Il ricatto - Capitolo 3
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DRAVEN
Due contro due.
Conoscevo Siward, lo avevo addestrato personalmente, e avevamo
sviluppato un paio di tattiche che sarebbero tornate utili in
un'occasione del genere.
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Certo, il
campo aperto dell'arena non era il nostro territorio ideale, ma notai
che i combattenti dell'arena erano più che altro rozzi guerrieri che
utilizzavano la forza bruta, più che il cervello.
Confidai in una vittoria rapida, e mi congratulai con Licht quando tornò
vicino a noi.
Una voce amplificata dall'eco della caverna annunciò l'incontro
successivo.
Noi venimmo introdotti senza tanto entusiasmo, nessuno ci conosceva e
tutti si aspettavano che fossimo poco più di carne da macello.
Poi la voce assunse un tono più alto ed euforico.
"Amazzoni e servi qui riuniti" gridava la squillante voce "Il momento
che avete aspettato è finalmente giunto"
La folla incominciò a gridare, sorpresa ma allo stesso tempo sicura di
ciò che stava per accadere.
"Per gentile concessione di Sua Grazia Ylea, direttamente dalla sua
personale scuderia..." continuava l'uomo, facendo salire l'aspettativa
della folla.
"L'imbattuto campione, l'artista dell'acciaio, lo Scorpione, il
Magnifico..." la voce andò avanti per alcuni minuti, interrompendo con
la noia il flusso di adrenalina che mi aveva percorso appena entrato
nell'arena.
Controllai le nostre armi: Siward aveva scelto una lancia lunga, per
potersi coordinare con gli attacchi della mia sciabola e della mia daga.
"Se il primo ha una tale presentazione, figurati il secondo" dissi a
Siward ridendo.
Siward mi guardò: "Ho un brutto presentimento, comandante".
Non ci feci troppo caso, la voce stava concludendo "...l'unico vero
maestro di spada degli stati dell'unione e di tutta Arcano, il Conte
Montego y Fedorias y Belcadiz!"
La folla esplose in un boato, vidi oggetti volare nell'aria, donne
strapparsi i capelli dalla testa, uomini così presi dalla foga da cadere
dagli spalti e dentro l'arena, subito portati via dalle Darkayer di
guardia. Ed ecco, un portone sul lato dell'arena opposto al nostro si
aprì, e ne usci fuori una figura ammantellata.
Con un rapido gesto, si liberò del mantello, allargando le braccia già
armate.
Impugnava due fioretti dall'elsa ingioiellata, che coprivano con i loro
guardamano tutta l'impugnatura.
Era vestito con una giacca corta di velluto porpora, e una camicia a
sbuffo merlettata che fuoriusciva dalla scollatura.
Indossava aderenti calzoni di velluto nero, e alti stivali da
cavallerizzo.
I lunghi capelli neri, rigati di grigio, erano legati dietro la nuca in
un'elegante treccia, e le labbra sottili erano incorniciate da lunghi
baffi e pizzetto.
Fece un giro su se stesso, allargando le braccia e salutando la folla,
sempre più impazzita alla vista del campione.
Poi si voltò verso me e Siward, ci sorrise mostrandoci i suoi occhi
neri, il suo volto abbronzato e una lunga fila di denti bianchissimi.
Incrociò le lame sul petto, e si esibì in un profondo inchino.
Mi voltai rapidamente verso Hat, sorpreso di vedere un unico avversario.
Per tutta risposta, Hat fece spallucce, non comprendendo cosa accadesse,
e vidi Arak sorridere malignamente.
Mi concentrai sullo scontro, in fondo pensai che era meglio così.
Due contro uno sarebbe stato ancora più facile.
Il Conte si mosse con le armi rivolte verso terra, camminando lentamente
e movendosi di lato. Tenendo gli occhi fissi su di lui, feci cenno a
Siward di incominciare ad aggirarlo: lo avremmo preso dai due lati.
Appena Siward fu in posizione, incominciammo a stringerci su di lui, che
era ora immobile.
La folla era impaziente, ma silenziosa.
Era come se da un momento all'altro si aspettassero che qualcosa di
eccezionale accadesse. Incominciai a diventare nervoso, era il momento
di capire quale segreto nascondesse questo misterioso avversario,
considerato così temibile da poter affrontare da solo due nemici.
Mandai alcuni segnali di intesa a Siward, che ora era alle spalle dello
spadaccino, e mi gettai all'attacco.
La mia era solo una finta, volevo attirare la sua attenzione per
permettere a Siward di colpirlo.
Siward roteò la lancia sopra la testa, per colpire l'uomo con il duro
legno, e lanciò il suo attacco.
Io lo pressai, avvicinandomi a pochi centimetri.
Il Conte, immobile fino a quel momento, si abbassò con una velocità
inaudita, gettò il suo peso all'indietro, colpendo con le spalle le
gambe di Siward.
Siward mi colpì in volto con la lancia, ed io lo graffiai ad un fianco
con la sciabola, il conte si trovava già alle spalle del mio amico
Dragone.
Si alzò dalla posizione in cui si trovava roteando su se stesso, e con
lo stesso movimento praticò due tagli leggeri sulla schiena di Siward,
che terminò la sua sfortunata impresa su di me, proiettandoci entrambi
in terra.
La folla esplose in applausi e fischi, il Conte allargò nuovamente le
braccia per accogliere il tripudio.
Io e Siward, feriti e umiliati, ci rialzammo in fretta.
"Non funziona" gli dissi "proviamo la torre" suggerii, ricordando alcune
tattiche di combattimento.
Siward si posizionò dietro di me, la lancia alta, ed io a difesa con le
lame protese.
Belcadiz ci prestò nuovamente attenzione.
Si avvicinò con le lame basse, fino a portata della lunga lancia di
Siward, io ero pronto sulla difensiva.
Il Conte alzò un fioretto, scoprendo un fianco, e subito Siward tentò di
approfittarne per infilarlo.
Di nuovo, l'uomo si mosse con la velocità di un serpente, abbassando una
lama sulla lancia, bloccandola a terra.
Pose un piede sul legno duro, e si diede una spinta verso l'alto, con un
ginocchio proteso.
Mi colpì duramente sotto il mento, facendomi perdere l'equilibrio, e
aprendo la difesa di Siward.
Atterrò a terra roteando su se stesso, e di nuovo, con lo stesso
movimento aprì due tagli sul petto di Siward.
Il mio compagno sanguinava copiosamente dalle diverse ferite, ed io
avevo subito due colpi al volto alquanto umilianti.
Era chiaro che voleva liberarsi prima del portatore di lancia, poi
sarebbe passato a me.
Ci riprendemmo mentre Belcadiz, come al solito, si godeva gli applausi
della folla.
"Che facciamo, capo?" mi chiese Siward ansimando.
Pensai rapidamente, potevamo ancora sfruttare il vantaggio numerico.
Il nostro avversario usava uno stile dai movimenti ampi e rotatori,
dovevamo impedirgli di sfruttare la sua velocità ed agilità.
"Tentiamo il tutto per tutto, niente difesa, un doppio attacco frontale"
decisi.
Ci lanciammo contro il conte alla carica, Siward puntando al volto, io
al corpo e alle gambe, non avrebbe avuto via di scampo.
Eravamo a pochi passi, e lui ci sorrise divertito.
"Ora vedremo chi riderà, buffone" dissi, spinto dalla rabbia e dalla
frustrazione.
