
A questo punto, potevo decidere di andare avanti, oppure di attaccare i ribelli che, ignari della nostra presenza, ci aspettavano per fermarci e distruggerci.
Alcuni ufficiali erano del parere di andare avanti, ma io non volevo lasciarmi alle spalle la minaccia di un grosso contingente di ribelli, così tagliai corto, li avremmo attaccati.
Allora Acer si decise ad intervenire: “Comandante, non potremmo mandare una compagnia a liberare i prigionieri? Quando attaccheremo i ribelli che ci aspettano sulla strada, i carcerieri si accorgeranno della nostra presenza, non potranno fare niente contro di noi, ma potrebbero spostare i prigionieri o peggio massacrarli, e noi invece dovremmo salvarli, vero?”
“Hai ragione, ma siamo in pochi e non posso privarmi di un'intera compagnia, però forse potremmo mandare gli incursori.”.
Mi girai verso Dardel: “Cosa ne pensi?”
“Si può fare Comandante, il tempo che organizzi l’attacco e saremo già di ritorno, se quest’uomo accetta di guidarci.” E così dicendo, indicò il pastore.
L’uomo sorrise: “Guiderò i tuoi guerrieri Comandante, e farò di più, andrò per l’altopiano e solleverò i pastori contro i ribelli, tutti hanno qualche conto da regolare con quei banditi.”
“E così sia, ma fa in fretta, perché il tempo è poco.”
Guidati dal pastore, Dardel e gli incursori erano partiti verso il campo dei ribelli per liberare i prigionieri, mentre io mi preparavo a tornare verso est, costeggiando l’acquitrino, alla testa delle compagnie.
Pensavo alla prossima battaglia e, mi venne in mente che i miei guerrieri non erano stati addestrati per affrontare delle battaglie campali, ma per eseguire delle cariche di cavalleria a sostegno della fanteria, oppure per rapide azioni di disturbo ed imboscate dietro le linee nemiche.
La battaglia del passo era stata vinta perché difendevamo una posizione, in qualche modo fortificata, e si sa che chi si difende in quelle condizioni è avvantaggiato... ma ora mi sarebbe toccato attaccare un nemico, che ritenevo potesse disporre di cinque guerrieri per ognuno dei miei, dovevo per forza trovare il modo di spingerlo ad attaccarmi sul terreno da me scelto.
Non avevo sicuramente il tempo di fare scavare delle trincee o di elevare dei ripari, ma qualcosa potevo comunque fare.
Mandai gli uomini nei boschi, ognuno di loro doveva procurarsi un asta di legno, solida ed alta almeno il doppio della propria statura, appuntirla ed indurire la punta col fuoco.
Non sapevo ancora se i miei cavalieri avrebbero utilizzato quelle aste a modo di lancia per caricare il nemico, oppure se sarebbero servite per creare una specie di barriera per frantumare il fronte della carica dei ribelli.
Acer mi si avvicinò e, parlando piano, per non essere sentita, mi chiese: “Helky, amore! Cosa pensi di fare ora?”
“Andare avanti, studiare il terreno e poi deciderò.”
“Ce la faremo amore”
“Tesoro! Dobbiamo farcela, perché l’alternativa è morire!”
Lei sbarrò gli occhi e, forse per la prima volta, vidi il timore affacciarsi dentro quei bellissimi occhi verdi, che tanto mi piacevano e che mi avevano stregato sin dal giorno del nostro primo incontro, ma non disse più niente.
La notte scendeva e diedi l’ordine di non accendere i fuochi che avrebbero potuto segnalare la nostra presenza da lontano.
Acer ed io passammo la notte stretti sotto il mio mantello per tenerci caldi.
Alla mattina diedi l’ordine di partire.
Procedevamo in silenzio, nessun aveva gran voglia di parlare, neanche Acer, che di solito chiacchierava volentieri.
Per tutto il giorno procedemmo, preceduti dalle pattuglie mandate in esplorazione, senza incontrare anima viva.