Quello che accadde dopo, mi lasciò senza fiato.
Belcadiz alzò una lama, scostando in alto la punta della lancia di
Siward, e abbassò l'altra, per deviare il colpo della mia sciabola.
Non aveva altre braccia per parare il colpo della mia daga.
Mi feci strada tra la sua guardia, pronto a recidergli un tendine, e lui
alzò la gamba, mandandomi a vuoto, e inchiodò un poderoso calcio allo
stomaco di Siward, mandandolo indietro.
Rotolai sul terreno polveroso, e mi voltai per vedere il Conte che,
incalzando la caduta di Siward, gli apriva due profonde ferite sui
fianchi.
Siward cade a terra, privo di sensi.
Il conte si voltò verso di me, quel suo dannato sorriso stampato sulle
labbra.
La folla urlava e si agitava.
Ero in grossi guai.
Belcadiz si avvicinò a me, le Darkayer avevano portato via Siward.
Mi preparai al peggio, e in un impeto di spavalderia, incrociai le mie
lame sul petto e feci un profondo inchino.
Il Conte mi guardò stupito.
"Finalmente un gentiluomo" disse divertito "Ma sarai anche un avversario
degno?"
Mi misi in posizione, la sciabola pronta ad attaccare, la daga a difesa
"Vincerò, perché ho una missione più importante da compiere"
Belcadiz spazzò l'aria davanti a se con un fioretto, e partì
all'attacco.
Mulinava le lame con velocità, stabilendo una routine abbastanza
prevedibile, variando ogni tanto puntando alla guancia o alle ginocchia.
Ero sulla difensiva, ma seguivo i suoi attacchi, parandoli e
schivandoli, mentre mi trovavo costretto ad indietreggiare, pressato dai
suoi colpi.
"Sei un ambidestro naturale" osservò il conte, senza smettere di
attaccare "La leggerezza della daga ti sbilancia, dovresti usare due
sciabole" e diede peso alle sue parole fintando verso la daga, aprendo
la mia guardia in basso e facendomi lo sgambetto.
Mi diede il tempo di rialzarmi, e riprendemmo.
Insisteva nell'attaccare il mio lato sinistro, per dare ritmo alle
parate della mia daga.
"Ecco, bravo, ci sei quasi" mi diceva, come un maestro che volesse
impartirmi una lezione.
Incominciai a prendere l'iniziativa, sudato e affannato.
Mi accorsi troppo tardi che il mio avversario mi aveva introdotto in
questo gioco di parate soltanto per sfiancarmi.
"I tuoi attacchi sono imprecisi" mi rimproverò "e prevedibili. Hai due
braccia diverse, usale diversamente, per Dio!"
Alzò le mie lame parallele al cielo con un unico colpo di fioretto, e mi
ferì all'altezza del cuore di taglio con l'altro.
Aveva volutamente evitato di uccidermi.
Non comprendevo il perché del suo comportamento, ma avrei sfruttato ogni
opportunità pur di vincere.
Le vite dei bambini erano in gioco, un prezzo troppo alto da pagare per
la mia morte.
Seguii i suoi consigli, spostai il peso maggiormente sulla daga, e
incominciai a utilizzare le due lame in maniera diversa.
Mi assecondò, parando e mettendosi sulla difensiva.
"Bene" esclamò' "impari in fretta. Potresti essere un buon discepolo per
la Scuola della Rosa"
Lo attaccai incrociando le lame, le nostre armi bloccate tra di noi, le
nostre facce a pochi centimetri di distanza.
"Tu non sei uno schiavo, che ci fai qui?" mi chiese.
Rimanemmo in quella posizione per alcuni istanti.
"Neanche tu sembri uno schiavo, eppure Ylea è la tua padrona".
Si liberò di me, scaraventandomi lontano "Nessuno è il mio padrone, mi
trovo semplicemente in una... sfortunata contingenza" disse stizzito.
Ecco lo spiraglio che cercavo.
Presi le distanze, sapevo di non poterlo sconfiggere in duello "Non
capisci, nobile spadaccino, che io sono qui per liberarti da questa
contingenza?"
Mi guardò sorpreso, e si gettò all'attacco per parlarmi più da vicino.
"Parla chiaro, cosa hai in mente, chi sei?" mi chiese, tra una finta e
una stoccata.
"Io sono Draven, il Comandante dei Dragoni dell'Imperatrice" confessai
"Sono qui per liberare degli schiavi dal palazzo di Ylea... sono qui per
liberare anche te"
Mi attaccò con le lame a forbice, parai in alto e mi colpì con una
ginocchiata nello stomaco, abbattendo i pesanti guardamano sulle mie
spalle.
"Tu sei qui per i bambini, non per me" disse, pronto a finirmi "perché
dovresti voler salvare anche me?"
Le punte delle lame erano a pochi centimetri dai miei occhi "Perché tu
sei un artista, Conte Montego"
Le lame si fermarono, la folla impazzita acclamò la misericordia del suo
campione, e la promessa di un combattimento prolungato.
"Non ho mai visto combattere nessuno come te, e se è vero che puoi
insegnare la tua arte a qualcuno, fa che io sia il tuo discepolo" lo
supplicai "Ed io ti libererò da queste catene, sarai libero di andare o
restare nelle nostre kioskas, ma non privare Arcano della tua
conoscenza, maestro" conclusi.
Mi squadrò, preparandosi ad un nuovo attacco "Sei bravo con le parole,
Draven il Dragone" rispose, scagliandosi su di me, aprendo
volontariamente la sua difesa in maniera impercettibile "Presto vedremo
se sarai altrettanto bravo con l'acciaio" e mi permise di colpirlo.
Lo colpii al volto con le else unite di entrambe le armi, così forte che
per un attimo pensai di avergli fracassato una tempia.
Il Conte cadde a terra, stordito.
Mi avvicinai a lui: "Non temere, manterrò la mia promessa" gli sussurrai
in un orecchio, e mi alzai allargando le braccia alla folla stupita.
"Ho vinto" gridai.
LICHT
Gli amici di Draven ancora non credevano ai loro occhi, avevano davanti
a loro l’immagine rallentata del colpo di Draven al Conte Belcadiz e gli
sembrava impossibile che un combattente così agile e veloce, astuto ed
esperto fosse andato giù da un colpo si violentissimo ma molto più
prevedibile dei precedenti.
Si alzarono tutti di scatto e mentre le tre amazzoni si stavano ora
abbracciando, Licht applaudiva con le mani levate al cielo la vittoria
del suo amico.
Il pubblico invece aveva subito un durissimo colpo alle proprie finanze
e gli unici a guadagnare furono gli organizzatori e la puntata di
Selenia.
Draven dopo aver gridato la sua vittoria era corso presso il su fedele
dragone e constatato che le ferite non erano gravi tirò un sospiro di
sollievo.
Arak nonostante la sconfitta sfoderò un sorriso smagliante per cercare
in tutti i modi di comprare gli schiavi, ottenendo solo una vaga
promessa che la forse la notte avrebbe portato consiglio e domani era un
nuovo giorno.
Quando Siward si riprese e poté camminare da solo riportati indietro e
lasciati nella piazza di Ylea. Ormai mancavano poche ore
all’appuntamento con Casteldragon per cui andarono nella locanda dove
avevano incontrato il mercenario la mattina.
L’eco della loro vittoria si era già sparso per la Kioskas che quando
apparvero all’ingresso del locale tutti i presenti furono colti da un
senso di timore e rispetto.
Ognuno ritirava il proprio sguardo quando incrociavano con gli occhi
qualcuno della compagnia, affittarono tre camere per la notte e
ordinarono da mangiare in camera.
Durante la cena Draven con un tono di voce basso raccontò agli amici del
suo patto con il conte Belcadiz.
‘Beh, le idee su dove trovarlo e come liberarlo non mi sembra ne
abbiamo, in compenso abbiamo tanta di quella miara che Casteldragon
penserà sicuramente qualcosa per noi.’
‘Credete di poterci fidare completamente di Casteldragon?’ disse Siward.
‘Fin quando abbiamo noi la miara si, dopo ogni momento sarà buono perché
ci possa consegnare ad Ylea in persona’ rispose Selenia.
‘Bene, allora un alleato in più è quanto mai opportuno, libereremo prima
il Conte Montego poi penseremo ai bambini e mille scaglie di miara in
più per farlo saranno un ottimo argomento anche per Casteldragon’
concluse Draven.
La notte era inoltrata e puntuale giunse il segnale, il verso del gufo
risuonò nell’aria e dopo pochi secondi figure silenziose raggiunsero e
si unirono ad altre che aspettavano davanti alla locanda.
Si allontanarono verso uno dei muri di cinta e fu li che Selenia prese
per un braccio Casteldragon e gli disse: ‘Qui ci sono mille scaglie di
miara in più di quanto abbiamo pattuito’
‘So che oggi avete guadagnato molta miara nell’arena, ma non credo che
vogliate regalarla così senza un motivo’
‘Vogliamo il conte Belcadiz!’
A quella proposta Casteldragon ebbe un attimo di titubanza: ‘Voi neanche
vi rendete conto di cosa mi state chiedendo?’
‘Infatti, ma 1000 scaglie di miara sono un buon argomento per chiederlo’
insistette Armorica.
‘Bene, datemi la miara’ disse il mercenario stendendo la sua mano.
‘Prima il Conte e i bambini poi avrai tutta la miara concordata’ disse
Hat.
Il mercenario stava valutando la situazione, i suoi piani dovevano
essere modificati ma quella somma era tanta: mille scaglie di miara
erano un'esca troppo succulenta per non abboccare.
“Bene, seguitemi allora”.
HATSHEPSUT
Il colpo di Draven mi lasciò senza parole, mi resi conto che c’era
qualcosa che non andava visto che, fino a quel momento, l’incontro era
stato dominato dallo schiavo di Ylea.
Non mi sembrava possibile che il nostro compagno riuscisse a vincere con
un unico colpo ben assestato.
Il mio stupore durò pochi secondi, giusto il tempo di realizzare che
eravamo stati molto fortunati: infatti ora nelle nostre tasche c’erano
le scaglie di miara da versare a Casteldragon, per questo in uno slancio
di gioia andai ad abbracciare Armorica e Selenia.
Arak con uno sguardo che tradiva la rabbia per la sconfitta bruciante,
si offrì di comprare i nostri schiavi, ma noi prendemmo tempo dicendogli
che ci avremmo riflettuto durante la notte.
Essendo finiti gli incontri, fummo riaccompagnati alla locanda dove ci
eravamo fermati la mattina per cercare il mercenario, mancavano diverse
ore all’incontro per questo decidemmo di prendere delle camere per
riposarci.
Il nostro arrivo alla locanda non passò inosservato, l’eco delle nostre
vittorie si era sparso fin laggiù, per questo gli avventori non
esitavano ad abbassare lo sguardo se incrociavano quello di uno di noi.
Durante la cena, che decidemmo di consumare tutti insieme in una delle
camere, Draven ci mise al corrente dell’accordo fatto con il conte.
L’impresa si presentava già complicata, sapevamo che quel nuovo accordo
l’avrebbe resa quasi impossibile.
Decidemmo di offrire al mercenario ben 1000 scaglie di miara in più per
aiutarci a liberare Belcadiz.
L’ora dell’incontro arrivò troppo presto, il richiamo del gufo era il
segnale atteso per unirci a Casteldragon.
Fu Selenia ad informare il suo amico che avrebbe avuto 1000 scaglie in
più se ci avesse aiutato a liberare lo schiavo preferito di Ylea.
Gli occhi del mercenario si illuminarono e tradirono la sua eccitazione,
mentre a parole elencava tutta una serie di scuse per non accettare
l’incarico.
La sua opposizione durò ben poco, la sua mano si sporse perché gli
venisse data la somma promessa, ma ben sapendo che non ci si deve fidare
gli consegnai una piccola parte della miara e gli dissi: “Prima i
bambini e il conte, poi avrai il resto della miara!”.
Il mercenario come gli venne fatta la proposta iniziò a valutare i
rischi da correre, i piani che aveva fatto stavano subendo dei
cambiamenti, la diffidenza evidente di una delle amazzoni non portava a
nulla di buono... avrebbe dovuto giocare bene le sue carte se voleva
guadagnare tanto per un lavoro che, per lui, era piuttosto facile.
L’aria era piuttosto elettrica, la tensione era palpabile, tutti
attendevano la decisione di Casteldragon. “Bene, seguitemi allora!”
disse il mercenario iniziando ad incamminarsi verso il palazzo.
Strada facendo ci disse che attraverso un passaggio, posto nel retro del
palazzo di Ylea, saremmo giunti nell’ala nord dello stesso, in una zona
adibita all’essiccazione delle carni, che in quel periodo sarebbe stata
deserta visto che per ancora due settimane non era prevista la
macellazione.
Da quella zona attraverso un corridoio saremmo arrivati al dormitorio
della servitù, qua avremmo dovuto trovare degli abiti adatti che ci
avrebbero aiutato a confonderci con il personale di servizio presente
nel palazzo.
A quel punto ci saremmo divisi per incontrarci nelle segrete, dove
sicuramente ci sarebbero stati i bambini.
Il problema più grosso da affrontare sarebbe stato il trasporto dei
bambini, sarebbe stato difficile farli stare in silenzio, ma ancora più
difficile sarebbe stato trasportarli visto che non avevamo nessun mezzo.
Essendo troppi i bambini decidemmo di liberare per primo il conte, ci
sarebbe stato di aiuto e, conoscendo bene il palazzo, avrebbe potuto
indicarci delle vie alternative che il mercenario avrebbe potuto non
conoscere.
Sentendoci sminuirlo fece una risata e ci disse: “Lord Casteldragon
conosce ogni singolo spiffero di quel palazzo, compresi quelli presenti
nelle stanze personali di Madras Ylea, ricordatelo!!”.
“Sicuramente ci è entrato sotto forma di topo di fogna!!!” sussurrai ad
Armorica che sorrise.
“Scherzaci su amazzone, forse dovremmo fare una scommessa io e te…
giusto per rendere le cose più eccitanti….” esclamò il mercenario che
aveva sentito la mia battuta.
“Che proponi?” risposi spavalda proprio mentre ci faceva entrare in una
casa che distava un centinaio di metri dalle mura esterne del palazzo.
Per i prossimi due giorni quella sarebbe stata la nostra base, prima
avremmo dovuto elaborare un piano per il trasporto dei bambini, poi
saremmo potuti entrare in azione.
“Mmmmhhh vediamo……..” disse il mercenario mentre per un attimo di fermò
a fissarmi con aria divertita.
DRAVEN
Il mercenario sembrò aver avuto un'idea.