Verso sera arrivò una staffetta, il nemico era in vista.
Diedi l’ordine di fermarsi e di stare in silenzio.
Radunai gli ufficiali ed iniziammo ad interrogare la staffetta.
Il nemico era accampato nel fondo di un piccolo avvallamento che, nelle sue intenzioni, doveva tenerlo nascosto, fino all’ultimo momento, a chi giungeva da est, e non c’erano sentinelle a sorvegliare il territorio verso ovest.
Schiacciati sul terreno, a pancia in giù, Acer, io e Solenor, che era l’ufficiale più anziano fra i comandanti di compagnia, dalla cresta dell’avvallamento osservavamo il campo dei ribelli.
Era un ammasso disordinato di tende e di capanne di frasche, i cavalli erano radunati all’estremità occidentale dell’accampamento, gli uomini erano seduti attorno ai fuochi e consumavano il pasto serale, sembravano tranquilli e, certamente, non si aspettavano di essere attaccati.
Tornammo dalle compagnie ed Acer mi chiese: “Hai deciso cosa fare?”
“Sì, adesso lo spiegherò a tutti, è molto semplice: aspetteremo la notte, poi ci lanceremo al galoppo attraverso il campo, porteremo delle torce per incendiare le tende e le capanne, disperderemo i cavalli ed uccideremo tutti quelli che incontreremo sulla nostra strada. Vedrai, non saranno in grado di organizzare una resistenza seria e fuggiranno come tante lepri e noi li inseguiremo, nessuno si dovrà salvare.”
E così abbiamo fatto, tutto è andato come avevo stabilito.
Non abbiamo subito perdite, solo alcuni feriti leggeri, ed abbiamo catturati un buon numero di cavalli.
Acer, col viso rosso dall’eccitazione della battaglia, con il dorso della mano si asciugava il sudore che le imperlava la fronte.
Il suo respiro era affannoso, le riusciva difficile ritrovare la calma, credo che avrebbe voluto gridare il suo trionfo, ma non aveva più fiato a sufficienza.
Fino a quel giorno aveva sostenuto solo dei duelli, questa era stata la sua prima vera battaglia ed alzava la spada ancora rossa dal sangue dei nemici che aveva uccisi.
Mi si avvicinò ed a voce bassa mi disse: “Helky, amore! Che roba! Non credevo che una carica fosse così sconvolgente! È eccitante… quasi come fare l’amore!”
“Hai ragione, tesoro, ma per eccitarmi preferisco fare l’amore con te!” risposi io ridendo.
Potei presto constatare che Acer non era l’unica ad essere eccitata, tutti gli uomini lo erano, ed andando in giro per le compagnie ascoltavo i racconti delle loro prodezze e le loro vanterie, il morale era alto e si illudevano di essere invincibili.
Nel pomeriggio arrivò Dardel ed il suo gruppo, scortava una trentina di donne ed alcuni uomini, erano i prigionieri liberati.
Sicuramente la battaglia era stata violenta, perché Dardel aveva una fasciatura macchiata di sangue attorno al capo e, quando smontò, mi accorsi che claudicava vistosamente, e tutti i suoi uomini erano più o meno gravemente feriti.
Dardel era scuro in viso, così come lo erano i guerrieri che lo avevano accompagnato.
Non era tornato il pastore, si era vendicato, ma era rimasto ucciso.
“Cosa c’è Dardel? Non mi sembri molto soddisfatto.”
“Soddisfatto!… come potrei esserlo?… ho scannato con le mie mani alcuni di quei selvaggi, ma non mi ha dato il piacere che speravo… se avessi visto quello che ho visto io, neanche tu saresti soddisfatto.”
“D’accordo ce lo dirai più tardi, ora dobbiamo occuparci di quelle donne e di questi uomini.”
Le donne erano tutte giovani amazzoni, un po’ di tutti i reparti, c’erano Froll, Roka, Mokada, Zaira e Gana, non catturate in combattimento, ma più semplicemente rapite con l’inganno.