"Bene, mia piccola amazzone, la scommessa è questa: scommetto la mia
intera paga che mi toccherà salvarti la vita almeno una volta, durante
questa missione" disse ghignando.
Hat lo squadrò lievemente irritata, poi divertita.
"Ci sto, e scommetto la stessa somma che invece toccherà a me salvare la
tua pellaccia maleodorante"
I loro sguardi si incrociarono, erano quasi visibili piccole scariche
elettriche tra i loro visi corrucciati.
Licht prese la situazione in pugno: "D'accordo, ora basta, vediamo di
darci una mossa, prima che tutta la kioskas si accorga della nostra
presenza".
Silenziosi come ombre nella notte, arrivammo fino alle mura esterne del
palazzo di Ylea.
Le antiche mura erano assediate da piante rampicanti di ogni specie, che
ne ricoprivano ampie zone.
Castel si mosse senza indugio verso una macchia di vegetazione, e scostò
alcune fronde rivelando un passaggio.
"Dovremmo ricordarcelo in caso di un attacco" disse Siward
sarcasticamente.
"Spera che quel giorno non debba mai arrivare" gli fece eco Selenia.
Ci intrufolammo, il mercenario ad aprire la strada, e noi in fila per
due dietro di lui.
Eravamo nel buio più totale.
"Qualcuno ha una torcia?" chiese Hat, e già Castel si dava da fare con
esca e acciarino per produrre una scintilla.
Tirai fuori dal mio zaino un piccolo fagotto.
"Ho qualcosa che può aiutarci" dissi sottovoce, e prelevai dal fagotto
un piccolo stecco di legno, dalla punta ricoperta di un misterioso
materiale alchemico.
Sfregai la punta sulla roccia, e subito una piccola fiammella apparve in
cima al legno, con la quale accendemmo la torcia.
"I vantaggi di frequentare una strega" dissi sorridendo, ringraziando
silenziosamente Selkis per il dono che mi aveva fatto settimane prima.
Camminammo seguendo il mercenario, sentivo che il cunicolo portava verso
il basso.
Realizzai che le zone adibite al macello dovessero trovarsi nei livelli
sotterranei del castello, così da favorire la conservazione della carne.
Giungemmo a destinazione.
Il passaggio si apriva nei magazzini della carne, nascosto ala vista da
una scaffalatura ricolma di attrezzi, che Castel spostò dopo essersi
sincerato che nessuno fosse presente.
Il tanfo nella stanza era insopportabile, la carne marcia e la muffa
erano di casa in quel luogo.
"Giuro che non mi lamenterò mai più del rancio alla Torre dei Dragoni"
disse Siward, tappandosi il naso.
Castel staccò un pezzo di carne appeso ad un gancio, e gli diede un
morso, masticando rumorosamente in direzione di Hat, al solo scopo di
irritarla.
"Non è così male" disse ghignando.
Hat lo fissò disgustata, ma non aggiunse altro.
Si rendeva conto che l'ultima cosa di cui avevamo bisogno in quel
momento era una lotta tra di noi.
Individuammo l'uscita, una doppia porta in legno che dava su di un
corridoio interno del castello.
Castel imprecò.
"Ci sono due guardie in fondo al corridoio, dannazione!"
Io e Siward ci scambiammo uno sguardo d'intesa.
"Lascia fare a noi" dissi, e sbirciai fuori dalla porta.
Era un largo corridoio che usciva sulla sinistra, fino ad un bivio, dove
si intravedevano due Darkayer che scambiavano annoiate due chiacchiere:
"Per le corna di Mur, odio questo turno, otto ore di fila nei
sotterranei!" si lamentava una.
"E abbiamo appena incominciato" le fece eco l'altra.
Il soffitto era retto da grosse travi di legno, un buon appiglio per un
Dragone ben addestrato.
Ci arrampicammo sulle travi, e cominciammo ad avvicinarci, tenendo la
situazione sotto controllo dall'alto.
Giungemmo in corrispondenza delle Darkayer, stringemmo le gambe attorno
alle travi, e ci calammo a testa in giù.
Agguantammo le teste delle due donne, e le roteammo rapidamente,
lasciando poi ricadere i loro corpi privi di vita al pavimento.
Con un balzo fummo anche noi al suolo, recuperammo i cadaveri e li
portammo nel macello, nascondendoli come meglio potemmo.
Ritornammo nel corridoio, per assicurarci che la via fosse libera.
"Messer Casteldragon" dissi con un lieve inchino "se vuol essere così
gentile da indicarci la strada..."
Castel mi superò guardandomi stupito, e si incamminò.
Noi, guardinghi, lo seguimmo.
HATSHEPSUT
La scommessa di Casteldragon non mi stupì, la sola idea di dover
qualcosa a quell’uomo mi dava i brividi, ma non potendo tirarmi indietro
piuttosto seccata accettai ed aggiunsi: "Ci sto, ma scommetto la stessa
somma che invece toccherà a me salvare la tua pellaccia maleodorante".
Il ghigno che spuntò sulla faccia del mercenario mi irritò
ulteriormente, penso che il battibecco sarebbe continuato all’infinito
se Licht non fosse intervenuto per spronarci a muoverci.
Casteldragon ci condusse verso le mura, spostò le piante rampicanti e ci
fece entrare in un cunicolo. L’oscurità era quasi totale, Draven ci
porse uno strano stecco di legno che ci permise di accendere la torcia
in pochissimo tempo senza usare esca e acciaino, doveva essere un’altra
delle trovate di Selkis!
L’odore che ci accolse alla fine del corridoio mi colpì come un pugno,
ma ciò che mi fece quasi rivoltare lo stomaco fu Casteldragon che
staccava un pezzo di carne, lo addentava e lo masticava rumorosamente
con un sorriso compiaciuto.
Ancora una volta era riuscito ad irritarmi senza proferire parola.
Sapevo che litigare in quel momento ci avrebbe portato solo guai, per
questo mi girai dall’altra parte cercando di ignorare sia i rumori, sia
colui che faceva in modo che questi fossero amplificati al massimo.
Le due darkayer di guardia al corridoio non rappresentarono un grosso
problema, Draven e Siward spezzarono il loro collo prima ancora che si
rendessero conto di quel che stava accadendo.
La via era libera, arrivare alla cella dove era rinchiuso Belcadiz non
sarebbe stato difficile, attraversammo altri corridoi che sembrava
conducessero alle dispense e per fortuna a quell’ora erano completamente
deserte, o almeno così ci sembravano.
Dalla fessura di una delle porte due occhi seguivano tutti i nostri
movimenti.
Fino a quel momento tutto era andato troppo liscio, il mio istinto mi
diceva che c’era qualcosa che non quadrava.
Quando arrivammo nella zona delle celle ci rendemmo conto che quella
sarebbe stata un’impresa dura da superare, infatti a parte un gruppo di
guardie riunite a bere birra e a giocare alla morra, avremmo dovuto
ispezionare troppe celle prima di scoprire dove era rinchiuso il nostro
uomo, sicuramente gli altri prigionieri non sarebbero rimasti in
silenzio!
Licht intervenne dicendo che avremmo agito per gradi, prima le guardie e
poi il prigioniero.
Licht, Casteldragon, Draven e Siward sarebbero intervenuti solo se la
manovra diversiva che io, Armorica e Selenia avremmo messo in scena, non
avesse funzionato.
L’idea era quella di portare dell’altra birra presa da una delle
dispense e drogarla.
Le guardie erano troppo ubriache per capire che non eravamo delle
schiave, recitare la parte delle ragazze facili non sarebbe stato un
problema.
Ci procurammo un barilotto di birra e dei boccali, con aria spavalda ci
recammo verso il punto di guardia e allegramente esclamai: “Ragazzi,
Madras Ylea vi augura buona guardia… vi manda questa!!”, posammo a terra
il barile e gli sguardi annebbiati delle guardie si posarono su di esso
per poi spostarsi subito verso i nostri corpi.
“Guarda con quale serietà adempiono al loro dovere, forse Madras Ylea
inizia ad avere dei problemi di disciplina!” dissi sottovoce ad Armorica
mentre iniziavo a riempire i boccali e a distribuirli.
“Com’è che siete finite a fare le cameriere?” esclamò una guardia mentre
iniziava abbracciava me e Armorica.
Con fare noncurante tolsi il suo braccio dalle mie spalle e gli misi in
mano un boccale di birra, poi altrettanto fulmineamente lo afferrai per
i suoi gioiellini e con un sorriso gli sussurrai: “Se vuoi continuare ad
usarli, tieni lontane le tue mani da noi!”.
La reazione fu istantanea, cercò di prendere in mano un pugnale, ma
cadde al suolo come fulminato. Osservandolo bene mi resi conto che una
piccola freccetta stava alla base del suo collo, mi girai in direzione
del nascondiglio dei nostri compagni e vidi Casteldragon che sorrideva
mostrandomi il tubo di una cerbottana!
“Maledizione!!! Me l’ha fatta!!!” esclamai contrariata.
“Casteldragon!! Si è messo in mezzo! Avremmo gestito la cosa da noi!!”
risposi allo sguardo interrogativo di Armorica e Selenia.
Nel giro di pochi minuti tutte le guardie erano addormentate, il puzzo
di birra aleggiava nell’aria, la via era libera, avremmo avuto pochi
minuti per agire, poteva sempre arrivare qualcuno a controllare.
Armorica fece un cenno in direzione di Licht e subito i quattro ci
affiancarono.
“Amazzone, credo di aver vinto una scommessa o sbaglio?” esclamò
Casteldragon nella mia direzione.
“Sbagli mercenario, hai sprecato una delle tue freccette! Sarebbe caduto
addormentato nel giro di pochissimo, quindi la scommessa è sempre
aperta!”.
LICHT
Licht rovistò nei corpi delle guardie distese a terra alla ricerca delle
preziose chiavi che aprivano le celle.
”Non possiamo aprire tutte le celle, cerchiamo Belcadiz poi lo
libereremo” detto ciò Licht e i suoi amici iniziarono a cercare nei
sotterranei la cella del Conte.
Intanto nel palazzo di Ylea un uomo aveva richiesto di parlare con la
perfida Madras in persona.
Il corpo di guardia stava per allontanarlo quando pronunciò una frase:
'mi manda CastelDragon'
Una cera di muta sorpresa comparve sul viso dell'amazzone che comandava
le guardie.
'Bene, aspetta qui, vediamo se la Madras vorrà riceverti!!!' mentre un
sorriso beffardo si disegnava sul viso dell'uomo di Casteldragon.
L'uomo attese qualche minuto poi l'amazzone ritornò con l'ordine di far
entrare immediatamente l'uomo.
'Allora, cosa vuole il tuo capo?'
Ylea ben conosceva Casteldragon non solo per le sue attività
'commerciali' ma anche perché in passato era stato uno dei suoi amanti
preferiti.
'Vuole proporti un affare'
'Che tipo di affare?'
'Quanto saresti disposta a pagare se lui ti porta su un vassoio le teste
di tre comandanti degli eserciti di Nimira?'
La Madras sgranò i suoi occhi ed ebbe un fremito di gi soddisfazione
nell'udire quella proposta:
'Potrei essere MOLTO generosa'
'Licht... Licht' ripeteva Selenia a bassa voce 'ho trovato Casteldragon'
Tutto il gruppo si ritrovò dopo pochi secondi a fianco a Selenia mentre
Licht freneticamente provava le chiavi alla ricerca di quella giusta.
Finalmente si udì il rumore del pesante chiavistello che veniva
liberato, Licht diede una spinta con la mano destra e videro il conte
che si stava aggiustando il suo mantello.
Belcadiz uscì con tranquillità dalla sua cella e osservando Draven gli
disse:
'Complimenti Dragone, sei stato di parola'.
Poi iniziò a guardare il resto della compagnia e solo un piccolo
luccichio dei suoi occhi durato meno di un attimo fece capire a Licht
che il Conte era rimasto sorpreso nel vedere Casteldragon.
Siward aveva portato con se la spada di una delle guardie e la passò al
Conte.
'Bene, ora che abbiamo Belcadiz possiamo andare a prendere i bambini'
disse il mercenario.
Draven e i suoi amici avevano iniziato a seguirlo per il lungo corridoio
ma la voce chiara e decisa di Belcadiz li fermò.
'Mercenario.. quanto ti ha dato Ylea per tradire?'
Alle parole del conte tutti si fermarono e gli occhi degli uomini di
Nimira si posarono su Casteldragon in attesa di una risposta.
Il gelo dei sotterranei penetrò fin dentro le ossa di guerrieri e
amazzoni e un senso di disagio e incredulità si diffondeva nei loro
cuori.
'Questa è la ricompensa per quanto sto facendo per te Conte?'
'Non mi sembra che questo corridoio porti al luogo dove sono tenuti i
prigionieri. Sono anni che vivo qua sotto e le mie orecchie hanno udito
molte voci. Qui si arriva alla sala dei condannati, luogo ideale per
tirare la rete e catturare tanti pesci... vero mercenario?'
Il conte aveva sottolineato con spregio la parola mercenario.
Una perla di sudore iniziò a scendere dalla fronte di Casteldragon e Hat
estratto il suo coltello lo accostò alla gola dell'uomo che li aveva
traditi:
“Hai perso la tua scommessa... vigliacco. Non ti uccido, per ora.
Sappiamo che la tua vita ora non vale più nulla: o ti uccidiamo noi o ti
uccide Ylea perché hai fallito. Ma se ci aiuti a tirare fuori i
ragazzi... non avrai la miara ma la tua pellaccia la potrai ancora
vedere attaccare al tuo corpo”.
Il mercenario sapeva che Hat aveva ragione, loro non lo avrebbero mai
ucciso.
Non si sarebbe potuto dire la stessa cosa con Ylea.
“Si. Va bene”.
HATSHEPSUT
Le guardie giacevano distese nelle pose più disparate, il sonnifero era
molto potente e non dava la possibilità di sdraiarsi comodamente.
Licht dopo essersi avvicinato, iniziò a frugare nelle tasche e dopo aver
preso le chiavi iniziò la ricerca del Conte.
C’era qualcosa nell’aria che non lo convinceva, anche io provavo una
strana sensazione, fino a quel momento tutto era stato troppo facile.
Le celle da controllare erano molte, per questo ci dividemmo, dopo pochi
minuti Selenia iniziò a chiamare Licht, aveva trovato il Conte!
In un primo momento Licht armeggiò con le chiavi, poi con la serratura,
infine una leggera spinta aprì definitivamente la porta e il viso del
Conte comparve in penombra.
“Complimenti Dragone, sei stato di parola!” sussurrò il Conte in
direzione di Draven, poi con fare sospetto si girò verso di noi, un
piccolo luccichio comparve nei suoi occhi appena si accorse della
presenza di Casteldragon, di sicuro non si aspettava ci fosse anche lui.