Erano in uno stato pietoso, erano state stuprate nei modi più osceni e portavano sul corpo tutti i segni dei maltrattamenti subiti, ma non si erano sottomesse.
Erano forse distrutte nel corpo, forse avevano perso la capacità di amare, ma non erano distrutte nell’anima ed ardevano dal desiderio di vendicarsi, chiedevano a gran voce delle armi per combattere e, d’accordo con Acer, decisi di accontentarle.
I cavalli e le armi non ci mancavano, quelle dei ribelli uccisi erano a disposizione, così le inquadrammo in un piccolo reparto che fu posto agli ordini di Acer.
Gli uomini invece erano guerrieri catturati in vecchie battaglie della Seconda o della Terza Era, erano stati evirati e ridotti nella più abietta delle schiavitù, erano impazziti ed apatici, non vivevano più… vegetavano, non potevamo fare niente per loro, se non far in modo che raggiungessero Nosambra sani e salvi, le Hibryans si sarebbero preso cura di loro.
“Ed ora cos’hai visto? Su racconta!”
Dardel volse la testa in direzione di Acer, ma lei lo apostrofò: “Non guardarmi così! Rispondi al Comandante, quello che possono ascoltare gli uomini, lo posso ascoltare anche io!”
“A me non importa, ma se poi non ti piace, ricordati che l’hai voluto tu!” rispose Dardel rassegnato.
“Abbiamo visto la strada che portava al luogo dove erano tenuti i prigionieri, era costeggiata di pali, su alcuni c’erano rimasti soltanto le ossa di quelle poverine, altre erano morte da giorni ed i corvi e gli avvoltoi avevano già fatto strage dei loro corpi... alcune erano ancora vive, le ho uccise io ponendo così fine alle loro sofferenze, ecco quello che abbiamo visto!!!” la voce dell’uomo era alterata, non riusciva più a parlare, poi si riprese ”donne impalate vive… infilzate come conigli sullo spiedo… ecco quello che abbiamo visto!!!”
La notte successiva mi svegliai di soprassalto, Acer che dormiva rannicchiata contro di me, era in preda ad un incubo, tremava, si lamentava, era coperta dal sudore, le lacrime scorrevano sul suo volto.
“Acer, amore! Che ti succede? Svegliati? Che ti succede?”
Senza svegliarsi del tutto, lei mormorò: “Mi chiama… dice… vieni… vieni… il palo è pronto per te… ti aspetto…”
Poi si svegliò del tutto e si strinse forte a me: “Oh Helky! È spaventoso… mi chiama… sono predestinata sin dalla nascita… mi vuole mettere sul palo per farmi morire così…”
“Calmati tesoro, è stato solo un brutto sogno… torna a dormire, sei qui con me, nelle mie braccia, sei al sicuro… dormi tesoro mio… dormi.”
Ma non era così semplice, il sogno divenne ricorrente ed Acer incominciò a dare segni d’insicurezza, perdeva il suo entusiasmo ed io ero molto preoccupato, sicché una sera, anziché svegliarla, decisi di fare quello che mi ero sempre rifiutato di fare, entrai nella sua mente.
Immediatamente notai una presenza malvagia, c’era uno stregone, sicuramente molto potente, visto che riusciva ad entrare nella sua mente da grande distanza, che le ordinava di raggiungerlo per essere sottoposta al supplizio.
Dovetti lottare a lungo per allontanarlo e, quando alla fine ci riuscii, il mio tesoro riprese a dormire tranquillamente.
Io però ero spossato, non avrei potuto sostenere un'altra lotta così a breve, dovevo proteggere la mente del mio amore per impedire che fosse catturata.
Io ero sempre più preoccupato per la sicurezza di Acer... di notte mi era facile proteggerla, visto che mi stava vicino, ma di giorno io ero in testa e lei con le sue amazzoni, e non potevo rimanere concentrato su di lei e contemporaneamente guidare i guerrieri.