Siward gli consegnò una spada che aveva prelevato ad una delle guardie.
La voce impaziente del mercenario si fece sentire: “Bene ora che abbiamo
Belcadiz, possiamo andare a prendere i bambini”, iniziò a muoversi nel
corridoio con gesti rigidi, ma noi eravamo troppo preoccupati per
accorgerci di questo fatto.
L’unico che non si mosse fu proprio il Conte che esclamò: “Mercenario!!
Quanto ti ha dato Ylea per tradire?”.
Il silenzio delle segrete si fece ancor più intenso, il gelo penetrò nei
nostri cuori fino a farli diventare dei blocchi di ghiaccio, la
consapevolezza di esser stati traditi si insinuò molto lentamente nelle
nostre menti.
Dopo un breve attimo di smarrimento reagii.
Casteldragon si trovò con il mio coltello puntato alla gola.
Avrei voluto affondare quella lama, ma sapevo che avevamo bisogno di
lui, la mia voce tradì la rabbia che provavo quando gli dissi:
“Traditore, vigliacco hai perso la tua scommessa! Sai che la tua vita
ora non vale più nulla? Se non ti uccidiamo noi, lo farà Ylea. Hai
fallito!”.
Casteldragon cercò di stare impassibile, ma quando sentì il nome di Ylea
ebbe un piccolo sussulto che solo io potei percepire visto che avevo
ancora il coltello puntato alla sua gola.
“Noi non ti uccidiamo, ti diamo la possibilità di tenere la tua
pellaccia attaccata al corpo se ci aiuti a tirare fuori da questo
inferno quei poveri bambini, fai la tua scelta!” gli sussurrai
all’orecchio.
La scelta che doveva compiere il mercenario era piuttosto facile,
infatti sapeva benissimo che l’amazzone aveva detto la verità, Ylea non
sarebbe stata clemente, non avrebbe esitato a tagliargli la gola.
“Si! Va bene!” mormorò in tono poco convinto.
La risposta del mercenario fu quella che mi aspettavo, ma il tono poco
convinto con la quale furono pronunciate quelle parole mi convinse che
bisognava lasciare un ricordo sulla pelle dell’uomo.
Col coltello feci più pressione e un rivolo di sangue iniziò a scorrere
lungo il collo.
“Questo è per ricordarti che devi la vita all’amazzone Hat!”.
Forse lo immaginai, forse fu un’illusione, ma l’uomo sembrava felice, il
tempo scarseggiava per questo non diedi peso a tutto ciò.
Licht ci ricordò che avevamo una missione, si mosse in direzione opposta
a quella che ci aveva fatto prendere il mercenario pochi minuti prima.
Draven, Selenia e il Conte guidavano il gruppo, io, Licht e il
mercenario li seguivamo, mentre Siward e Armorica chiudevano il gruppo.
Man mano che ci addentravamo nei corridoi, il gelo si faceva più
intenso, ogni tanto arrivavano dei lamenti, urla strazianti che
toccavano il cuore, più di una volta con Licht ci guardammo, ma sapevamo
che non avremmo potuto fare nulla per quelle persone.
Sembrava che l’energia, che il mercenario aveva dimostrato di possedere
fino a quel momento, fosse come svanita lasciando l’uomo come un
burattino con i fili rotti, la sua camminata aveva perso tutta la
fluidità, il sorriso aveva abbandonato il suo viso, gli occhi avevano
smesso di brillare.
Il mercenario stava affrontando i suoi demoni, cosa certo non
invidiabile!
Le guardie di Ylea sembravano svanite nel nulla, come se avessero
ricevuto l’ordine di lasciarci passare.
Le segrete erano rischiarate qua e là dalle torce infilate in supporti
metallici, l’odore acre della resina in alcuni punti faceva lacrimare
gli occhi, ogni tanto si vedevano sul pavimento delle ombre che
attraversavano il corridoio e sparivano al nostro arrivo... scoprimmo
presto che erano topi, il posto ne era infestato.
L’orrore si andava accumulando, non riuscivo più a pensare, in quali
condizioni fossero i bambini.
L’umore del gruppo, già basso dopo il tradimento del mercenario, divenne
ancor più cupo; a malapena ci rivolgevamo la parola, nei nostri visi
iniziava a trasparire l’angoscia e la consapevolezza che poteva essere
troppo tardi.
Sembrava che stessimo camminando da ore in quei cunicoli, ogni tanto
incrociavamo qualche porta, ma Belcadiz proseguiva senza neppure
un’occhiata.
Scoprimmo presto quale era la cella che ci interessava.
I lamenti dei bambini ci giunsero alle orecchie ancor prima di girare
l’angolo.
La pelle mi si accapponò, le dita si strinsero con più forza sul manico
del coltello, venne sempre più difficile andare avanti.
Il pianto di alcuni dei bambini spesso si confondeva con dei rantoli, in
quella cella ero sicura avremmo trovato dei veri e propri orrori.
Licht iniziò a frugare tra le chiavi, alla ricerca di quella che avrebbe
aperto la stanza degli orrori.
Una volta spalancata la porta, il fetore che ne venne fuori ci colpì
come un pugno nello stomaco.
Il puzzo del vomito, del sudore, dell’urina, degli escrementi umani e
non era ben poca cosa in confronto all’odore della paura!
In tutti gli anni che avevo combattuto, avevo dovuto affrontare tante
battaglie, ma niente mi aveva preparato a quello spettacolo
raccapricciante.
Quando le nostre torce illuminarono parte della stanza, vedemmo che in
uno spazio ristrettissimo erano richiusi moltissimi bambini.
I loro abiti erano stracciati e lordi, le facce nere per la sporcizia
spesso avevano delle righe bianche sulle guance, le lacrime erano
scivolate lungo quei visi lasciando delle tracce, facendo si che il
tutto sembrasse il trucco di uno di quegli artisti che spesso
rallegravano la piazza di Kolise.
Molti dei bambini avevano gli occhi lucidi per la febbre, altri
presentavano delle ferite purulente alle gambe e alle braccia, non
tardammo a capire cosa le aveva provocate, i topi forse volevano fare
banchetto con carne umana.
Avendoci sentiti arrivare, i bambini si erano riuniti tutti in un angolo
abbracciandosi stretti, quasi a volersi proteggere l’uno con l’altro,
quasi tutti si erano zittiti come in attesa del verdetto che avrebbe
condannato qualcuno alla peggiore delle torture.
“Bambini non vi preoccupate!” sussurrò Licht “siamo qua per portarvi
dalle vostre mamme!”.
Il tono voleva essere rassicurante, la presenza mia, di Armorica e
Selenia convinse i bambini che li avremmo aiutati.
“Su dai veloci alzatevi che andiamo via da questo posto orrendo!” mentre
pronunciavo queste parole con le lacrime agli occhi, cercavo di spingere
quelle creaturine verso l’uscita dove Armorica e Siward erano di
guardia.
Una bambina colpì la mia attenzione, i suoi occhi azzurri, i capelli
lunghi alle spalle la rendevano molto simile ad un angioletto, non
dimostrava più di tre o quattro anni, aveva un dito in bocca e
continuava ad aggrapparsi alla gamba di una ragazzina che al massimo
poteva avere 10 anni.
Mi avvicinai e la presi in braccio, cercando di rassicurarla.