Lei era sostenuta dall’orgoglio e dal fatto di aver il comando di quel piccolo reparto di amazzoni, cercava di nascondere la sue paure, e riconosco che lo faceva benissimo, ma io che la conoscevo bene capivo il suo stato d’animo.
Dovevo prendere una decisione, se volevo salvare la vita del mio amore, dovevo allontanarla mandandola a Nosambra.
Ero cosciente che così facendo la buttavo letteralmente nelle braccia di Misime, perché Acer, sotto l’influenza dell’anello, avrebbe accettato e ricambiato le attenzioni amorose e le carezze dell’Hibryans, fino a darsi completamente.
Ero straziato, ero nella morsa della gelosia, ma questo era il prezzo che le divinità pretendevano per la vita del mio tesoro, potevo salvarla soltanto rinunciando alla sua fedeltà.
Speravo che quando mi avrebbe rivisto mi sarebbe corsa incontro per rifugiarsi fra le mie braccia ed avrebbe implorato il mio perdono che, anche se lei non lo sapeva, le era già dato ancora prima che ci fosse qualcosa da perdonare.
Decisi di affrontare il problema senza indugi e chiamai Acer.
Fu una discussione lunga e penosa... alla fina Acer, in lacrime, si piegò alle mie ragioni e se ne andò arrabbiata, rifiutando di baciarmi e senza salutarmi.
Feci chiamare Dardel per comunicargli le mie decisioni: “Con i tuoi uomini, andrai a Nosambra, tutti voi avete bisogno di cure che noi non possiamo darvi qui, andranno anche gli uomini che avete liberati e le amazzoni. Queste, al momento, non sono fisicamente in grado di affrontare un combattimento, si farebbero massacrare inutilmente. C’è un'altra cosa, sarà Acer a guidarvi, ma io te l’affido, non deve assolutamente tornare indietro, se dovesse tentare di farlo dovrai impedirglielo, anche con la forza se necessario. Quando giungerete a Nosambra, dovrai parlare con Misime e dirle di non lasciarsi sfuggire Acer fino a quando non verrò io a riprenderla.”
Dardel mi guardò esterrefatto: “Ma Comandante… cosa succede?… perché vuoi mandare via Acer, lei è il tuo Aiutante di Campo ed è anche tua moglie… perché?… gli uomini diranno che lo fai per evitarle il pericolo e lei perderà prestigio… perché?”
“Dardel! Nessuno può dubitare del coraggio di Acer, tutti l’hanno vista combattere quando abbiamo attaccato l’accampamento dei ribelli.”
Allora parlai degli incubi di Acer e del potente stregone che tentava di sottometterla ai suoi voleri, non c’era altra soluzione.
Dardel annuì: “Ora capisco, fai bene, ma agli uomini cosa dirai?”
“Non dirò niente, darò pubblicamente al mio Aiutante di Campo un incarico da portare a termine nel più breve tempo possibile e l’inviterò a tornare in fretta, ma come affronteremo il nemico prima ancora che abbiate raggiunto Nosambra, non ci sarà niente da dire.”
Ancora prima della metà del giorno, la colonna dei cavalieri, agli ordini di Acer, che se ne stava impassibile e rigida in sella, aveva preso il via diretta al passo, ed io sentivo una spada trafiggermi il cuore.
Con la rabbia nel cuore, ordinai di riprendere la marcia verso ovest, per andare incontro ai ribelli.
Fu allora che, inaspettatamente, giunse Iori con un folto gruppo di guerriere Hibryans, mi si presentò davanti e mi salutò: “Comandante, siamo venute a combattere al tuo fianco, spero che ci vorrai accogliere.”
“Certo che siete accolte, ma come farete sotto il sole, lontano dall’acqua?”
“Le nostre maghe ci hanno preparato un unguento per proteggerci, l’abbiamo provato per diversi giorni e funziona, quindi siamo venute.”

 

 

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