Mentre mi avvicinavo verso l’uscita quasi mi scontrai con il mercenario,
che colpito dall’orrore stava collaborando a portare in salvo i bambini.
L’uomo si girò di scatto per vedere cosa l’aveva colpito, non mostrò
nessuna sensazione quando si accorse che ero io, ma appena notò la
bambina il suo viso già pallido assunse toni spettrali, i suoi occhi si
animarono, le parole che sussurrò a mala pena giunsero alle mie
orecchie.
“Per tutti gli dei del cielo, ti ho trovata!!” questo è quello che mi
sembrò di capire.
LICHT
Licht si voltò sorpreso dall'aver udito quelle parole pronunciate dal
mercenario, i lunghi capelli in disordine la barba incolta su quel viso
che andava impallidendo sempre più rendevano la figura di Casteldragon
simile ad uno spettro.
Il traditore aveva disteso le sue braccia verso la bimba:
'Kristine.. mia piccola Kristine'.
Licht ed Hat che erano i più vicini non credevano ai loro occhi, avevano
anche se per poco conosciuto un uomo che sembrava aver strappato tutti i
sentimenti dal suo cuore ed ora invece eccolo stendere le braccia come
fa il più dolce dei padri nei confronti dei suoi figli.
Hat non trattenne la bambina che piena di fiducia cercava di raggiungere
le forti mani protese verso di lei.
Casteldragon la portò al suo petto stringendola dolcemente, poi mentre
con la sinistra la teneva a se la sua destra frugava con dolcezza nei
capelli e accarezzava con affetto le sue guance rigate dalle lacrime.
'Piccola ... come assomigli alla mia piccola Kristine?'
Licht e Hat si guardavano tra loro stupiti mentre Selenia si portò
silenziosamente alle loro spalle.
'Se non lo vedevo non ci avrei mai creduto' disse Selenia ai due amici,
'allora la storia di quest'uomo è vera?'
”Quale storia?” fece Hat.
”Si dice che Casteldragon una volta era un semplice hammer, viveva con
sua moglie e sua figlia in una fattoria nelle terre intorno a Kolise
lavorando la terra e commerciando in bestiame poi ...”
'Poi?' disse Licht.
'Una notte lui non era in casa, affari importanti lo avevano trattenuto
a Kolise e il destino volle che quella notte una banda di ribelli
attaccò la sua fattoria razziando il suo bestiame, uccidendo tutti i
suoi servi ma ciò non bastò loro e ... '
La voce di Casteldragon rotta dall'emozione interruppe il discorso di
Selenia e continuò:
”... e quei cani maledetti dagli Dei violentarono mia moglie nel mio
letto e quando finirono di divertirsi la uccisero mutilando il suo
corpo.”
Il ricordo di quei pensieri stava facendo brillare una lacrima negli
occhi del mercenario, inghiottì saliva tirò un forte sospiro e riprese a
parlare:
Mia moglie aveva nascosto la nostra piccola bambina in un doppiofondo
della parete ... ma non bastò a salvarle la vita. Quei bastardi diedero
fuoco alla mia casa ..e la mia piccola Kristine si trovò in quel fuoco.
Quando tornai da Kolise invece di ritrovare la mia casa ... trovai il
mio inferno. Presi a vagare per le terre dell'Arcano senza una meta ...
senza una direzione ... senza uno scopo di vita. Ma nelle montagne
rocciose di Kleville trovai una nuova vita'
La voce del mercenario non era più rotta dall'emozione, ma la rabbia e
l'odio di un tempo facevano riaffiorare antichi ricordi sepolti sotto le
macerie degli anni.
'In mezzo alle montagne salvai la vita ad un uomo.... Quell'uomo era un
ribelle e mi fece entrare nella sua banda. Divenni un bandito, mi
abbandonai alle azioni più efferate, commisi le azioni più atroci e in
breve divenni Castelgarden il Mercenario e capo di quella banda. Tutti
mi temevamo. Appena pronunciavano il mio nome tutte le porte si
aprirono, anche quelle di Ylea. Divenni il suo amante, il suo unico
amante, gli altri li feci uccidere tutti. Ebbi modo anche di bere
all'amaro calice della vendetta, trovai e feci massacrare la banda che
aveva distrutto la mia vita ma nonostante ciò non riuscii mai più a
dissetare la mia anima.”
Un sottile velo di tristezza ammantò i suoi occhi.
Poi il mercenario iniziò a fissare la piccola Kristine e il suo sguardo
divenne dolce come il miele, i suoi occhi presero a brillare della luce
della speranza.
'Lei, questa piccola assomiglia in maniera impressionante a mia figlia
che aveva circa la sua stessa età quando fu uccisa.'
'Uhm ... bene Dragon, hai motivo in più per sbrigarci ad aiutare a
fuggire' disse Belcadiz.
'Abbiamo un solo modo di salvare la pelle tutti insieme, probabilmente
si saranno accorti che non siete caduti nella trappola e staranno già
venendo qui, chiudendo tutte le vie che escono da Ylea. Ma abbiamo
ancora una possibilità?'
”Quale?” Intervenne il Comandante dei Dragoni.
”Raggiungere il PULP. Nella sala centrale parte una lunga scala a
chiocciola che ci porterà nelle antiche vie sotterranee”
”Non credi che Ylea capirà la nostra mossa e ci verrà a cercare?”
domandò Armorica.
”Si, per questo dobbiamo arrivare prima di loro alla scala. Una volta
arrivati li poi esiste un passaggio segreto che nessuno più conosce a
parte il sottoscritto. Una galleria che ci porterà oltre il bosco quindi
a diverse miglia da Ylea e esce vicino ad una fattoria ... di mia
proprietà. Ma ora dobbiamo correre, non abbiamo molto tempo a
disposizione”.
Casteldragon si mise alla testa del gruppo con in braccio la piccola
Kristine ed iniziò la lunga corsa fino al PULP verso la libertà.
La lunga corsa attraverso i sotterranei era terminata ora davanti ad un
grosso portone chiuso dall'interno.
In lontananza si sentiva la corsa delle amazzoni che li rincorrevano e
si avvicinavano sempre più.
”Maledizione Casteldragon! Datti una mossa!” gridò Selenia all'uomo che
stava toccando la fredda parete di roccia a diversi metri dal portone
alla ricerca del punto esatto dove si trovava il congegno che avrebbe
aperto una porta segreta e dato l'accesso al PULP.
Ma i passi si facevano sempre più vicini e quando finalmente il congegno
meccanico scattò si vedeva in lontananza il bagliore delle luci delle
torce che illuminavano il fondo del lungo corridoio.
La porta era stretta e il passaggio non poteva avvenire tanto
velocemente.
Il primo a passare fu Casteldragon con in braccio la piccola Kristine e
subito dietro Belcadiz e Hat iniziarono a far passare tutti i bambini.
'Maledizione, sono vicinissimi Licht. I bambini non riusciranno a
passare tutti' disse Selenia.
”Si dannazione, dobbiamo fermarli. Andiamo”.
Licht e Selenia si scambiarono uno sguardo d'intesa e si stavano per
lanciare contro il nemico che arrivava, ma Siward bloccò Licht per un
braccio e gli disse:
”Licht, lascia che vada io insieme a Selenia”
Licht fissò per un attimo il Dragone poi si voltò verso Draven e subito
dopo disse:
”In bocca al lupo amici”.
Siward e Selenia allora si lanciarono in una corsa che li portò a
contatto con il nemico.
Poco dopo giunse l'eco sinistro dell'acciaio delle spade di Siward e
Selenia che combattevano contro le amazzoni di Ylea.
Licht vide passare l'ultimo bambino dentro la porta, lanciò un ultimo
sguardo verso gli amici e si gettò anche lui oltre la porta.
Come gli altri, anche Licht rimase impressionato dall'imponenza della
stanza all'interno del Pulp.
Poi sentì la porta richiudersi alle sue spalle.
Appena Casteldragon aveva azionato il meccanismo nascosto per chiudere
la porta si avvicinò ad un altro portone.
Un'enorme scala a chiocciola scendeva oltre quel portone:
”Avanti avanti, non abbiamo molto tempo, dobbiamo fuggire per le scale
del Pulp e raggiungere le grotte."
I guerrieri e le amazzoni portandosi intorno ai bambini iniziarono a
farli avvicinare alla lunga scala a chiocciola.
La fuga ora era ancora più lenta della corsa nei sotterranei, le scale
erano irregolari, a volte mancavano proprio dei pezzi, l'umidità dei
secoli l’aveva rese viscide e scivolose.
Restare in equilibrio era un'impresa già per gli adulti ma i bambini più
volte cadevano, a volte ruzzolando anche per diverse scale prima di
fermarsi.
Finita la lunga e lenta discesa le cose non migliorano molto.
Infatti mano a mano che camminavano ora nella lunga galleria che partiva
dal punto in cui le scale erano finite, il pavimento si faceva sempre
più ingombro di scheletri semisepolti in una viscida fanghiglia
verdastra in cui si vedevano distintamente lunghi serpenti e grossi
ratti.
Ma nè il fetore che si alzava dall'orribile melma, nè la vista degli
schifosi rettili che strisciavano minacciosi nei sotterranei arrestano
la marcia di Casteldragon che come guidato da una mano invisibile
riusciva a muoversi in quell'acquitrino senza mettere mai in pericolo la
vita dei piccoli bambini.
HATSHEPSUT
Selenia e Siward riuscirono con un corsa forsennata a buttarsi
nell’apertura giusto in tempo, se avessero tardato di un solo secondo,
la loro vita sarebbe stata persa.
Quando mi resi conto che erano riusciti a salvarsi, mi girai verso Licht
e gli dissi “Ci siamo tutti, nessuna perdita!”.
La scala che stavamo scendendo si faceva sempre più fatiscente, una
patina melmosa la ricopriva, l’umidità del luogo la rendeva scivolosa e
questo non agevolava i bambini, soprattutto quelli più piccoli avevano
grosse difficoltà a rimanere in equilibrio.
Il singhiozzare di alcuni, indicava che l’impresa che stavamo compiendo
si stava rivelando molto dura per loro.
In quel momento non potevamo lasciarci prendere dallo sconforto e men
che meno dal pietismo nei loro confronti, dovevamo essere duri per
riuscire a portarli in salvo.
L’unico che si distingueva era Casteldragon che, ostinatamente, si
teneva in braccio Kristine, sembrava che mettendola a terra sarebbe
scomparsa lasciandolo solo un’altra volta.
Vedendolo comportarsi in quel modo, il mio cuore si intenerì, forse
avevo giudicato con molta superficialità il mercenario, mi ero lasciata
fuorviare dal suo modo di presentarsi, dal fatto che per campare aveva
deciso di fare il tagliagole a pagamento.
La sua triste storia me lo faceva vedere sotto una nuova luce, anche lui
in passato aveva amato, aveva combattuto per dei nobili ideali, era
stato ferito.
Tutto era morto in quella notte in cui i ribelli avevano incontrato la
sua famiglia!
La sua voglia di arrivare al più presto alla fine di quella brutta
avventura, lo spinse a cercare di accelerare il passo, ma le lunghe ore
di cammino già fatte, il fango e gli scheletri semisepolti in esso non
favorivano il nostro avvicinarci alla libertà.
Alla vista dei residui umani, molti dei bambini iniziarono a piangere,
lo spettacolo che avevamo davanti agli occhi era raccapricciante,
purtroppo però dovevamo attraversare quella galleria, non esisteva una
via alternativa.
Topi e grossi serpenti ci strisciavano tra i piedi attirati dalle ferite
nelle gambe dei bambini, più volte ci trovammo costretti a usare le
nostre armi per liberarci da quelle bestie che vedevano in noi un lauto
pasto.
L’aria quasi irrespirabile, il fetore insopportabile uniti al caldo che
regnava in quelle viscere, ben presto ci rese tutti affannanti e sudati.
La marcia era lunga e proprio quando avevamo perso le speranze,
iniziammo a risalire.
“Ci siamo, ancora pochi metri e siamo liberi!!” urlò il mercenario.
I volti dei bambini lasciavano pensare che non sarebbero arrivati alla
fine, ma ancora una volta Casteldragon ci stupì.
Una voce dolcissima, che contrastava con l’aspetto rude di chi la
possedeva, si sparse nella galleria, cantava una nenia che tutti bambini
conoscevano, io stessa l’avevo imparata da mia nonna.
I bambini dovevano cantare il ritornello mentre il mercenario si sarebbe
occupato delle strofe.
La prima risposta fu debole, una sola bambina, di quelle più grandi,
partecipò al canto, ma questo bastò a invogliare tutti gli altri, ben
presto la galleria echeggiava del canto allegro del gruppo.
La tecnica del mercenario funzionò perché i bambini distratti
camminarono con più lena, arrivando più in fretta all’uscita.
Come per l’ingresso Casteldragon dovette cercare la leva che azionava il
meccanismo di apertura di quella porta segreta, un debole raggio di sole
che annunciava l’alba si fece strada nella fessura che man mano si
allargava.
Timidi sorrisi spuntarono nei nostri visi, il canto si fece più gioioso
quando ci accorgemmo che eravamo sbucati nella kioskas di Klivia!
Raggiungemmo il palazzo di Myrt, la Madras mandò subito messaggeri alla
kioskas imperiale e alle altre Madras, presto tutti i bambini avrebbero
ritrovato i loro genitori.
I bambini furono alloggiati nei saloni del palazzo della Madras, furono
rifocillati, medicati e lavati, poi soprattutto i più piccoli furono
messi a riposare, i loro sogni furono popolati da incubi tremendi.
Casteldragon non si volle staccare dalla piccola Kristine, voleva essere
sicuro che la bambina sarebbe stata bene.
Ben presto il palazzo di Myrt fu affollato di genitori che, saputa la
notizia della liberazione, venivano a riprendere le loro creature, si
sentivano urla di gioia, lacrime liberatorie scendevano sui visi delle
persone che si ritrovavano, il tutto stava assumendo l’aria di una
festa.
L’unica che non ebbe la gioia di riabbracciare i suoi genitori fu
proprio la piccola Kristine, effettuammo delle ricerche e venimmo a
scoprire che era stata rapita durante un saccheggio e che i suoi erano
stati uccisi selvaggiamente.
L’analogia con la storia di Casteldragon ci colpì, il mercenario dal
canto suo non si allontanava mai troppo, sembrava che avesse deciso che
doveva proteggere la piccola a tutti i costi, per questo quando venimmo
a sapere che la bambina era sola al mondo chiese alla Madras la
possibilità di rifarsi una vita, occupandosi della piccola Kristine.
Una nuova casa, un nuovo lavoro e una nuova vita, questo ebbe il
mercenario come ricompensa per i servigi prestati.
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